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di Marco Bersani (Attac Italia)
In questo ultimo anno, le piazze del nostro Paese (e non solo) hanno mandato segnali importanti di ripresa del conflitto sociale.
Un anno fa (21 giugno 2025), si teneva a Roma la prima manifestazione nazionale promossa da Stop Rearm Europe, una coalizione sociale nata solo tre mesi prima, dopo l’avvio da parte dell’Unione europea (Ue) del Piano di riarmo e la conseguente precipitazione del Continente europeo dentro la dimensione della guerra, dell’aumento esponenziale delle spese militari e dell’illusione della crescita economica affidata agli investimenti nella difesa.
Questa prima grande manifestazione seguiva una serie di mobilitazioni che si erano succedute dall’autunno 2024 contro l’autoritarismo e i diversi Decreti sicurezza approvati dal governo di destra.
Ma una vera e propria esplosione è arrivata nell’autunno 2025, quando, contro il genocidio in atto in Palestina, è salpata la Global Sumud Flotilla, una coalizione internazionale di piccole navi che ha deciso di forzare il blocco illegale imposto da Israele, provocando una mobilitazione senza precedenti dei cosiddetti “equipaggi di terra”. Una serie incessante di manifestazioni ha attraversato l’intero Paese e, all’insegna del «blocchiamo tutto»ha occupato porti, stazioni, autostrade, tangenziali fino al doppio sciopero generale di fine settembre e del 3 ottobre 2025 (quest’ultimo, unitario tra sindacati di base e Cgil).
Alcune caratteristiche di novità sono emerse dentro questa stagione di mobilitazioni.
La prima è relativa alla fortissima presenza di giovanissime e giovanissimi, una vera e propria nuova generazione in campo, che, nell’abominio di quanto Israele stava producendo a Gaza, ha riconosciuto il tema universale dell’ingiustizia, che, per quanto in Palestina assumesse livelli intollerabili, con le dovute proporzioni non era diversa da quella sperimentata quotidianamente, dentro una vita e un futuro precario.
Soprattutto, era divenuta evidente tanto la fine di ogni limite al dominio e alla guerra dei forti contro i deboli, quanto l’inanità degli Organismi internazionali e degli Stati nell’impedire quanto stava accadendo; e che dunque, a quel punto, dovessero essere le persone e i loro corpi ad agire direttamente, chi salpando in mare su cinquanta ‘gusci di noce’, chi sedendosi sui binari della stazione del più remoto paesino, chi bloccando il transito di armi alla banchina del porto.
La seconda caratteristica è stata la consapevolezza di come la nuova cifra del capitalismo non contemplasse più la democrazia (per quanto più formale che sostanziale) fra i propri orpelli, ma avesse la necessità di imporre il proprio insostenibile modello solo attraverso il dominio, l’autoritarismo, la guerra.
Questa consapevolezza ha permesso un nuovo intreccio fra i contenuti anticapitalisti delle precedenti stagioni di grandi lotte (dagli anni ’70 del Novecento alle mobilitazioni altermondialiste di inizio millennio) e le istanze di lotta della nuova generazione.
Oggi è molto più chiara e diffusa l’idea che il capitalismo sia il problema, tanto nelle maree transfemministe, quanto dentro i mondi dell’ecologismo e dell’economia solidale.
La terza caratteristica è stata la comprensione della necessità della convergenza fra le lotte, le culture, le pratiche e le esperienze in campo.
Perché mettersi insieme serve a costruire le condizioni per l’espressione di Movimenti di massa, unica possibilità che si ha per fermare la deriva del modello capitalistico.
Ma anche perché, essendo il capitalismo diventato pervasivo, ogni faglia prodotta da una lotta ’specifica‘ dice una parte di verità e deve compartecipare alla costruzione dell’alternativa di società.
Per dirla in una battuta, serve una rivoluzione (dunque, Movimenti di massa) per produrre una società della cura, ma nessuna rivoluzione riuscirà se non avrà come obiettivo e paradigma la cura (di sé, dell’altra e dell’altro, del vivente e del pianeta).
Proprio l’attenzione alla convergenza ha portato dall’autunno 2025 fino alla primavera 2026 alla nascita di un nuovo spazio politico, culturale e sociale condiviso, che abbiamo denominato No Kings, anche sull’onda delle mobilitazioni che negli Usa hanno visto la ribellione delle città alle politiche di deportazione degli stranieri messe in campo dal governo Trump.
Lo spazio No Kings nasce dalla riflessione sul dominio come unica categoria delle relazioni di potere e, nel dichiarare il proprio antagonismo a tutti i re della finanza, del fossile, della guerra, del potere politico, considera la ferocia degli stessi come segno proporzionale della loro debolezza, e prova a prefigurare tanto la resistenza dentro la società quanto la costruzione, qui e ora, di pratiche ed esperienze che rendano possibile immaginare l’orizzonte e rendere credibile l’alternativa di società.
La vittoria del No al referendum sulla giustizia (22 e 23 marzo 2026), con il quale il governo Meloni voleva mettere la magistratura sotto il controllo del potere politico, è stata resa possibile proprio dalla volontà di questi pezzi di società di scendere in campo, anche con il voto, per fermare l’autoritarismo delle destre.
E la grande mobilitazione No Kings del 28 marzo 2026 ha reso evidente la necessità di uno spazio, dentro il quale realtà molto diverse fra loro potessero riconoscersi e intrecciare le proprie culture ed esperienze.
Le mobilitazioni sono continuate anche in questi mesi, per la Palestina, a sostegno della nuova Global Sumud Flotilla, contro le fabbriche di armi, contro le energie fossili e a metà giugno si è svolta a Bruxelles la prima manifestazione europea contro il Piano di riarmo dell’Ue; un passo importante nella costruzione di un movimento europeo contro la guerra.
Lo spazio di convergenza No Kings si è dato appuntamento per una grande assemblea in presenza il 18 luglio 2026 a Genova, nel corso degli appuntamenti e incontri per il 25ennale dalle mobilitazioni contro il G8 (luglio 2001) e la conseguente enorme violazione dei diritti umani messa in campo dai governi e dalle forze dell’ordine: dalle cariche ai cortei all’omicidio di Carlo Giuliani, dalle torture a Bolzaneto alla ‘macelleria’ della scuola Diaz.
Saremo a Genova per sottolineare il filo rosso tra chi allora, dopo tre decenni di liberismo, riapriva il futuro con il grido «Un altro mondo è possibile» e chi oggi, quando tutte le contraddizioni della globalizzazione liberista denunciate dal Movimento altermondialista sono venute a galla, dice a gran voce «Un altro mondo è necessario» e guarda alla costruzione di un’alternativa di società, come unica possibilità contro la barbarie.
Dentro questo anno di lotte sono stati fatti molti passaggi importanti, ma ancora molto lunga è la strada da percorrere. Credo possa essere attraversata in quattro direzioni complementari:
- tenere aperto e allargare lo spazio della convergenza: sono ancora troppe le culture, le esperienze e le lotte, che pur esprimendosi con sapienza e radicalità dentro la propria ’specificità‘, fanno fatica a considerare possibile un cambiamento di sistema e a ricondurre ciò che fanno dentro un orizzonte desiderato e condiviso;
- saper collegare gli elementi di riflessione sistemica con i problemi quotidiani delle persone: il mondo non è formato solo dai re, da una parte, e dalle attiviste e dagli attivisti, dall’altra. Fuori da questi insiemi c’è una moltitudine di persone che vive nell’angoscia della fine del mondo assieme a quella della fine del mese e ha bisogno di trovare luoghi in cui incontrarsi per passare dal panico individuale alla preoccupazione collettiva, ovvero iniziare a prendere in mano il proprio destino;
- servono le Reti, ma non sono sufficienti: le reti uniscono i nodi, ma hanno buchi enormi dentro i quali una società liquida transita senza essere intercettata; per questo bisogna passare dal fare reti a costruire tessuti, ovvero esperienze concrete che cambino da subito la vita delle persone, riaprendo allo stesso tempo l’orizzonte della possibilità;
- il nostro Paese è fatto di poche città e di moltissimi territori: lo spazio di convergenza deve saper parlare all’attivismo urbano ma deve saper ascoltare quanto proviene dalle comunità territoriali, laddove la partecipazione sociale è fisicamente più facile da costruire, ma dove i re (per quanto piccoli) regnano spesso indisturbati. Nessun orizzonte sarà possibile se non si attivano dentro i territori dei percorsi collettivi verso comunità di cura, di lotta e di trasformazione.
L’autunno 2026 sarà un autunno caldo, non solo perché la crisi ecoclimatica rende sempre più chiara l’insostenibilità del capitalismo.Sarà caldo perché, finita da tempo la favola liberista del benessere diffuso, i re della finanza e della guerra hanno deciso che, per preservare il loro potere, la gran parte dell’umanità debba essere considerata un insieme di vite da scarto e che le esistenze individuali abbiano senso solo se producono valore finanziario.
Vogliono la guerra. Scegliamo la vita. Tutte e tutti insieme, la vita.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 57 di Giugno – Luglio 2026: “Giovani e territori in movimento”

