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di Marco Bersani*
*articolo pubblicato su il manifesto del 27 giugno 2026 per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica
“Dieci miliardi in dieci anni per 100mila alloggi. Un provvedimento storico, che lascerà il segno anche nelle future generazioni”. Questo l’annuncio del governo in calce all’approvazione del disegno di legge “Piano Casa”.
Di cosa si tratta, al di là delle roboanti dichiarazioni? Davvero siamo di fronte a una pianificazione che inciderà sul diritto all’abitare che oggi, fra famiglie in difficoltà e famiglie in sofferenza abitativa, riguarda otto milioni di persone?
Niente di tutto questo e vediamo perché. Il piano si articola su tre pilastri.
Il primo riguarda l’Edilizia Residenziale Pubblica, per la quale si annuncia la ristrutturazione di 60mila alloggi (ma le cifre stanziate consentiranno a malapena di rimetterne in circolo la metà) e l’alienazione degli stessi, con l’acquisizione da parte degli inquilini che non hanno morosità. Il risultato finale sarà una netta diminuzione del patrimonio pubblico abitativo.
Stesso ragionamento per quanto riguarda gli alloggi di Edilizia Residenziale Sociale, per la quale si propone di riqualificare il patrimonio edilizio pubblico esistente per progetti destinati alla fascia “grigia” di popolazione (quella non così povera per accedere all’ERP, ma non così ricca da reggere affitti di mercato), che potrà accedere ad affitti “calmierati” e futura riscossione.
Per questo secondo pilastro, il piano prevede la creazione del Fondo Housing Coesione, un fondo immobiliare istituito da Invimit SGR, la società di gestione del risparmio controllata dal Ministero dell’Economia, su cui confluiranno risorse prelevate dai fondi per la coesione, dal Programma Metro Plus e città medie del Sud e ovviamente risorse provenienti dall’ingresso dei privati, i quali avranno voce in capitolo tanto sugli investimenti quanto sulla considerazione economica da attribuire al concetto di “affitto calmierato” (e le esperienze realizzate di housing sociale già insegnano).
Il terzo pilastro riguarda l’edilizia integrata e ha dell’incredibile: il piano prevede programmi infrastrutturali di edilizia abitativa che abbiano una ripartizione del 70% di edilizia convenzionata e un 30% a libero mercato. Con una serie di deroghe e facilitazioni per investimenti che raggiungano il miliardo di euro: costi di bonifica scomputati dagli oneri di urbanizzazione, cambi di destinazione d’uso in deroga, semplificazione dei passaggi relativi alle Conferenze dei Servizi e ai vincoli ambientali, paesaggistici o sanitari, incrementi volumetrici fino al 35%, possibilità di edificare senza piani attuativi e, dulcis in fundo, la possibilità di prevedere fino al 15% delle volumetrie per edifici destinati ad attività commerciali e di servizi.
Come si intuisce, un vero e proprio regalo alla speculazione immobiliare e finanziaria, che già abbiamo visto all’opera nella Milano trasformata in Dubai.
L’intero Piano Casa verrà inoltre gestito attraverso strutture commissariali, comportando verso l’alto il massimo accentramento delle decisioni e verso il basso la competizione fra i territori per poter accedere ai diversi fondi previsti.
Come risulta evidente, non siamo di fronte ad alcun piano. Non è prevista alcuna programmazione di interventi determinata dall’analisi dei bisogni sociali territorio per territorio, bensì siamo alla riproposizione del mercato come unico regolatore sociale.
Non siamo dentro la riscoperta di un ruolo del pubblico che mette mano al proprio patrimonio inutilizzato per costruire e gestire uno stock di case fuori dal mercato, ma di un pubblico che prepara le condizioni perché questo stock sia consegnato alla valorizzazione finanziaria, trasformando un bisogno fondamentale in patrimonio da mettere a valore per la rendita immobiliare.
Non desterà stupore dunque che, assieme al Piano Casa, siano state approvate disposizioni per accelerare sfratti e sgomberi: sembra evidente come, nella visione del governo Meloni, le vite delle persone si dividano in vite degne (quelle dei ricchi) e in vite da scarto (quelle di tutti gli altri).

