Il riarmo è uno spartiacque

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La spesa militare italiana 2010-2026. Fonte: Annuario MILEX 2026

di Marco Bersani*

*articolo pubblicato su il manifesto del 1 agosto 2026  per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica

Per fare chiarezza sulla questione del riarmo, è bene partire dai dati forniti dall’Osservatorio Milex, che, nell’Annuario 2026 presentato al Parlamento, segnala come l’aumento della spesa militare non sia un fatto episodico, bensì un elemento strutturale.

Tra il 2010 e il 2026, l’Italia ha destinato 429 miliardi di euro alle spese militari. Una parte consistente di questa abnorme cifra è stata destinata all’acquisto di sistemi d’arma: la spesa in questo settore è infatti passata dai tre miliardi del 2006 ai 13,1 miliardi del 2026, portando la cifra complessiva a 138 miliardi di euro.

Si tratta di valori destinati a crescere in modo considerevole: i più recenti Documenti programmatici pluriennali (Dpp) del ministero della Difesa stimano in oltre 130 miliardi il costo di nuovi sistemi d’arma nei prossimi 15 anni, di cui 35 miliardi già stanziati.

Ma gli impegni presi sono molto più onerosi: il costo aggiuntivo per la traiettoria Nato al 5% del Pil entro il 2035 (confermata dal Governo Meloni dopo il vertice del Patto atlantico di Ankara del luglio di quest’anno) è di circa 498 miliardi, un aumento di 53 miliardi rispetto ai 445 calcolati un anno prima.

Il rapporto segnala un altro dato interessante, ovvero che ogni anno gli stanziamenti definitivi superano sistematicamente le previsioni della Legge di Bilancio, con una forbice di aumento che va dal 9% al 16%.

È in questo contesto che il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato il ricorso all’indebitamento per accedere ai 14,9 miliardi di euro previsti per il nostro paese dal fondo finanziario europeo SAFE.

Per quanto si tratti di prestiti a tasso agevolato e restituibili entro un massimo di 45 anni, i soli interessi da pagare potrebbero valere dai 12,5 ai 16,7 miliardi e l’insieme del prestito potrebbe costare al nostro Paese dai 19 ai 29,5 miliardi (la forbice delle cifre dipende dalle modalità e dai tempi di restituzione).

Come si può intuire, siamo ben lontani dalla narrazione dominante che parla di soldi a fondo perduto, quasi fossero una libera elargizione. Così come non stanno in piedi le rassicurazioni che, dalla Presidente del Consiglio in giù, tutti si affrettano a dare sul fatto che l’accesso a questi fondi non inficerebbe in alcun modo la spesa sociale: non risulta da nessuna parte che i vincoli di stabilità finanziaria e il patto di stabilità siano stati aboliti, di conseguenza tutti i bilanci futuri dovranno tenere conto di questa zavorra distribuita nel tempo. E dovranno quindi ridurre proporzionalmente la spesa pubblica.

Se aggiungiamo il fatto che i fondi SAFE sono vincolati per legge all’acquisto di armi, il quadro è chiaro: mentre il Paese affronta una crisi economica, sociale, ecoclimatica senza precedenti, il governo Meloni spinge per un futuro dentro il quale sia la guerra a determinare gli assetti economici e sociali, mentre per chi dissente è già in atto una sorta di stato di polizia, determinato dai plurimi decreti sicurezza che scandiscono l’attività legislativa delle destre al governo.

Se la guerra sarà dunque il paradigma del presente e del prossimo futuro, il rifiuto della stessa comporta un radicale cambio di paradigma, elemento che non emerge in alcun modo dall’opposizione istituzionale, all’interno della quale si gioca con i termini per segnalare differenze che sono tuttavia interne al medesimo paradigma: o vogliamo far credere che, se invece di parlare di riarmo, scartiamo di lato auspicando la difesa comune europea, la sostanza cambi?

Non scherziamo. Per uscire dall’impasse in cui la crisi del modello capitalistico sta trascinando il pianeta vi è solo una ragionevole strada: il disarmo, la diplomazia dei e tra i popoli, la costruzione di una difesa popolare non violenta. E la mobilitazione sociale di massa per affermarla.

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