![]()

di Massimo Renno (presidente di AEres Venezia per l’altraeconomia)
Per i molesti riti dell’overtourism e della sua economia predatrice, lo spazio di Venezia è solo un souvenir, l’anima della città un ticket d’ingresso, il residente un paesaggio.
Così le economie superstiti si spingono, lottano per quella manciata di turisti, chiedono a chi toccherà la goccia.
Alcuni fuggono ai margini, nelle faglie e nei limen, nel water front che fa della laguna una piccola Sherwood, in un continuo riposizionamento difettoso e ribelle, perfino anfibio.
Per superare il sogno di Venezia e il trauma della sua comunità perduta servono nuovi modi di inventare l’esistenza seguendo regole facoltative, incompiuti, inattese possibilità, convergenze.
Quali tessuti comunitari attraversano l’Urbs, la polis, la civitas e infine l’agorà veneziana?
Forse servono due voci per raccontare la trama e il suo ordine solidale: una voce per vivere, l’altra per sentire.
All’albo comunale delle Associazioni del Comune risultano iscritte oltre 3.600 enti ed associazioni del Terzo settore. Ovunque il corpo della città, quello personale e associativo si esprimono, si contraggono e si contendono uno spazio estremo, sperimentale, di rottura gerarchica o di negoziazione.
I pensieri che guidano questi processi associativi sono a più dimensioni, punti di vista, sensibilità, formano l’arte del cambiamento e della transizione intrecciando lotte, visione e pratiche una di seguito all’altra, secondo una necessità creatrice ma non comprese una nelle altre. Essi trasformano il dolore e la rabbia in pensiero sociale, il pensiero in pratica e testo, la parola in qualche cosa che sopravvive al tempo presente, già oltre lo scontro e la questione se la nostra libertà e quella degli altri si conquista dentro le forme del potere o se esso stesso sia la negazione della nostra libertà.
Questi nuclei organizzativi convergono in ecosistemi orientati verso movimenti che agiscono sia su scala locale ma anche nazionale o internazionale, flussi non rappresentativi di persone che agiscono per aumentare gli spazi di possibilità (politica, culturale, sociale) in grado di contrastare l’aggressione permanente dell’attuale sistema capitalista. L’ethos che dimora nelle calli e nelle periferie infinite di Mestre e della Marghera post-industriale, grida ancora giustizia, pace, diritti, speranza.
Nei tessuti molecolari di Venezia, sulle sovrapposizioni estetiche ed etiche che formano la città, gruppi di giovani scivolano veloci su piccole imbarcazioni di notte, per imbrattare i muri delle case, per farle parlare, per definire l’orrore che la città vive, per risvegliare la coscienza sopita che non sa più di esistere, di potersi dare. Per non morire di necroeconomia in salsa lagunare, le voci dei Movimenti dell’altra economia si spingono in un abbraccio, lottano per fabbricare nuove Venezie possibili, diverse dalle reciproche sopravvivenze.
Questo sincretismo antagonista non viene nominato e nemmeno eletto, svolge il suo compito di cura mettendosi in gioco personalmente e come moltitudine. Ed è tra queste pieghe, tra modi diversi di autodeterminarci e autogovernare che le comunità veneziane sperimentano processi socioeconomici solidali perfino decrescenti. Tra le urgenze dei Movimenti che vogliono capire e quelli che vogliono agire scorrono fertili corrispondenze e la volontà di vivere tutto il nostro incompiuto, di intercettare i tanti contropoteri che già ora danno forma al nostro futuro.
Nello specifico contesto di Rio Terà dei Pensieri a Venezia, l’associazione AEres ha avviato dal 2007 un progetto di design di comunità che si prefigge di promuovere nel quartiere forme di socialità e di relazione basate sulla cooperazione, sulla riqualificazione ambientale e urbana, sul coinvolgimento attivo degli abitanti nel recupero e nella riappropriazione dello spazio comune, sull’inclusione delle fragilità, sull’autoproduzione, su un nuovo modello di economia solidale per la decrescita.
Questo luogo non è solo uno spazio, il set dove operare, ma anche il mezzo dove sperimentare collettivamente le possibili forme alternative di organizzazione sociale, di coscienza di luogo, di cambiamento. Al territorio sono riconsegnate le esperienze integrando, nei vari processi trasformativi, le pratiche di luogo e di ricostruzione dei legami sociali, culturali con l’esistente potenzialità della ricerca, dello spazio immaginato dai cittadini, associazioni, imprese solidali a partire dal loro impegno, responsabilità e cura, seguendo il tempo della passione e delle idee. Ad essere condiviso, oltre alle forme di autodeterminazione e autogoverno della realtà, al comportamento sugli stili di consumo, produzione e abitudini, è anche l’immaginario, la narrazione collettiva che la comunità costruisce della propria storia, la propria memoria e i propri valori di riferimento.
Il progetto di AEres Venezia non si pone solo domande su come intervenire nei processi comunitari, ma indaga sul perché sia oggi necessario sottrarre consenso al dominio della realtà capitalista sull’immaginario collettivo, elaborando culturalmente un nuovo modo dell’abitare in relazione al bios, alla qualità della vita, all’architettura sociale e al rinnovato protagonismo politico dei Movimenti. Non si sconfigge la sopravvivenza di Venezia con le parole della sopravvivenza ma si può e si deve costruire ogni istanza di comunità per ritrovare le regole per la produzione di uno spazio che sia assieme lotta e sogno, un modo di fare e vedere il futuro.
La città non è la “privatopoli”[1] e nemmeno – crediamo – la “collaborandia” di cittadini, imprese e mercato, ma il luogo dove si impara la responsabilità del comune, della relazione, della coscienza di luogo.
Stiamo quindi sperimentando la costituzione di una costellazione civica urbana di comunità che si parlano nella consapevolezza che le future e complesse cosmografie di reti etiche, solidali, sociali potranno collaborare, unirsi e consentire di includere tutto un bacino dell’informale solidale, la faglia sociale dove il soggetto, il frammento o filamento civico urbano investe e invita se stesso e gli altri nel desiderio di aprire uno spazio di possibilità per la transizione e il cambiamento dell’attuale sistema economico in un mondo che cambia velocemente.
Consigliamo l’ascolto e la lettura del testo di E mi me ne so andao (Peregrinazioni lagunari), canzone veneziana del 1600, itinerario nostalgico-romantico attraverso la laguna veneziana.
[1] Stefano Bartolini, Ecologia della Felicità (Aboca Edizioni, 2021)
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 57 di Giugno – Luglio 2026: “Giovani e territori in movimento”

