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di Roberto Guaglianone (Attac Saronno)
La proposta di legge di riordino del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) in discussione in queste settimane non è altro che la “soluzione finale” proposta dalle destre italiane per farla finita con l’articolo 32 della Costituzione, che sancisce il diritto universale alla salute per ogni persona presente nel nostro Paese.
Si tratta di un percorso politico di sistematico smantellamento delle conquiste introdotte dalla legge 833, che alla fine degli anni Settanta aboliva il sistema censitario delle mutue, cioè di quelle assicurazioni private che oggi si vogliono reintrodurre per determinare chi possa curarsi e chi no.
La demolizione del Sistema sanitario pubblico ha certamente avuto come sua punta di diamante la Regione Lombardia, governata da un trentennio dalle destre che, sin dalla prima presidenza Formigoni, avevano iniziato a minare la sanità pubblica attraverso la presenza sempre più pervasiva delle cooperative legate alla Compagnia delle Opere e la collocazione di manager affini nei posti chiave della sanità regionale.
Nonostante le evidenti falle dimostrate in questi decenni e culminate con la mala gestio della pandemia, la spinta alla privatizzazione sanitaria procede ormai anche al di fuori della regione che si proclama eccellente, propagandosi in ogni regione italiana, seppur con modalità differenti nei territori.
Non a caso, probabilmente, è stata proprio la Lombardia a vedere nascere al proprio interno le prime risposte dal basso per contrastare la liberalizzazione della sanità, in una regione dove ormai quasi un terzo dei residenti non ha più la possibilità di curarsi, soprattutto per motivi economici.
Funziona così: la definanziata sanità pubblica non garantisce visite mediche ed esami clinici in tempi che i medici di base (a loro volta sotto attacco) ritengono adeguati alle cure, per cui chi può si rivolge alla sanità privata, che garantisce queste prestazioni in tempi molto più rapidi, a fronte del pagamento della prestazione.
Oltre al danno, la beffa: il cittadino paga con le proprie tasse il finanziamento alla sanità pubblica e poi deve pagare una seconda volta le cure mediche a quei soggetti privati cui sempre di più sono indirizzate le risorse pubbliche.
Partendo da questi presupposti, nel 2022 hanno iniziato a diffondersi in Lombardia i cosiddetti “Sportelli salute”: gruppi di cittadine e cittadini che hanno scelto di organizzarsi per affermare il diritto alle cure laddove viene negato dalle strutture sanitarie pubbliche, contrastando così la spinta verso il ricorso alla sanità privata. A oggi, i dati relativi a due terzi degli sportelli lombardi parlano di 4.613 ricorsi presentati, dei quali l’81% ha avuto esito positivo, soltanto il 12% un esito negativo, mentre l’8% è ancora in attesa di risposta.
Gli sportelli, spesso collocati presso sedi di associazioni, sindacati e cooperative, ricevono le persone che si vedono private della possibilità di ricevere le cure che la legge garantisce loro come diritto, a partire dalla tempestiva assegnazione di visite specialistiche ed esami clinici nei tempi indicati dall’impegnativa del proprio medico e in prossimità del loro luogo di residenza.
Questa rimane ad oggi la principale funzione degli sportelli, che sono ormai più di 70 in tutta la Lombardia e vedono crescere il loro numero anche nelle regioni del Centro-nord del Paese. In particolare, l’orizzonte operativo limitato alla fondamentale lotta contro le liste d’attesa in sanità sembra essere quello che le principali organizzazioni (Acli e Cgil, in primis) desiderano mantenere anche per il futuro.
Tuttavia, i soggetti che iniziarono questa esperienza quattro anni fa – nata dall’iniziativa di un gruppo di abitanti della città di Lodi – hanno accumulato un numero così elevato di richieste di ripristino di diritti sanitari negati che la naturale evoluzione degli “Sportelli Salute” è andata ben oltre la difesa del diritto individuale alla prestazione sanitaria, arrivando a interessare anche il diritto collettivo alla salute delle comunità, ugualmente garantito dalla Carta costituzionale.
Un’evoluzione che ha preso due direzioni: una inerente all’attività interna degli “Sportelli Salute” e l’altra esterna, più legata alle politiche sanitarie territoriali.
Da una parte si sta affinando la tecnica per attuare dei veri e propri ricorsi collettivi, intentati alle autorità sanitarie locali e regionali non solo da singoli cittadini che chiedono tempi e luoghi stabiliti dalla legge per le loro prestazioni sanitarie individuali, ma anche da raggruppamenti di cittadini – individuati dagli operatori degli sportelli che ne conoscono le vicende sanitarie – uniti dal fatto di vedersi negata una prestazione che la sanità pubblica sistematicamente non garantisce nel territorio.
L’esempio più classico in tal senso è rappresentato dal cosiddetto follow-up sanitario post-ospedaliero: è infatti evidente come quasi nessun ospedale pubblico lombardo preveda una presa in carico dei pazienti sottoposti a interventi non completamente risolutivi della loro patologia, come avviene per molti malati cronici e/o oncologici, con il conseguente rischio di un grave peggioramento delle loro condizioni di salute.
Esistono quindi ricorsi collettivi che possono essere presentati alle autorità sanitarie territoriali, così come altri che, quando riscontrati su scala più ampia, possono essere promossi contemporaneamente da più Coordinamenti territoriali per il diritto alla salute — denominazione con cui vengono indicati i soggetti gestori dei singoli “Sportelli Salute” — composti da tutte le cittadine e i cittadini che hanno presentato ricorso, oltre che dalle volontarie e dai volontari impegnati nell’attività di sportello.
Si va dalla diffida formale all’esposto ai Nas dei Carabinieri a quello alla magistratura, che possono sfociare in procedimenti giudiziari nei confronti dei direttori generali delle Aziende socio-sanitarie territoriali (Asst) che, nei territori di propria competenza, devono rispondere dell’applicazione delle normative in materia di sanità.
Mentre scriviamo, è in partenza un’iniziativa congiunta dei Comitati territoriali di cinque ASST lombarde sul medesimo problema, rappresentato proprio dalla negazione del follow-up post-ospedaliero a un numero molto elevato di pazienti. Il coordinamento delle attività è affidato agli “Sportelli Salute” del Lodigiano.
Ma Lodi è anche il territorio in cui, anche sulla spinta dei soggetti che hanno costituito lo “Sportello Salute” locale, è stata avviata ormai da tre anni un’iniziativa esterna all’attività degli sportelli, denominata Piano Locale della Salute (PLS).
Si tratta della definizione partecipativa di uno strumento adottato dall’Amministrazione comunale, laddove il Sindaco è il responsabile della salute pubblica sul territorio e quindi la municipalità può esercitare prerogative nei confronti dell’autorità sanitaria partendo dalla salvaguardia dei ’fondamentali di salute’ dei propri abitanti.
La modalità lodigiana di costruzione del Piano Locale della Salute è stata fin da subito improntata alla partecipazione diretta dei cittadini: a seguito di un convegno di lancio dell’iniziativa, che ha fornito i dati di base sul fabbisogno di salute del territorio, la Città di Lodi ha emanato un bando pubblico per l’adesione a gruppi di lavoro tematici composti da cittadini, sia singoli sia associati in forme organizzate, incaricati di approfondire le criticità e le carenze nell’offerta di salute pubblica da parte delle istituzioni sanitarie.
Al bando hanno risposto 46 cittadine e cittadini, che hanno costituito la base operativa di lavoro per la redazione di versioni aggiornate annualmente del Piano e che si sono rese protagoniste insieme all’Amministrazione comunale di alcune vertenze nei confronti dell’autorità sanitaria: è di qualche mese fa la notizia che – a fronte della denuncia della scopertura di tale ambito d’intervento – il lodigiano si è visto assegnare otto unità di personale psichiatrico fino a quel momento non previste nell’organico locale.
Con occhio attento all’esperienza lodigiana, anche Attac Italia, con il Comitato locale di Saronno, ha deciso di intraprendere l’attività di sportello come segno concreto della sua lotta contro le privatizzazioni, in particolare nel settore della sanità, dove la nostra organizzazione si era già distinta portando in piazza 1.500 persone contro la chiusura dello storico ospedale della città – poi rimasto aperto – nella primavera del 2023.
Nasceva così, nell’autunno di tre anni fa, lo “Sportello SOS Liste d’Attesa” ubicato presso i locali della Camera del Lavoro saronnese, che al momento ha effettuato quasi 400 ricorsi, con esiti molto vicini alla media regionale. Anche a Saronno è di questi giorni la creazione di un “Comitato territoriale per il Diritto alla Salute”, costituito in origine dai volontari dello sportello (quasi tutti soci di Attac) che gestirà l’attività secondo le modalità evolutive già sperimentate a partire dall’esperienza di Lodi.
Così come una mozione del Consiglio comunale del dicembre 2025 ha recepito a Saronno la proposta, lanciata da Attac alcuni mesi prima, di attivare anche nella città varesina il “piano Locale della Salute”, che — proprio mentre questo articolo viene pubblicato — ha avviato le proprie attività, riunendo un primo gruppo di esperti coordinato da un consigliere comunale delegato ad hoc dalla sindaca. Tale gruppo dovrà dar vita alle modalità di partecipazione dei cittadini esplicitamente previste nella mozione, approvata all’unanimità con i voti di maggioranza e opposizione.
Esperienze dal basso di partecipazione popolare al diritto alla salute crescono. Facciamone fiorire ovunque.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 57 di Giugno – Luglio 2026: “Giovani e territori in movimento”

