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di Stefano Kenji Iannillo (presidente SOMA – Solidarietà e Mutualismo Avellino)
I numeri li conosciamo, ma vale la pena ripeterli perché si fa una certa fatica a tenerli insieme nello sguardo: negli ultimi 15 anni circa un milione e mezzo di persone hanno lasciato l’Italia, in larga maggioranza giovani con un titolo di studio, e a questo flusso esterno se ne somma uno interno, altrettanto strutturale, che svuota le aree interne, i piccoli centri appenninici, le province meridionali.
L’Irpinia, da dove scrivo, perde ad esempio ogni anno tanti abitanti come se ciclicamente venisse cancellato un paese intero, con le sue storie, i suoi saperi, le sue voci.
Si tende a leggere tutto questo esclusivamente come un problema demografico, o tutt’al più economico, parlandone in termini di invecchiamento della popolazione, fuga di cervelli, di saldo migratorio, di crisi della natalità.
La cornice statistica non basta, però, a leggere in profondità quello che succede davvero, perché l’esodo giovanile dai territori marginalizzati è prima di tutto un fatto politico: la sottrazione fisica del soggetto che storicamente ha “il mandato” di mettere in discussione gli equilibri di potere locali, un voto dato “con i piedi” da chi si è visto sottrarre ogni altra possibilità di incidere o realizzarsi sul territorio.
Quando chi ha venti o trent’anni se ne va, non se ne vanno solo braccia, competenze e contributi pensionistici: se ne va il conflitto. Quando il conflitto si ritira, il potere si solidifica e il cambiamento, la rigenerazione, il rinnovamento si allontanano.
In larga parte dell’Italia di mezzo e dell’Italia profonda questa solidificazione si vede a occhio nudo: le classi dirigenti locali — politiche, imprenditoriali, editoriali, spesso tra loro coincidenti per legami familiari o di scambio politico clientelare — non sono più oggetto di contesa, le opposizioni nei Consigli comunali esistono esclusivamente sulla carta perché schiacciate dal sistema maggioritario, i giornali di territorio sono in mano a chi ha interessi diretti nelle decisioni che dovrebbero raccontare, e tutto il resto — associazioni di categoria, fondazioni, enti del Terzo settore, partecipate, ordini professionali — si tiene in un reticolo familistico che non prova neanche a nascondersi, perché non c’è più nessuno fuori in grado di nominarlo e contrastarlo.
In questo contesto si palesano e si rafforzano dinastie territoriali, nuove forme di potere ereditario o privatamente trasferibile. Cognomi si ripetono nei posti che contano per due, tre generazioni o in due, tre luoghi di gestione del potere economico o politico. E questo per quanto piccolo sia, che sia di governo o di opposizione, di gestione o semplicemente di tribuna.
Questa condizione non va interpretata come un semplice aspetto del folklore del Sud Italia, una narrazione che spesso funge da giustificazione autoassolutoria. Al contrario, essa rappresenta la manifestazione tangibile di una democrazia che è stata privata di sostanza in moltissimi territori del nostro Paese.
C’è poi un effetto specchio che meriterebbe più attenzione di quanta gliene venga riservata: mentre nelle grandi città il governo sperimenta l’innalzamento della repressione del dissenso — sgomberi, denunce a freddo, daspo urbani, perquisizioni preventive — fuori dalle mura urbane il consenso a tutto questo cresce, non per una qualche presunta arretratezza culturale delle province, bensì perché in quei luoghi mancano spesso le condizioni materiali stesse del dissenso, ovvero gli spazi, le reti, i corpi intermedi vivi, un linguaggio condiviso, finanche le persone stesse portatrici del conflitto.
Si determina così un cortocircuito in cui la deriva autoritaria nazionale trova nei territori marginali il proprio serbatoio di legittimazione, mentre i territori trovano nella deriva autoritaria nazionale la conferma che a chi resta non sono date alternative al silenzio, alla sottomissione al potere familistico costituito o al voto “nazionale” di rivalsa — un cortocircuito che si autoalimenta, e che la sinistra ha contribuito a costruire scegliendo da decenni di disinvestire da quei luoghi rifugiandosi nelle città dove “l’aria rende liberi”.
La tentazione, di fronte a tutto questo, è leggere la cosa in chiave generazionale, come uno scontro tra giovani e vecchi, tra nuove generazioni e dinastie: cornice comoda, perché sembra immediatamente politica, e però trappola, perché trasforma un conflitto sui rapporti di potere — di classe, di genere, di appartenenza territoriale — in un fatto anagrafico e fa dell’avvicendamento biologico la soluzione.
Non lo è, e non lo è per una ragione semplice: le dinastie si riproducono benissimo per via anagrafica, e il rampollo trentenne che subentra al padre nello studio professionale, nell’azienda di famiglia, nel seggio comunale, è giovane esattamente quanto chi resiste fuori da quei circuiti.
Il punto non è cambiare l’età di chi comanda ma cambiare chi comanda e il modo di comandare, e per farlo serve un soggetto collettivo che torni a contendere il potere — quello istituzionale e quello informale, quello pubblico e quello privato — nei luoghi in cui oggi non viene più conteso.
Entra qui in gioco la questione dei corpi intermedi, e con essa la prospettiva su cui sta lavorando, tra le altre, la Campagna Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni lanciata da 23 organizzazioni nazionali, Arci compresa: la piattaforma identifica nove terreni concreti su cui rimuovere ostacoli — dalla casa al lavoro, dall’istruzione alla cura, dagli spazi pubblici di incontro alla cittadinanza — e costituisce probabilmente il più ambizioso tentativo recente di tradurre in proposte una diagnosi condivisa.
Resta però un punto che la Campagna non può permettersi di ignorare, perché ogni proposta di trasformazione atterra in modo diverso a seconda del territorio in cui prova a radicarsi: una “Casa di Futuro” a Bologna nasce dentro un ecosistema che già la sostiene, mentre in un capoluogo di provincia del Sud o in un’area interna deve farsi spazio contro l’inerzia di poteri locali che la percepiscono come minaccia o come un contenitore da anestetizzare. Interventi che quando nascono, lo fanno senza la copertura strutturale ma solo discorsiva di quegli stessi corpi intermedi nazionali che pure la promuovono.
Sta forse qui il compito più difficile su cui è necessario aprire una riflessione: ripensare i corpi intermedi a livello locale come strumenti di democrazia e conflitto territoriale anziché come terminali periferici di campagne pensate altrove, il che vuol dire investire risorse, persone e formazione politica fuori dalle mura urbane, accettando che i tempi della provincia sono altri, le mediazioni più dure, le minacce più dirette e più personali, le protezioni da garantire al “personale politico” più forti, il rischio di riprodurre involontariamente strutture di potere più alto. Vuol dire anche riconoscere che chi resta o torna in un territorio marginalizzato per fare politica non sta facendo volontariato civico ma sta tenendo aperto uno spazio democratico che senza quella presenza si chiuderebbe del tutto, e vuol dire infine ripensare le strutture interne di queste organizzazioni perché siano davvero permeabili a chi nei territori prova a contendere il potere, invece di limitarsi a rappresentarlo dall’alto.
Questo sentiero non ammette scorciatoie.
La provincia profonda che ha “votato vendetta” contro gli interpreti della svolta liberal della sinistra dei primi due decenni del millennio e che ha portato Giorgia Meloni al governo, può continuare a votare vendetta anche contro di noi e le nostre organizzazioni che quella svolta l’hanno sempre contrastata.
Ma può anche — se troviamo le forme giuste — diventare il luogo in cui le contraddizioni del progetto autoritario si rompono prima che altrove, perché è lì che le sue promesse di sicurezza, ordine e identità si scontrano ogni giorno con l’evidenza di servizi che chiudono, treni che spariscono, ospedali che si svuotano.
La questione territoriale non è un capitolo del programma: è il terreno su cui si decide se la democrazia in Italia ha ancora qualcosa da dire, se è ancora in grado di essere un contro potere all’uso familistico della cosa pubblica o se sopravviverà soltanto come fortezza assediata in alcune città libere.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 57 di Giugno – Luglio 2026: “Giovani e territori in movimento”

