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di Marco Bersani*
*articolo pubblicato su il manifesto del 4 luglio 2026 per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica
È entrata in vigore dal primo luglio scorso la nuova normativa sul TFR (Trattamento di fine rapporto) stabilita dalla Legge di Bilancio 2026. Chi verrà assunto nel privato da quella data in avanti “aderirà” automaticamente alla previdenza complementare e il TFR, insieme ai contributi a carico del datore di lavoro e del lavoratore per la previdenza complementare, confluiranno automaticamente nel fondo pensione previsto dal contratto collettivo di lavoro o, laddove non vi sia, verso il Fondo Cometa (metalmeccanici), individuato dal decreto del Ministro del lavoro 31 marzo 2020, n. 85.
Le lavoratrici e i lavoratori avranno 60 giorni di tempo per ritirare l’adesione, altrimenti scatterà il silenzio-assenso e, mentre chi deciderà di non destinare il proprio TFR alla previdenza complementare potrà sempre rivedere la propria decisione, la scelta verso i fondi pensione sarà irrevocabile.
A rendere l’adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorrerà una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5.300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20% invece che al 26%.
A gestire questa montagna di denaro – si tratta di 13 miliardi di euro – saranno i Consigli di Amministrazione dei fondi pensione, composti pariteticamente da rappresentanti dei sindacati e da rappresentanti dei datori di lavoro. Ma, naturalmente, la gestione reale verrà da questi affidata ai grandi fondi finanziari internazionali, i quali decideranno in totale autonomia dove investirli.
Ecco spiegata in poche righe la finanziarizzazione di un diritto e il trasferimento di reddito dal basso (il TFR è salario differito di chi lavora) verso l’alto (i grandi fondi finanziari).
Con questa mossa, quello che è un diritto garantito – il TFR lasciato in azienda matura una rivalutazione certa per legge, pari all’1,5% fisso più il 75% dell’inflazione ISTAT- diventerà un rendimento a rischio a seconda delle turbolenze dei mercati finanziari. Chi lavora sa quanto versa, non sa quanto percepirà.
E dal punto di vista dell’interesse generale, gli incentivi fiscali che accompagnano la forzata adesione ai fondi pensione comporteranno minori entrate per lo Stato pari a 6 miliardi di euro, che dovranno essere trovati o con nuovi tagli alla spesa pubblica o con finanziamenti a debito.
Alcune riflessioni vanno a questo punto poste.
La prima riguarda i fondi pensione: se fossero così convenienti per lavoratrici e lavoratori, come da ormai tre decenni raccontano in maniera trasversale tutti i grandi mass media, come mai non hanno sinora sfondato, al punto che per farli decollare si ricorre alla coercizione?
La seconda riguarda il ruolo dei sindacati: possibile che non si apra alcuna riflessione, quando la loro già critica trasformazione in produttori di servizi li fa addirittura diventare strumenti di finanziarizzazione dei redditi e dei risparmi di coloro che dovrebbero difendere?
La terza riguarda il controllo democratico sulla destinazione dei propri soldi: i grandi fondi finanziari -Blackrock in testa- sono presenti nel capitale sociale delle multinazionali del fossile, dell’intelligenza artificiale e delle industrie degli armamenti. Qualcuno dirà a lavoratrici e lavoratori che il loro salario differito, oltre a diventare volatile e a rischio, andrà a finanziare guerre, devastazione climatica e un’innovazione tecnologica che, per come è pensata, sarà finalizzata al loro licenziamento?
E la finanziarizzazione non finisce qui, perché dal prossimo primo ottobre lavoratrici e lavoratori potranno trasferire il capitale accumulato nei fondi pensione di categoria in un Piano Individuale Pensionistico (PIP) aperto, affidato a banche e assicurazioni, all’interno del quale il peso dei vari Blackrock sarà ancora più dirimente.
Nel silenzio generale della politica, che potrebbe essere descritto anche così: la destra fa il furto, la sinistra fa il palo.

