Uscire dalla guerra per un’economia di pace – Antonio De Lellis

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Primo corso

Guerra e finanza: l’intreccio letale

 

Quarta lezione

Uscire dalla guerra per un’economia di pace

Antonio De Lellis

4 giugno 2025

 

Qui la videoregistrazione della lezione:

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La situazione è in continuo movimento

Questo documento cerca di tenere conto dei continui sviluppi della situazione sui vari fronti:

il piano europeo Re-Arm da 800 miliardi e la nuova posizione isolata della UE schiacciata tra Russia e Usa;

l’inasprimento della guerra commerciale dei dazi in atto già da tempo, come tassello ulteriore della guerra capitalistica; dazi americani, la UE annuncia contromisure, ma è pronta a negoziare; la ripresa dei bombardamenti su Gaza e degli attacchi dei coloni nei territori occupati; l’entrata degli USA con Trump rende espliciti i disegni che da anni sottostanno nel colonialismo di insediamento israeliano ovvero i popoli autoctoni devono sparire, le rivolte e la resistenza armata non sono ammesse, il modello capitalista è il migliore (Gaza beach); Medio Oriente ri-diventa in parte territorio di conquista; l’UE, come entità economica e politica deve scomparire o essere fortemente ridimensionata, secondo la nuova visione del governo attuale degli USA.

 

Lo scenario

Lo scenario è caratterizzato dai seguenti aspetti:

-anche chi è contro le armi e la guerra vive un senso di attesa e impotenza;

-il fronte anti-guerra è diviso e disorganizzato;

-la volontà di armarsi e di confronto armato è ormai legittimata;

-il mancato sostegno al popolo palestinese;

-la mancata denuncia di Israele e della sua guerra di sterminio;

-l’assenza di sanzioni, nei confronti di Israele, l’assenza di qualunque blocco della fornitura di armi o del boicottaggio economico o della rottura delle relazioni diplomatiche;

-lo sdoganamento dell’ipotesi criminale di disperdere il popolo palestinese reo di ribellarsi e di resistere;

-il pericolo attuale è la progressiva israelizzazione della società;

-si è passati da un rispetto dei trattati, delle regole e degli organismi internazionali, vedi Corte penale internazionale, Corte di giustizia internazionale e ONU, ad un loro progressivo discredito;

-le risorse per il riarmo sottratte ai diritti;

-l’ambiente e la riconversione ecologica che vanno in secondo piano.

 

“La Guerra è un sistema”

e si presenta nei suoi molteplici aspetti:

guerra all’ambiente; guerra ai migranti, all’umanità fragile e sofferente; spese per il riarmo e nuovi sistemi d’arma;  neoprotezionismo; colonialismo d’insediamento, come in Palestina; finanziarizzazione bellica; – militarizzazione delle menti.

I conflitti armati recenti sono considerati come guerre capitaliste. La competizione capitalistica mondiale genera continuamente vincitori e vinti, con i primi che a lungo andare diventano creditori dei secondi che tendono, poi, a liquidarli o a condizionarli. La cosiddetta tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, col tempo sposta il controllo del capitale dei debitori liquidati verso i creditori che li acquisiscono.

 

Fatte queste premesse, c’è da chiedersi: perché si stanno creando le premesse per un’economia di guerra?

 

Dopo la caduta del muro di Berlino, un solo modello economico occidentale e neoliberista si è imposto al mondo globalizzato, ma la grande competizione mondiale non l’hanno vinta i paesi che l’avevano propugnata, bensì altri tra cui la Cina, L’Arabia Saudita, la Russia. Questo ha creato paradossalmente un Occidente indebitato che aveva bisogno della liquidità per sostenere la propria macchina politica ed economica. Finché l’abbondante liquidità dei vincitori della globalizzazione ha sostenuto l’Occidente, non ci sono stati problemi. Ma quando, dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008 la credibilità finanziaria occidentale è venuta meno e i Paesi creditori hanno acquisito pacchetti di controllo sulle grandi società occidentali, l’Occidente ha scatenato una guerra fatta di sanzioni, dazi e tariffe che va sotto il nome di neo-protezionismo.

 

Le guerre economiche e finanziarie fanno da apripista ai conflitti armati. L’Occidente sta cercando di imporre la perduta supremazia economica attraverso la presunta supremazia militare. A questo tentativo si contrappongono in termini altrettanto militari e bellicisti una manciata di grandi potenze che approfittano di questa crisi egemonica. Il risultato è un caos conflittuale, senza vincitori univoci né stabili che sta determinando una probabile lunga era della non pace.

 

Ocalan e la fine della lotta armata

In controtendenza all’escalation militare:

-proposta sui fronti della Palestina su Gaza e dalle penetrazioni in Cisgiordania da parte israeliana;

dell’Ucraina proprio mentre si sta tentando una difficile mediazione;

-rilevantissimo appare il documento con cui Ocalan e il PKK hanno dichiarato unilateralmente la fine della lotta armata, chiedendo l’inizio di un processo di pace con la Turchia e per l’intera area occupata dalle popolazioni kurde. Questo ha già riscontrato importanti accordi nella Siria del Nord-Ovest, dove i combattenti kurdi sono stati ufficialmente integrati nell’esercito siriano, precondizione al termine degli attacchi sulla provincia di Rojava da milizie islamiste addestrate e fomentate dal traballante rais di Ankara.

 

La guerra dei Dazi: dal friend-shoring alla trade-war

L’offensiva protezionistica della Casa bianca, che non si vedeva dagli anni Trenta, prevede una tariffa minima aggiuntiva del 10% su tutte le importazioni e sovrattasse per i paesi ritenuti particolarmente ostili al commercio.

L’annuncio da Washington di nuovi dazi commerciali ha provocato la viva reazione di numerosi paesi, dal Brasile al Canada, dalla Cina alla Tailandia.

E’ la fine della globalizzazione, per come l’abbiamo conosciuta finora e del sistema del friend-shoring, che è il commercio con i paesi allineati, inaugurato dai predecessori di Trump.

Il  friend-shoring, ossia delle catene di approvvigionamento, contando su un gran numero di paesi fidati, in modo da poter garantire in modo sicuro l’accesso a mercato, avrebbe dovuto ridurre i rischi della economia capitalistica occidentale nel periodo degli autocrati orientali e nei confronti dello strapotere della Cina.

Il friendshoring era sostanzialmente formato da un gruppo di partner con i quali ci si sente in sintonia rispetto alla geopolitica Usa.

Ora tutto questo è finito e un nuovo dis-ordine mondiale si è inaugurato, dagli esiti incerti.

 

Ucraina: trattamento shock

Siamo entrati nella trade-war che si va ad aggiungere alla shock war economy condotta in modo magistrale in Ucraina. L’opinione pubblica occidentale dall’inizio del conflitto è stata bombardata di notizie dal fronte di guerra. Mentre si è molto discusso del sostegno occidentale in termini militari, poco e nulla è stato detto di come l’assetto interno dell’Ucraina sia stato plasmato dalla “assistenza” euro-atlantica in direzione di un esperimento neoliberista veramente estremo. Le conseguenze per l’Ucraina di questo duplice attacco, neoliberismo estremo, da una parte, e occupazione russa, condannabile sotto ogni profilo, sono state, da un punto di vista politico-economico:

-debito pubblico estero galoppante

-spoliazione delle sue risorse;

-una caduta verticale dell’economia nazionale;

-distruzione di importanti infrastrutture;

-il governo, sopravvive solo grazie ai fondi occidentali; senza sovranità, non può opporsi alle pressanti richieste dei propri interessati protettori; il più probabile candidato al ruolo di Stato-fantoccio semicoloniale; spinto a combattere contro il nemico russo secondo i piani di Usa/NATO, per essere eventualmente abbandonato a se stesso quando la prospettiva strategica euro-atlantica non ne veda più l’utilità.

 

Democrazie versus Plutocrazie. Il ciclone Trump e la decadenza dell’impero USA.

Anche il tema delle plutocrazie e del “ciclone” Trump è centrale. Tra gli investitori e gli analisti finanziari europei c’è chi invita a guardare al vero anello debole degli Usa in questa fase storica, ovvero la necessità di rifinanziare continuamente l’enorme debito pubblico che ha ormai superato i 36.200 miliardi di dollari. E la Cina nel 2024 ha tagliato ancora a 759 miliardi di dollari la sua esposizione ai Tbond dagli 816 miliardi del 2023, seguendo un piano “geopolitico” di riduzione al finanziamento del debito Usa che va avanti da almeno un decennio (nel 2013 erano 1.300 miliardi).

Negli Usa l’anno fiscale 2025, il Congressional budget, office prevede un disavanzo di bilancio di 1.900 miliardi; il deficit commerciale nel solo settore dei beni è di oltre 1.200 miliardi, mentre i servizi vantano un surplus di quasi 300 miliardi. Per risanare i problemi citati, il dollaro, si afferma, dovrebbe essere svalutato, in quanto la moneta forte sarebbe responsabile del gigantesco deficit commerciale, e si dovrebbero cambiare anche le attuali condizioni per gli investimenti esteri negli Usa. Ciò, continua la narrazione, dovrebbe rendere il debito più sostenibile, le esportazioni più competitive e le importazioni meno convenienti. Il ragionamento alla base del nuovo corso storico è troppo, semplicistico. Si afferma che poiché gli Usa forniscono al resto del mondo la sicurezza e l’accesso ai mercati e ai consumatori statunitensi, Washington, in cambio, vuole tre cose: una svalutazione del dollaro rispetto alle altre monete importanti, per rendere il suo export più competitivo; il rilancio e l’ampliamento del suo settore manifatturiero, attraverso i dazi, e la trasformazione dell’attuale debito del Tesoro, detenuto da paesi e gruppi stranieri, in nuove obbligazioni con scadenza a cento anni. Sembrano davvero richieste fantasiose, tipiche di un impero in decadenza, nella sua fase terminale. Trump ci aggiunge il suo carico personale esigendo le terre rare dell’Ucraina, la Groenlandia, il Canada e tanto altro.

 

I principali difetti del piano di riarmo europeo.

-non finanzia un “Esercito Europeo”, ma acquisti scoordinati di singoli stati europei autorizzandone l’indebitamento.

-gli investimenti bellici accresceranno le differenze macroeconomiche tra i paesi membri dell’Unione.

-il diverso peso militare giocherà un ruolo crescente, nel tempo prevalente, nella formazione delle decisioni dell’Unione (che diventerà una dis-Unione).

-anche se non sono poste in contrapposizione diretta, saranno inevitabili drastiche riduzioni della spesa sociale.

-la rapida riconversione dell’industria civile in una di produzione militare (una sorta di keynesismo bellico) è puramente ipotetica e di realizzazione alquanto problematica: l’industria militare degli anni 2025-2030 non è quella degli anni 1939-1945.

-la gran parte delle spese sarà utilizzata per commesse alle industrie USA.

-un solo stato europeo potrà permettersi di utilizzare pienamente questo strumento: Le Repubblica Federale di Germania.

 

Possiamo ipotizzare, nel prossimo decennio, un’Unione Europea, ancor più squilibrata, con una Repubblica Federale sproporzionatamente armata, con più tesi rapporti con gli stati membri. Non si può non ipotizzare la possibilità, se non la probabilità, di un Cancelliere (o Cancelliera) di “Alternative für Deutschland”. Non esattamente una prospettiva tranquillizzante. Questo piano, a lungo periodo, potrebbe portare la guerra non solo dall’esterno dell’Unione Europea; ma addirittura a originarsi all’interno dell’Unione Europea. Ipotesi assurda, oggi; ma domani?

A margine di questa serie di considerazioni occorre sempre ricordare che la gran parte delle guerre, particolarmente le più catastrofiche, non sono frutto di una scelta, cinica ma razionale; bensì frutto di una serie di successivi fraintendimenti intrecciati ad azioni e reazioni. L’abitudine al calcolo del rischio, ipotizzando di conoscere il comportamento dell’avversario, porta inevitabilmente a quell’errore dopo cui avviene l’inevitabile.

Nessuno possiede il freno a mano d’emergenza.

 

Economia di guerra in Germania

Una delle interpretazioni possibili del piano Ue da 800 miliardi di euro è leggerlo alla luce del rapporto con la crisi industriale tedesca.

La pesante crisi dell’auto- 30 mila licenziamenti alla VolksWagen- può risolversi con la riconversione all’industria militare?

C’è chi mette in risalto i lati positivi di questa operazione: si salvano posti di lavoro, si mantiene comunque una posizione economica importante. O addirittura- come ha dichiarato Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo: “Difesa e sicurezza riguardano anche lo sviluppo delle comunità locali. Costruire una fabbrica di spille o di mine anti uomo, è la stessa cosa”

Industria militare in Germania ed in Europa vuol dire Rheinmetall che ha già acquisito lo stabilimento in dismissione della VolksWagen di Osnabruck definito “molto adatto” alla produzione militare. Rheinmetall ha già dichiarato di voler assumere 8 mila lavoratori- passando quindi a 40 mila- e sta inserendosi nella crisi della massima azienda automobilistica tedesca. Possibili, quindi altre acquisizioni.

Ma guarda anche al nostro paese grazie alla sua controllata Pierburg: a Lanciano e a Livorno. Anche qui il progetto è cambiare la produzione verso il militare. Movimenti già osservati dai sindacati: la Cgil vede difficile il passaggio in tempi rapidi, la Cisl la giudica una opportunità. Leonardo intanto ha già avviato una joint venture con Rheinmetall per produrre mezzi corazzati, settore dove è già attiva Iveco Defense. Al momento sono tessere di un mosaico che si sta però componendo.

Mentre Rheinmetall ha triplicato il proprio valore dal giorno dell’elezione di Trump e superato per la prima volta nella storia come volume di affari VolksWagen.

 

La finanziarizzazione bellica del vecchio continente

La parola guerra è diventata ormai lo strumento attraverso cui accelerare, in tempi record, la finanziarizzazione del Vecchio Continente. Polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali, tutto deve chiamare alle armi il risparmio diffuso e incanalarlo verso la nuova bolla con cui alimentare la riconversione bellica. Guarda caso, in poche settimane la lenta Commissione europea ha annunciato un Piano da 800 miliardi di euro di maggior spesa dei singoli Stati in armi. Ha inoltre rotto il tabù del Patto di stabilità per le armi. Messo in moto la Banca europea degli investimenti per finanziare le armi. Ha prodotto un documento, fatto votare al Parlamento, di supremazia europea, consentito la destinazione dei fondi di coesione al riarmo. E, dulcis in fundo, sta chiamando alle armi il risparmio degli europei. In parallelo la Bce ha ridotto il tasso sui depositi al 2,5% per rendere più conveniente l’investimento in settori bellici.

Non sembra che ci sia stata mai una mobilitazione analoga per salvare i posti di lavoro, per la sanità pubblica, per la lotta alle disuguaglianze o per l’istruzione.

 

Il debito è il nuovo genocidio dei poveri.

E a questo proposito il maggior debito che faremo per il piano europeo di riarmo è il peggior affare che possiamo fare anche da un punto di vista economico.

Greenpeace ha stimato che 1.000 milioni di euro spesi per l’acquisto di armi generano un aumento della produzione interna di soli 741 milioni di euro, mentre la stessa cifra investita per istruzione, welfare e protezione ambientale avrebbe un effetto quasi doppio. Uno scarto ancora maggiore si registra nell’impatto occupazionale: i 3mila nuovi posti di lavoro creati dalla spesa per le armi salirebbero a quasi 14mila se la stessa cifra fosse investita nel settore dell’educazione, a 12mila se investita in sanità e a quasi 10mila nella protezione ambientale.

 

Per ogni miliardo di € speso /investito la produzione aumenta di:

  • 741 milioni di € per settore bellico                         3.000 posti
  • 1.900 mil per settore ambientale                           10.000 posti
  • 1.562 milioni per settore sanità                             12.000 posti
  • 1.254 milioni per l’istruzione                                 14.000 posti

 

Bibliografia utile

 

“Uscire dalla guerra per un’economia di pace” a cura di Antonio De Lellis, Rosetta Placido, Stefano Risso – Cittadella, 2023

Descrizione

L’intento di questo libro, scritto a più mani, è anche quello di offrire ulteriori contributi di riflessione per far comprendere meglio ”la terza guerra mondiale a pezzetti”, per uscire da un sistema di guerra e costruire una economia di pace. Vi si affrontano anche altri conflitti, di tipo economico, finanziario e in diversi luoghi della terra, in particolare il conflitto arabo-israeliano.

Viviamo un’epoca nella quale emergono tutti i nodi del modello dominante: la crisi climatica, la guerra, l’eclissi della democrazia, dell’uguaglianza e della giustizia. La speranza degli autori e dei curatori del volume è quella di offrire piste per uscire dalla guerra e costruire una economia di pace nonviolenta, attraverso una risposta globale, per liberare la mente e il pianeta, superando la retorica della sicurezza. La pace disarmata è il nuovo paradigma della politica. Esercitarsi a vedere il conflitto anche quando non fa rumore è il primo passo da intraprendere.

 

“Le condizioni economiche per la pace” di Emiliano Brancaccio – Mimesis, 2024

Descrizione

Dopo il successo di La guerra capitalista, in questo nuovo progetto Emiliano Brancaccio sviluppa ulteriormente le sue tesi sulle guerre in corso e sulle loro cause sotterranee: dagli squilibri economici maturati negli anni del globalismo incontrollato alla reazione protezionistica americana. Innovatore del pensiero economico critico e ispiratore di un noto appello sottoscritto da vari esponenti della comunità accademica internazionale, Brancaccio indica una via per l’allentamento delle tensioni militari. Dall’Europa al Medio Oriente e oltre, i venti di guerra si propagano e la lezione da trarre dovrebbe essere chiara: in assenza di “condizioni economiche per la pace”, le contraddizioni capitalistiche mondiali ci sospingono verso il buio di una guerra su larga scala.

 

“L’obbedienza non è più una virtù” di don Lorenzo Milani – Chiarelettere, 1965

Descrizione

L’obbedienza non è l’unico modo di amare la legge. Lo è anche cercare di cambiarla, se non tutela i più deboli. È l’insegnamento di don Lorenzo Milani ai ragazzi della scuola di Barbiana e quello che dice ai suoi giudici per difendersi dall’accusa di apologia di reato. Il priore aveva difeso l’obiezione di coscienza, scrivendo a un gruppo di cappellani militari che l’avevano definita vile e anticristiana. La lettera costerà a don Milani un processo e la condanna postuma. Il priore di Barbiana si rivolge direttamente ai giudici e, a proposito dell’obbedienza e del suo ruolo di insegnante, dice: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

 

“La scuola va alla guerra” di Antonio Mazzeo – Manifestolibri, 2024

Descrizione

Il libro presenta un’inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia. È un processo poco noto, non solo al grande pubblico ma anche a molti insegnanti. Eppure, grazie a partnership sempre più numerose tra istituzioni scolastiche e apparato militare, gli studenti di ogni ordine e grado assistono a cerimonie e parate militari, a lezioni sull’educazione ambientale, sulla salute, sulla cittadinanza, sulla lotta alla droga e al bullismo e su svariati altri temi affidate a personale delle Forze Armate. È nel 2024 che avviene la formalizzazione a livello nazionale dei Protocolli di Intesa tra Ministero dell’Istruzione e dell’Università, che dà pieno diritto a rappresentanti del Ministero della Difesa di entrare nelle classi. Ma è dal 2017 che la formazione degli studenti italiani si può affidare alle Forze Armate, contemplando quasi tutte le discipline.

 

“Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace” di Papa Francesco – Solferino, 2022

Descrizione

La pace è molto più della semplice assenza di guerra. La parola biblica shalom indica una condizione di pienezza di vita che la violenza distrugge e annienta alla radice. Ed è proprio una riflessione radicale quella che Papa Francesco offre in queste pagine, nelle quali dispiega il suo insegnamento sulla necessità della fraternità e l’assurdità della guerra.

Pagine intrise della sofferenza delle vittime in Ucraina, dei volti di quanti hanno patito il conflitto in Iraq, delle vicende storiche di Hiroshima, fino all’eredità, purtroppo inascoltata, dei due conflitti mondiali del Novecento.

Francesco non fa sconti a nessuno e individua nella bramosia del potere, nelle relazioni internazionali dominate dalla forza militare, nell’ostentazione degli arsenali bellici le motivazioni profonde che stanno dietro alle guerre che ancora oggi insanguinano il pianeta.

Scontri che seminano morte, distruzione e rancori e che porteranno nuova morte e nuova distruzione, in una spirale cui solo la conversione dei cuori può porre fine.

Il dialogo come arte politica, la costruzione artigianale della pace, che parte dal cuore e si estende al mondo, il bando delle armi atomiche, il disarmo come scelta strategica sono le indicazioni concrete che Francesco ci affida affinché la pacificazione diventi realmente l’orizzonte condiviso su cui costruire il nostro futuro. Perché dalla guerra non può nascere nulla di veramente umano.

 

“Lezioni sulla guerra e sulla pace” di Norberto Bobbio – Laterza, 2024

Descrizione

Nel 1964 Norberto Bobbio decide di dedicare le sue lezioni di filosofia del diritto al tema della guerra e della pace. Un tema – non nuovo nella riflessione dei giuristi e dei politologi ma poco frequentato nei corsi universitari – che a Bobbio pare meritevole di essere trattato, non solo perché adatto a una ricostruzione storica e teorica di ampio respiro ma soprattutto perché reso urgente dal pericolo della guerra atomica, nel pieno della crisi dei missili di Cuba. Il libro espone e discute le varie teorie con cui nella storia si è tentato di giustificare la guerra e le diverse correnti pacifiste che hanno cercato di superarla, di ciascuna mettendo in luce gli argomenti, le incongruenze, i punti di forza e gli elementi di debolezza. Qui Bobbio avanza la sua celebre tesi circa l’impossibilità di giustificare la guerra in un’epoca in cui l’uso di armi così potenti rischia di mettere in questione la stessa sopravvivenza del genere umano. Un testo destinato a diventare imprescindibile rispetto a un dibattito contemporaneo spesso non all’altezza della drammaticità dei tempi che viviamo.

 

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