Il patriarcato tra guerra e finanza – Giulia Rodano

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Primo corso

Guerra e finanza: l’intreccio letale

 

Terza lezione

Il patriarcato tra guerra e finanza

Giulia Rodano

27 maggio 2025

 

Qui la videoregistrazione della lezione:

 

Nella manifestazione del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza di genere, uno striscione affermava che “La guerra è la più alta espressione del patriarcato”.

L’affermazione sembra, nella sua semplicità, persino banale: il patriarcato si fonda sulla sopraffazione di un genere, quello maschile, sull’altro, quello femminile.  Questa sopraffazione, come nel caso delle guerre, si è costruita sulla violenza, sull’esercizio della forza. Questa sopraffazione non si esprime solo nelle relazioni tra le persone, nelle relazioni private, ma ha informato di sé intere costruzioni sociali e politiche.

Dunque come non costruire una sovrapposizione con la guerra, che è oggi di nuovo, in modo così pervasivo, presente nella azione, ma anche nelle parole, nei pensieri, nelle narrazioni delle classi dirigenti, in particolare dell’Occidente liberista in cui noi viviamo?

In realtà quello slogan della manifestazione di novembre rappresenta l’approdo di un lungo processo di elaborazione, di lotta e mobilitazione delle donne.

 

Attenzione: non è il genere di per sé ad essere pacifista, contro la guerra.

Lo abbiamo pensato a lungo. Le donne erano escluse dalla guerra, non la combattevano, la subivano, ne erano in genere le vittime principali. Le donne pagavano alla guerra il prezzo della morte dei propri figli e dei propri compagni, la condanna dello stupro come strumento di terrore delle popolazioni civili. Quindi le donne erano e sono contro la guerra.

Se questo, tra le donne “normali” in genere è ancora molto vero, dobbiamo tuttavia assistere al paradosso di tante donne in posizioni di potere, in luoghi dove potrebbero determinare il corso degli eventi, che invece non fanno alcuna differenza.

Ursula Von der leyen, Giorgia Meloni, Kaja Kallas, Christine Lagarde, ecc. sposano non solo le scelte, ma anche le parole della guerra più tradizionali, maschili e patriarcali, a partire dalla creazione del nemico, come essenziale per definire la propria identità.

In una recente lettera aperta, Nadine Quomsieh, femminista palestinese fa una affermazione forte: “Un femminismo che non può nominare Gaza non è femminismo” e chiede ai movimenti femministi di tutto il mondo di prendere parola a difesa di donne che “non chiedono posti nei consigli di amministrazione o missioni su Marte. Chiedono di vivere, di avere cibi, acqua e sapone, assorbenti”.

Nadine Quomsieh con queste parole che sembrano un grido di aiuto, mette in evidenza una questione oggi cruciale per le donne e forse, con loro, anche per tutte e tutti coloro che vogliono costruire un altro mondo, una possibilità di vita alternativa.

 

La domanda da porsi è: che cos’è il patriarcato?

È solo un retaggio del passato, un portato di forze clericali o reazionarie, la nostalgia maschile di un potere che sta finendo?

O ancora è solo un problema culturale, che si affronta costruendo una educazione, un immaginario diversi e quindi si esaurirà con il passare delle generazioni?

È un insieme di idee, comportamenti, atteggiamenti che la modernità finirà per cancellare? E quindi le vicende come quelle di Gaza, le guerre, i nazionalismi, i sistemi economici fondati sullo sfruttamento delle persone e del nostro ambiente in realtà hanno altre cause e vanno affrontate in altri luoghi e con altri pensieri?

Se le donne ottenessero e quando le ottenessero, parità e uguaglianza anche sostanziali, se riuscissero ad andare su Marte e ad avere posti e opportunità, la questione sarebbe chiusa?

La verità è che tutto questo non è successo e non succede: come dice Nadine Quomsieth “Alle donne palestinesi è stata sottratta la scelta che è fondamento di ogni liberazione. Non ci può essere liberazione, se cammina sulle macerie. Se non ascoltiamo le voci che si levano dalle macerie, cosa stiamo veramente costruendo? Finché ci sono macerie sotto le quali giacciono donne, non c’è fine, non c’è indebolimento del patriarcato”.

E non è difficile vedere infatti che anche per le donne emancipate, per le donne occidentali e benestanti, si stanno erodendo i margini della propria libertà.

Certamente le mie figlie hanno avuto meno scelta di noi e meno ancora le mie nipoti.

E questa erosione, come la ben più drammatica regressione della condizione delle donne in tanta parte del mondo, sotto regimi teocratici e illiberali, va insieme all’affermarsi nel mondo della logica della guerra e delle economie liberiste che stanno occupando tutte le dimensioni dell’esistenza.

 

Dunque cos’è il patriarcato?

In genere intendiamo per patriarcato un insieme di idee, costruzioni sociali, modi di vivere e di organizzare la società che attribuiscono potere, possibilità, ricchezza agli uomini e tengono le donne in condizione di subordinazione e emarginazione.

Il patriarcato ha attraversato tante forme sociali, culturali economiche e giuridiche diverse.

La discussione sull’origine del patriarcato è infinita. Iniziata nell’800, è stata enormemente arricchita dalle studiose e militanti femministe della seconda metà del ‘900.

Moltissimi dicono che le comunità primitive di nomadi, cacciatori e raccoglitori, erano comunità senza prevalenza di un sesso sull’altro e, semmai, matriarcali e matrilineari.

Addirittura c’è un famoso libro degli anni 70 di Elaine Morgan “L’origine della donna”, che rovescia l’intera teoria dell’evoluzione che attribuisce alla caccia, alla forza e all’aggressività maschile l’acquisizione della stazione eretta e del linguaggio, per attribuirla invece alla necessità delle donne, in un lungo periodo di vita acquatica, di tenere in alto i piccoli e di comunicare con la voce, essendo impossibilitate dall’acqua al linguaggio del corpo.

Cura, accudimento, difesa e relazione, contro lotta, aggressione, uccisione.

In generale si attribuisce la evoluzione delle società in modelli patriarcali con il passaggio a modi di vivere più sedentari, alla crescita di importanza dell’agricoltura e dell’allevamento, alla nascita di agglomerati più numerosi.

In queste società si sviluppa la proprietà dei territori e dei beni, la possibilità di accumulare beni e risorse per affrontare i periodi di penuria, aumenta la popolazione e diviene necessario difendere il proprio territorio e/o conquistarne del nuovo. In questo contesto comincia ad apparire la guerra di difesa e di aggressione.

Per coltivare, conservare, difendere e conquistare territori diviene essenziale avere le persone che lo possano fare. E queste persone sono in primo luogo i figli, che non possono più essere i figli della comunità primitiva, allevati da tutte le madri e i padri. Me devono essere parte della proprietà, di una sola famiglia. Diventa essenziale controllare chi ha il potere di generare e rendere il modo di procreare e il frutto della generazione parte certa e riconoscibile della proprietà.

Comincia così la subordinazione delle donne, il renderle proprietà di una famiglia, obbligarle a generare figli per il lavoro (i proletari) e per la guerra (i soldati).

 

Questo assetto delle relazioni di potere all’interno della famiglia ha attraversato sistemi economici, politici, religiosi diversissimi tra loro. Ma nelle forme diverse che ha assunto, ha mantenuto e mantiene tuttora le sue caratteristiche di subordinazione e violenza.

E si sono mantenute nei secoli le narrazioni, gli stereotipi, il soft power che le sostiene.

Dalla minorità delle donne, ritenute incapaci di pensiero razionale e troppo preda delle emozioni, perché la loro funzione fondamentale è quella riproduttiva, perché i bambini hanno bisogno della mamma, perché le donne sono fisicamente più deboli.

Nel codice civile napoleonico del 1804, che viene considerato la definizione giuridica delle parole d’ordine della rivoluzione francese del 1789 – libertà, uguaglianza, fraternità – chi ha diritto a queste libertà sono i maschi e mentre si ammette che le donne possano ereditare, tuttavia si riafferma con forza la struttura gerarchica della famiglia e la subordinazione della donna e dei figli al marito e padre.

La famiglia cambia forma, ma i rapporti di potere rimangono e rimangono le finalità della organizzazione familiare: controllare la procreazione, avere un supporto per i sistemi di produzione e per i sistemi di dominio militare.

La famiglia costituita dal marito e padre lavoratore e la moglie e madre casalinga non è sempre esistita. È un’invenzione della metà dell’ottocento, quando la crescita delle forme di industrializzazione portavano a una separazione prima sconosciuta tra la dimensione familiare e quella del lavoro e richiedevano che venisse assicurato il cosiddetto lavoro di riproduzione della vita dei lavoratori, la loro sussistenza, la loro assenza da casa per tutto il giorno.

Prima le donne non erano affatto relegate alla funzione riproduttiva e privata. Nella famiglia allargata le donne lavoravano come gli uomini, in genere nell’agricoltura o nella piccola produzione. Anzi, all’inizio della rivoluzione industriale, quando servirono masse enormi di lavoratrici e lavoratori, lavoravano tutte e tutti, uomini, donne e bambini.

Anche la nozione di infanzia, di una fase della vita senza lavoro e riservata alla formazione e alla crescita è una conquista recente. Pensate che l’obbligo scolastico e il divieto di lavoro minorile fino a 13 anni in Italia viene conquistato solo nei primi anni ’60.

 

Ricordiamo che la possibilità delle donne di fare il magistrato è stata ammessa in Italia nel 1963 e che il delitto d’onore e il matrimonio riparatore (che consentiva al maschio stupratore di “rimediare” e non essere perseguito penalmente se sposava la vittima dello stupro sono stati aboliti in Italia nel 1981 e solo nel 1996 lo stupro è diventato da delitto contro la morale (del maschio proprietario della donna stuprata, naturalmente) a delitto contro la persona, cioè contro la donna. La legge sull’aborto è del 1978 e la contraccezione è diventata legale in Italia nel 1971.

Quando io ho cominciato, la pillola doveva essere prescritta come cura ormonale. Non potevo assumerla come contraccettivo.

Pensiamo a quanto sia ancora difficile, a quanto sia controversa e produttrice di scontri drammatici la vicenda dell’interruzione della gravidanza in tante parti del mondo, dalla Polonia all’Argentina.

In sostanza, ovunque si affermano sistemi sociali ingiusti, fondati sull’espropriazione, sullo sfruttamento, nelle diverse forme che questi hanno assunto, lì si è ribadita la dimensione patriarcale della relazione tra i sessi.

 

Certo molte cose sono cambiate. E soprattutto è cambiata radicalmente la coscienza delle donne, quello che le donne pensano di sè stesse, come si concepiscono. In tanta parte del mondo, non solo in occidente è anche cambiata la condizione materiale delle donne.Pensate solo che all’inizio del secolo scorso, la media nella vita di ogni donna era di undici gravidanze.

Ma queste trasformazioni sono difficili, continuamente contraddette e combattute. Le donne sono da due secoli pietre d’inciampo. Ma lo sono appunto solo da due secoli, in una storia lunga migliaia di anni.

 

Se guardiamo a questi due secoli in cui le donne hanno cominciato a contestare il patriarcato

In forme diverse e anche in contesti molto diversi, sia culturali, che ideologici che storici i movimenti liberali dopo la rivoluzione francese e quelli rivoluzionari legati al movimento operaio e al pensiero socialista e comunista hanno contato nella lotta al patriarcato? La hanno assunta come elemento di riflessione e come obiettivo di lotta?

Le suffragette della fine dell’800 traevano la loro ispirazione dalle idee liberali e democratiche nate dalla rivoluzione francese e si battevano per rivendicazioni – il diritto di voto (non dimentichiamo che il suffragio poteva essere nelle diverse situazioni più o meno largo, ma era sempre esclusivamente maschile), la possibilità di lavorare, l’abolizione della potestà maritale (che prevedeva che la donna dovesse avere il permesso del marito per stipulare contratti, avviare imprese o persino per lavorare) e così via.

Nonostante si muovessero all’interno della logica liberale in cui la cittadinanza e i diritti politici erano legati alla condizione di proprietario, tuttavia inevitabilmente anche il movimento delle suffragette, spinse verso la rivendicazione del diritto universale alla cittadinanza.

Per comprendere quanto fosse forte la resistenza, basti pensare che il voto alle donne fu concesso solo nel 1919 in Germania e nel 1918 nel Regno Unito, dopo la prima guerra mondiale, in Francia nel 1945 e in Italia nel 1946, dopo la seconda guerra mondiale!

E la potestà maritale fu abolita in Italia nel 1975!

 

Anche nel movimento socialista e comunista la presenza delle donne fu importante e segnò anche molto il modo di essere e le idee di questi movimenti.

Naturalmente i movimenti socialisti e comunisti accentuarono la lotta per cambiare le condizioni materiali delle donne, per rompere la segregazione femminile nel lavoro casalingo, per inserire, a volte persino in forme costrittive, le donne nel lavoro retribuito.

Affrontarono però anche la dimensione simbolica, giuridica e formale delle libertà femminili.

Dopo la rivoluzione russa del 1917, nel nuovo stato dei Soviet si sancì la parità giuridica, si legalizzarono aborto e divorzio, si depenalizzò l’omosessualità.

 

Naturalmente le cose non andarono sempre lisce.

Colpire le regole e le idee patriarcali è sempre dirompente. La libertà femminile è sostanzialmente eversiva. Non a caso nell’Unione sovietica di Stalin si rese di nuovo illegale l’aborto, che fu poi di nuovo liberalizzato nel 1955. Se si deve edificare una struttura gerarchica statuale o sociale questa non tollera la libertà femminile, non può consentire la sua autodeterminazione sulla riproduzione, il suo sottrarsi ai compiti della cura.

Tuttavia, nonostante i movimenti femministi abbiano giustamente posto in evidenza che rivoluzione sociale, conquista della parità e dell’uguaglianza, sia giuridica che sostanziale non erano stati e non sarebbero stati sufficienti a sradicare l’impianto patriarcale, in realtà tutte le grandi conquiste e trasformazioni imposte e ottenute dalle donne, la battaglia per la loro libertà, si sono intrecciate e hanno fortemente informato di sé periodi di grandi lotte democratiche e di grandi avanzate anche del movimento operaio, dei movimenti di liberazione dal colonialismo e dal dominio imperialista.

E hanno coinciso e informato di sé periodi di distensione, di lotta e conquiste sul terreno del disarmo, di trasformazione degli assetti mondiali sulla strada della cooperazione.

Hanno coinciso con l’affermarsi di idee pacifiste, di ricerca di soluzioni negoziate ai conflitti, di riconoscimento delle differenze e nella necessità della relazione, di rifiuto delle logiche competitive.

 

Basta pensare alla storia italiana: dalla elaborazione della Costituzione antifascista, in cui le donne impongono il decisivo articolo 3 e vede contemporaneamente l’articolo 1 e l’articolo 11,

alle lotte e alle conquiste che hanno segnato gli anni della Repubblica, fino alle grandi trasformazioni degli anni 60 e 70, statuto dei diritti dei lavoratori e del diritto di famiglia

riforma sanitaria e legge 180 e legge 194, le leggi sulla abolizione delle classi differenziali e sulla disabilità e le riforme Gozzini dei regimi carcerari, l’elevamento dell’obbligo scolastico, e così via.

Sono anni segnati da alcuni processi fondamentali nella battaglia per la giustizia e nella trasformazione degli assetti patriarcali: il riconoscimento e la socializzazione della cura, prima sempre taciuta, nascosta e relegata nel privato invisibile e gratuito, e quindi della edificazione dei sistemi di welfare universalistico, il diritto al lavoro come attività primaria della vita delle donne e quindi anche della affermazione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici come cittadini anche sul luogo di lavoro, l’allargamento della democrazia in ambiti in cui era negata, dalle fabbriche, alle scuole, alle carceri, ai corpi militari, ecc. l’affermazione delle politiche di pace e di cooperazione, l’obiezione di coscienza, l’idea che la repubblica si difende anche non in armi, ecc.

 

Sono gli anni della reazione liberista, del turbo capitalismo degli anni 80 e 90 che ci fanno tornare indietro. E, tra le prime, tornano indietro le donne, sui terreni propri della lotta al patriarcato. Con una innovazione tanto pericolosa, quanto contraddittoria: la trasformazione del concetto stesso di libertà che diventa la libertà liberista: ognuno è imprenditore di se stesso e può e deve farcela con le sue forze, la capacità competitiva e la vittoria sui competitori rappresentano la misura dell’identità personale; l’identità e la costruzione del nemico rappresentano le basi per la ricostruzione di tutte le forme del patriarcato. Il liberismo ha trasformato il diritto al lavoro in precarietà, la cura in doppio lavoro, la scelta in rinunzia a una dimensione dell’esistenza.

Le donne sono libere, ma solo libere di competere con le modalità e con le regole degli uomini.

 

Guardiamo alle donne potenti di cui dicevo all’inizio.

Possono solo rompere i vari soffitti di cristallo, conquistare posti e rappresentanze, ma non possono trasformare le basi della subordinazione loro e delle altre donne.

Per questo il grido di Nadine Quomsieh da Gaza è così forte e così spiazzante.

Perché le donne devono contrastare e rifiutare questa idea di libertà.

 

In conclusione possiamo affermare che patriarcato, capitalismo, economia finanziaria e di guerra sono strutture di potere che, pur non essendo la stessa cosa e mantenendo una loro autonomia, si sostengono e si alimentano a vicenda.

In questo senso il femminismo e la lotta delle donne sono intersezionali, attraversano e intrecciano le diverse forma di oppressione, che si accumulano e si alimentano tra loro, in una oppressione strutturale e violenta.

Non a caso tutte le nuove destre e anche le derive ormai inarrestabili delle cosiddette democrazie liberali sono ad un tempo riarmiste, belliciste, nazionaliste, familiste, per la riduzione della spesa pubblica, omofobiche, contrarie alla libertà femminile.

Pensiamo a “Sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana”

Ma le donne rimangono pietra d’inciampo e la libertà dal patriarcato che cercano è profondamente diversa. E questa è la strada per il futuro.

 

Bibliografia utile

 

“Il secondo sesso” di Simone De Beauvoir – Il Saggiatore, 1961

Descrizione

Con Il secondo sesso, Simone de Beauvoir affranca la donna dallo status di minore che la obbliga a essere l’Altro dall’uomo, senza avere a sua volta il diritto né l’opportunità di costruirsi come Altra. Con veemenza da polemista di razza, Simone de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna – sposa, madre, prostituta, vecchia – e i relativi attributi – narcisista, innamorata, mistica. Approda, nella parte conclusiva, dal taglio propositivo, alla femme indépendante, che non si accontenta di aver ricevuto una tessera elettorale e qualche libertà di costume, ma che attraverso il lavoro, l’indipendenza economica e la possibilità di autorealizzazione che ne deriva – sino alla liberazione del suo peculiare «genio artistico», zittito dalla Storia – riuscirà a chiudere l’eterno ciclo del vassallaggio e della subalternità al sesso maschile. L’avvenire, allora, sarà aperto. Con una determinazione prima sconosciuta e un linguaggio nuovo, che tesse il filo dell’argomentazione attraverso un’originale mescolanza di mito e letteratura, psicoanalisi e filosofia, antropologia e storia, Simone de Beauvoir sfida i cultori del gentil sesso criticando le leggi repressive in materia di contraccezione e aborto, il matrimonio borghese, l’alienazione sessuale, economica e politica.

 

“L’origine della donna” di Elain Morgan – Castelvecchi, 2012

Descrizione

Facendo eco con sorridente humor polemico a L’origine dell’uomo di Darwin, questo libro si pone come una vera e propria sfida alle interpretazioni sull’evoluzione, ancora oggi non del tutto estirpate, che vedono l’uomo ricoprire un ruolo primario e dominante. Elaine Morgan si interroga sulla posizione occupata dalla donna nelle società preistoriche e sul legame da cui nasce la famiglia, ma soprattutto porta avanti l’affascinante ipotesi che la nostra specie sia vissuta, durante la sua evoluzione, a stretto contatto con l’acqua e che proprio questo parziale adattamento acquatico abbia determinato alcune delle nostre caratteristiche. “L’origine della donna” smonta minuziosamente tutti i miti, le tradizioni e le “verità” basate su pregiudizi e preconcetti di genere che, purtroppo, faticano ancora a morire.

“Donne, razza, classe” di Angela Davis – Edizioni Alegre, 2018

Descrizione

Uscito per la prima volta negli Usa nel 1981, è considerato uno dei testi pioneristici del femminismo odierno. È con questo fondamentale lavoro infatti che Angela Davis ha aperto un nuovo metodo di ricerca che appare più attuale che mai: l’approccio che interconnette i rapporti di genere, razza e classe.
Il libro sviluppa un saggio scritto in carcere nel 1971, uno studio storico sulla condizione delle afroamericane durante lo schiavismo volto a riscoprire la storia dimenticata delle ribellioni delle donne nere contro la schiavitù. Racconta episodi tragici della storia degli Stati Uniti, frutto di miti ancora in voga come quello dello “stupratore nero” e della superiorità della “razza bianca”, ma anche eccezionali e coraggiosi momenti di resistenza. Raccontando le storie di alcune delle figure chiave della lotta per i diritti delle donne, delle nere e dei neri, e della working class statunitense, ricostruisce i rapporti tra il movimento suffragista e quello abolizionista, gli episodi di sorellanza tra bianche e nere ma anche le contraddizioni tra un movimento prevalentemente bianco e di classe media e le lotte e i bisogni delle donne nere e delle lavoratrici. Tensioni e contraddizioni che si ripresentano di nuovo tra il movimento femminista degli anni Sessanta e Settanta e le afroamericane.
La lezione principale di Angela Davis è quella di abbandonare l’idea di un soggetto “donna” omogeneo, nella convinzione che qualsiasi tentativo di liberazione, per essere realmente universalista, deve considerare la storia e la stratificazione delle esperienze e dei bisogni dei diversi soggetti in gioco.
Un testo che offre prospettive cruciali per il rinnovamento profondo di teorie, linguaggi e obiettivi del movimento femminista, in una fase storica come quella odierna segnata da una presenza crescente di donne migranti in Italia e in Europa, e un sempre più allarmante ritorno del razzismo.

Razzismo e sessismo frequentemente convergono e la condizione delle donne lavoratrici bianche è spesso legata allo status oppressivo delle donne di colore.

 

Sputiamo su Hegel. E altri scritti” di Carla Lonzi, La Tartaruga, 2023

Descrizione

È impossibile immaginare la storia del femminismo senza Carla Lonzi: grazie alla sua visione e al suo pensiero, è riuscita a cambiare il linguaggio con cui le donne parlano di loro stesse, della loro sessualità e dei loro desideri. Prendendo la parola per sé stessa, Carla Lonzi ha saputo darla alle donne che aveva attorno e che sono venute a contatto con i suoi scritti, in Italia e nel mondo: la pubblicazione di Sputiamo su Hegel nel 1970, insieme al collettivo femminista di Rivolta Femminile, è stata una vera e propria bomba nella società italiana reduce dalla contestazione culturale del Sessantotto ma ancora profondamente patriarcale. Insoddisfatta dalla cultura marxista che lasciava poco spazio all’autocoscienza femminile, Carla Lonzi ha deciso di dare spazio alla vita vissuta dalle donne nel quotidiano, nei rapporti con gli altri, in ogni ambito dell’esistenza, e lo ha fatto con un rigore e un’attenzione pieni di ferocia ma anche di amore. I riverberi di quell’esplosione si sentono ancora oggi: Carla Lonzi continua a essere amata, letta e discussa, e a generare nuovi filoni di pensiero. Questo la rende una delle pensatrici più radicali e vive che abbiamo la fortuna di leggere, al di là di qualsiasi geografia e ordine di tempo.

 

“Calibano e la strega” – di Silvia Federici – Mimesis, 2020

Descrizione

Pochi libri ci obbligano a ripensare un intero periodo storico. “Calibano e la strega” è uno di questi. Ripercorrendo da un punto di vista femminista tre secoli di storia – dalle lotte contadine e dai movimenti eretici del Medioevo alla caccia alle streghe del XVI e XVII secolo in Europa e nel “Nuovo Mondo” -, il libro offre una nuova visione sintetica dei fattori che portarono all’avvento del capitalismo, evocando un mondo di eventi, politiche e soggetti sociali assenti nella visione marxista della “transizione” e ponendo allo stesso tempo le basi per una nuova lettura dei contemporanei processi della globalizzazione.

 

“Genere e capitale” di Silvia Federici – DeriveApprodi, 2020

Descrizione

Questo libro è rivolto soprattutto alle migliaia di donne che animano le straordinarie manifestazioni dei movimenti femministi in corso.  «La rivoluzione comincia nella casa e parla il linguaggio della lotta delle donne». Questo ci dice Silvia Federici, una delle intellettuali femministe più stimate del panorama internazionale, figura centrale del movimento globale Non Una di Meno. L’incontro proficuo e conflittuale tra femminismo e marxismo è la traccia di questo libro, che raccoglie gli scritti che Silvia Federici ha prodotto nel corso di un lungo percorso teorico e militante, internazionalmente riconosciuto. Partendo dalla rivendicazione degli anni ’70 per il «salario al lavoro domestico», l’autrice sviluppa una serrata discussione con Marx che arriva fino ai nostri giorni, riproponendoci l’attualità e i limiti del suo pensiero. Passando per la critica della concezione di un soggetto universale della storia e seguendo le tracce della produzione di valore, ricchezza e sfruttamento nella sfera della riproduzione, Federici ci spinge a un superamento del marxismo e a cercare nel femminismo contemporaneo gli strumenti per l’emancipazione di tutti.

 

“Femminismo per il 99%” di Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Nancy Fraser – Laterza, 2019

Descrizione

Abbiamo bisogno di un femminismo che dia la priorità alle vite delle persone. Davvero la massima realizzazione per le donne è quella di arrivare a occupare posti di potere nelle gerarchie delle grandi aziende capitaliste? È quel che ci dice il femminismo liberale, che aspira a rompere il soffitto di cristallo, mentre non si preoccupa affatto delle esigenze della stragrande maggioranza delle donne. Esigenze come la lotta contro lo sfruttamento sul lavoro e i diritti sindacali; il riconoscimento della loro fondamentale funzione di cura dei figli, caricata sulle donne in favore della massimizzazione dei profitti; il diritto alla salute e a un ambiente non inquinato; la lotta contro ogni forma di razzismo e guerra. Oggi che il sistema di valori liberisti è in crisi e stiamo vivendo una nuova ondata femminista internazionale, abbiamo lo spazio per creare un altro femminismo: anticapitalista, antirazzista ed ecosocialista. Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser sono state tra le principali organizzatrici dello sciopero internazionale delle donne negli Stati Uniti.

 

“Perché il patriarcato persiste?” di Carol Gilligan e Naomi Snider – VandA Edizioni, 2021

Descrizione

Nonostante decenni di attivismo sulle disuguaglianze di genere e sull’uguaglianza dei diritti, perché la discriminazione rimane endogena al sistema sociale e politico? Cos’è che rende il patriarcato così resiliente e resistente al cambiamento? Senza dubbio uno dei fattori che lo tengono in piedi è il fatto che alcune persone traggono beneficio dai vantaggi iniqui che il patriarcato conferisce loro. Ma basta questo a spiegarne l’ostinata persistenza?

In questo libro davvero originale e molto ben argomentato, Carol Gilligan e Naomi Snider propongono una visione diversa, sostenendo che il patriarcato persiste perché ha una funzione psicologica. Imponendoci di sacrificare l’amore a vantaggio della gerarchia, il patriarcato ci protegge dalla vulnerabilità in cui l’amare ci pone e diviene paradossalmente un baluardo difensivo rispetto al rischio della perdita e dell’abbandono insito nell’amore.

Scoprendo i potenti meccanismi psicologici e le spinte irrazionali che sottostanno al patriarcato, le autrici ci svelano gli iniqui vantaggi che lo radicano e lo rendono così resistente e resiliente.

 
“Dall’avidità alla cura” di Vandana Shiva – EMI, 2022

Descrizione

Avidità, falsa economia, capitalismo apparentemente compassionevole, multinazionali che fanno profitti su ogni aspetto dell’esistenza umana e animale, manifestando disprezzo per l’ambiente e la Terra. Non si possono affrontare le diverse emergenze (climatica, sanitaria, economica, sociale e democratica) che sconvolgono il pianeta senza andare al cuore del concetto stesso di crisi. Non si può generare una vera economia di pace se, prima, non abbandoniamo un immaginario economico radicato nella guerra. «Dobbiamo liberare le nostre pratiche», spiega Vandana Shiva, «stabilendo una nuova alleanza ecologica tra le generazioni». Per costruire un futuro orientato al bene di tutti.

 
“Femminismo intersezionale e altre parole da conoscere per abbattere le discriminazioni” a cura di Break The Silence – VandA Edizioni, 2025

Descrizione

Tutto nasce da un episodio: uscendo con delle amiche, Mariachiara Cataldo, studentessa universitaria, si sente rivolgere da alcuni ragazzi parole molto spiacevoli e sessualmente offensive. Così decide di sfogare la sua rabbia sui social, provocando un effetto a catena che ha spinto moltissime ragazze a condividere le proprie storie. In questo libro, che parte dalla loro esperienza, le autrici ci offrono una guida alle nuove parole emergenti legate alle trasformazioni sociali del nostro tempo, proponendo soluzioni inclusive per quelle persone che non si sentono rappresentate dal linguaggio odierno. Neologismi e termini reinterpretati, sigle nuove e sigle vecchie mutate, perché la lingua è lo specchio di una realtà in movimento. Infatti, più una società è democratica e costituzionale, maggiore è il riconoscimento per tutti del diritto di potersi esprimere. Come scrive la sociolinguista Vera Gheno: “A una maggiore rappresentanza linguistica corrisponde una maggiore rappresentanza sociale e politica”.

 

Altri materiali

 

 

Siti web utili

 

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