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di Marco Bersani (Attac Italia)*
*articolo pubblicato su il manifesto del 18.04.2026 per la Rubrica Nuova finanza pubblica

Sappiamo ormai da tempo come la razionalità dell’economia capitalistica sia in realtà un susseguirsi di bolle finanziarie, rispetto alle quali la domanda non è più ‘se’ esploderanno, ma solo su ‘quando’ e ‘dove’.
La più recente nube all’orizzonte riguarda il mercato del debito privato.
Di cosa si tratta è presto detto: un canale di finanziamento alternativo a quello bancario, in cui investitori istituzionali -fondi finanziari, assicurazioni- prestano denaro direttamente alle imprese. Si tratta di un mercato cresciuto rapidamente dopo la crisi finanziaria del 2007-08 e il relativo inasprimento delle regole prudenziali allora imposto alle banche, che, unito a una fase di calo dei tassi d’interesse sui prestiti di denaro, ha aperto canali di finanziamento privato per tutto un settore di imprese (soprattutto piccole e medie). che avrebbero altrimenti avuto difficoltà a ottenere prestiti bancari.
Pur essendo stato dichiarato da subito come un settore stabile con previsioni di ascesa ed espansione, stiamo parlando di un mercato che, al contrario, è piuttosto opaco in quanto non regolamentato, ad alto rendimento per gli investitori ma ad altrettanto rischio d’insolvenza per i debitori.
Puntualmente, dopo anni di magnifiche sorti e progressive, il castello di carte gonfiato ad arte presenta le prime crepe. Le avvisaglie sono arrivate nello scorso mese di ottobre, con il fallimento improvviso di Tricolor e di First Brand, due società finanziarie statunitensi, a cui sono seguiti i casi del Fondo pensione dei dentisti tedeschi (Vzb) (che ha dichiarato perdite per 1,1 miliardi) e di Market Financial Solutions, che, a dispetto del nome, ha presentato a fine febbraio istanza di insolvenza.
Da questi primi ‘incidenti’ sono partite, nel primo trimestre di quest’anno, richieste di ritiro dai fondi privati da parte degli investitori per un ammontare di oltre 20 miliardi di dollari, soddisfatte solo parzialmente dai grandi gestori come Apollo Global Management, Ares Management, Blackstone, Blue Owl, KKR e Blackrock, i quali, per evitare la reazione a catena, hanno applicato forti restrizioni alla possibilità di rimborso.
La crisi del settore ha come sempre molteplici cause, che vanno dall’aumento dei tassi di interesse sul prestito del denaro, alle incertezze sugli investimenti in molte aziende di software (che potrebbero venire travolte dalle nuove tecnologie basate sull’IA), alle tensioni geopolitiche e relativa instabilità economica.
Ma, al di là delle cause specifiche, il dato è che un settore sinora decantato come inossidabile si trova attraversato da tensioni profonde che potrebbero portare facilmente a un contagio inarrestabile. Come disse Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock: “Quando si trova uno scarafaggio è probabile che ve ne siano molti altri nascosti”.
Qualcuno dirà che si sta parlando di un settore limitato, senza rischi sistemici. Non è così, perché nella sua fase di espansione i risparmiatori sono stati sempre più coinvolti direttamente e anche indirettamente con la crescente esposizione al debito privato da parte dei fondi pensione e delle casse dei professionisti che gestiscono i loro risparmi previdenziali. Inoltre anche le banche, che sono meno propense a finanziare le imprese ad alto rischio, hanno stretto forti legami con gli operatori del credito privato, sia investendo direttamente nei fondi stessi, sia agendo come intermediari per collocare i fondi ai propri clienti.
Stiamo parlando di un volume d’affari passato dai 4mila miliardi di dollari nel 2008 agli attuali 16mila miliardi.
Ovvero dell’ennesima bolla prodotta da chi persevera nel considerare la finanza una scienza e l’economia capitalistica il migliore dei mondi possibili.

