Giovani in movimento prendono parola

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29 settembre 2025, Roma, Liceo Cavour occupato (foto di Cavour Autonomo)

di redazione granellodisabbia 

 

Le grandi mobilitazioni che hanno attraversato l’autunno 2025 per Gaza, la Palestina e il sostegno alla Global Sumud Flotilla; la vittoria (marzo 2026) del No al referendum attraverso il quale il governo Meloni voleva mettere la magistratura sotto controllo del potere politico; la grande manifestazione No Kings di fine marzo 2026; le lotte che dentro ogni territorio si sviluppano contro il riarmo, la guerra, l’autoritarismo. Hanno tutte in comune un dato: una nuova generazione di giovani è scesa in campo. Noi crediamo per restarci.

Per questo abbiamo pensato di dare parola ad alcune e alcuni di loro. Senza alcuna pretesa di rappresentarne le istanze e senza alcuna ambizione sociologica.

Abbiamo posto loro dei temi, ci hanno risposto. E continueremo a camminare domandando.

 

  1. Ci fate una vostra breve presentazione? 

 

Ferdinando: Ho 26 anni. Sono cresciuto a Firenze ma ho studiato all’Università di Bologna, dove ora sono dottorando di ricerca.

Mattia: Sono di Bologna, ho 22 anni. Studio scienze politiche all’Università, lavoro come barista e sono un militante dei Municipi Sociali di Bologna.

Maria Luisa: Ho 31 anni, sono di Roma, e sono al momento disoccupata. Il mio percorso lavorativo non è molto lineare. Mi sono laureata in biologia cellulare e, spostandomi in giro per l’Europa, mi sono interessata allo studio dell’interazione fra i microrganismi e le cellule umane e animali. Dopo una pausa lavorativa – o crisi dei 25 anni – ho iniziato a collaborare col mondo del no profit, dirigendomi poi verso la cooperazione internazionale. Ho svolto il Servizio civile in Ruanda e poi ho coordinato un progetto sull’agroecologia e la sovranità alimentare in Burkina Faso. La transizione verso la cooperazione è stata per me un naturale proseguimento dell’impegno civico e di una visione molto legata all’idea di collaborazione. Mi ha sempre affascinata la metafora della teoria endosimbiontica, che spiega lo sviluppo delle cellule più complesse come l’unione di cellule più piccole, più ’semplici‘ e tuttavia specializzate, che poi sono diventate organelli indispensabili di quelle più grandi. Mi sembra una bella immagine di cosa significhi mettere insieme le forze per costruire qualcosa che superi la somma delle parti. Ora sto cercando di capire come costruire una vita professionale più sostenibile per me, che tenga insieme dignità del lavoro, relazioni umane e contributo al cambiamento.

Niccolò: Ho 16 anni, sono nato e cresciuto a Roma. Sono militante da quando ero in prima liceo. Ho sempre avuto un forte interesse per le battaglie politiche, economiche e sociali e, fin da subito, ho cominciato a militare nel Collettivo della mia scuola, il Liceo Cavour. Successivamente ho collaborato a formarne un altro, attivo a tutt’oggi, che si chiama “Cavour Autonomo”. Collaboro anche con i Collettivi di altre scuole e con realtà giovanili che partono dal basso. In questo periodo stiamo affrontando il tema della remigrazione, proposto dall’estrema destra.

Neeliya: Sono una studentessa del quinto anno del Liceo scientifico di Trapani. Sono nata nello Sri Lanka e vivo con la mia famiglia in Italia da quando avevo quattro anni. Nel 2025, insieme ai miei amici abbiamo attivato Fridays For Future Trapani e organizzato manifestazioni, banchetti e altre attività di volontariato e sensibilizzazione ambientale. Abbiamo mobilitato Trapani per scioperi e manifestazioni contro il genocidio in Palestina, a supporto degli attivisti della Sumud Flotilla e ci siamo uniti alla causa della Mediterranea Saving Humans.

 

  1. Che cosa vi ha spinto a diventare attiviste/attivisti?

 

Ferdinando: Direi che la prima causa ad avermi spinto all’attivismo è stata quella ambientalista. Poi piano piano ho realizzato come altre cause erano legate a essa e meritavano di essere difese, come la giustizia sociale, i diritti animali, il pacifismo, e così via. Fare attivismo per me significa difenderle senza accontentarsi di aver votato alle urne.

Mattia: Ho iniziato ad interessarmi e a fare politica nel Collettivo della mia scuola. L’ondata di occupazioni della primavera 2022 (a Bologna e in Italia) per me e tantissim* giovani e student* è stata l’espressione di tutto il malessere che la pandemia da Covid-19 e le conseguenti misure di lockdown e distanziamento sociale avevano generato. Da lì in poi ho preso parte alle battaglie per gli spazi e la cura della nostra scuola portate avanti dal Collettivo e, finita la scuola, ho scelto di fare politica nei Municipi sociali mentre via via mi interessavo alle questioni cittadine e internazionali.

Maria Luisa: Sono un’attivista in divenire e, per il momento, mi concentro soprattutto sulle piccole azioni e sul cambiamento delle abitudini quotidiane. Una maggiore consapevolezza di sé e del mondo rende difficile restare semplicemente a guardare. In passato sono state celebrate, giustamente, figure eroiche quasi dedite al martirio. Oggi le comunità sono finalmente al centro della narrazione perché il cambiamento reale passa soprattutto attraverso gruppi di persone capaci di condividere risorse, competenze e responsabilità nel lungo periodo. Mi interessano molto le esperienze in cui si riescono a costruire forme concrete di collaborazione e sostegno reciproco, anche in piccolo, malgrado le tante barriere sistemiche che scoraggiano la costruzione di legami duraturi: competizione continua e performance, precarietà, burocrazia, velocità. Viviamo inoltre in una realtà estremamente frammentata che produce una forma di burnout generazionale dovuto alle troppe informazioni. Tutto sembra urgente, tutto richiede attenzione e, personalmente, a volte mi confondo dentro questa molteplicità di cause e stimoli. Immagino che altri attivisti abbiano motivazioni più chiare o direzioni più definite.

Niccolò: Partirei dal dire che il mio percorso politico mi piace definirlo di militanza e non di attivismo perché come termine valorizza lo sforzo costante che una persona deve mettere nel suo lavoro per incidere effettivamente nella realtà, e mette al centro il dovere di agire e non di attivarsi sporadicamente. Il mio percorso politico sicuramente è iniziato quando, da subito, sono stato introdotto nell’ambiente sociale della mia scuola, partecipando ad aperitivi, eventi sociali e assemblee a cui ero stato invitato. Per questo la socialità è stata sicuramente un fattore importantissimo; con lo scorrere del tempo invece la mia attivazione non è stata più circoscritta a eventi sociali ma ha iniziato a diventare organizzazione e uno dei passaggi fondamentali che mi ha portato ad essere sempre più attivo è stato il passaggio dal ’subire‘ l’attivazione degli altri a esserne io stesso portatore. Questo perché credo che nella vita di ogni militante ci sia un momento in cui si rende conto della quantità di contraddizioni del sistema e questo momento tendenzialmente avviene quando sei tu il primo a cercare di combatterle. Per cui, cominciando sempre di più ad attivarmi contro le ingiustizie sociali, che a una persona piccola possono sembrare distanti, queste lotte entrarono sempre di più anche nella mia vita; questo fu un momento decisamente importante per il mio percorso, perché capii quanto tutto ciò che mi era attorno facesse schifo.

Neeliya: Cò che mi ha spinto a fare attivismo è stato il costante senso di impotenza e oppressione che percepivo da quando ho preso consapevolezza delle ingiustizie sociali e ambientali; i piccoli cambiamenti e adattamenti per uno stile di vita più sostenibile non sembravano più bastare e, in relazione alle condizioni del mondo, sorgeva la necessità di far sentire anche la mia voce. Infatti, penso che ciò che più mi ha convinto a dover fare qualcosa sia stato il bisogno di diffondere maggiore consapevolezza sulla gravità della crisi ambientale e soprattutto sulle vere cause alla radice di essa. È stato grazie al contatto con Fridays For Future che ho capito come funzionasse il mondo dell’attivismo.

Sciopero globale per il clima  (Foto di Attac Torino)
  1. Dall’autunno 2025 la vostra generazione è stata protagonista delle mobilitazioni per Gaza, per la Palestina, per l’appoggio alla Global Sumud Flotilla, fino alla primavera 2026 che vi ha visto decisivi per il No al referendum sulla giustizia e di nuovo riempire la piazza della mobilitazione No Kings di fine marzo 2026. Secondo voi, cosa vi ha mosso a riempire le piazze e a bloccare tutto?

 

Ferdinando: Penso che sia difficile parlare per tutta la mia generazione, ma sicuramente molti sono al tempo stesso informati sulle tante ingiustizie del mondo e consapevoli che la mobilitazione nelle piazze è uno dei pochi modi per far sentire la propria voce. Molte delle questioni citate sono scomode e perciò volentieri ignorate da chi ci governa. Manifestare solleva l’attenzione di tutti su un problema, obbligando anche la classe politica, come minimo, a farci i conti.

Mattia: La bandiera della Palestina lo scorso autunno è materialmente diventata il simbolo dietro a cui tantissime persone, collettività, desideri e lotte si sono unite. Siamo stat* fra i primi a mobilitarci dall’inizio del genocidio del Popolo palestinese, a partire dalle acampade nelle università e, lo scorso autunno, la Global Sumud Flotilla ci ha offerto uno spazio di mobilitazione che fino a poco tempo prima non c’era. Su quelle barche c’erano persone di ogni età, religione, cultura, professione e parte del mondo, ognuna con la propria storia e il proprio portato, tutt* unit* nella lotta contro il colonialismo e il genocidio israeliano. Una dimostrazione – in scala minore rispetto agli equipaggi di terra – di quanto sia possibile essere potenza collettiva quando si fa rete e ci si mette in movimento, nel rispetto delle differenze e con pratiche diverse, per un obiettivo comune. E poi, in quelle piazze si respirava l’aria della contesa come mai avevo visto prima. Durante le giornate e nottate in corteo, fra lacrimogeni, sirene e idranti, tutt* sapevamo che esserci o meno faceva la differenza, e ognun* dalla propria posizione e con i propri mezzi si è mess* a disposizione per bloccare tutto e sostenere il Popolo palestinese.

Maria Luisa: Il non sentirci a nostro agio con l’essere complici di genocidi, dello svuotamento progressivo dei diritti e della giustizia. Il voler gridare che non siamo d’accordo, che non vogliamo semplicemente adattarci a un presente percepito come inevitabile. Anche nel lavoro, abbiamo sempre più il rifiuto di impiegare le nostre energie in sistemi che percepiamo come distruttivi o completamente scollegati dal benessere collettivo. Le mobilitazioni sono state un modo per uscire dall’isolamento e trasformare una sensazione diffusa di impotenza in presenza collettiva. In quei momenti molte energie, che normalmente restano disperse, riescono temporaneamente a trovare una direzione comune. La sfida è trasformare quella spinta emotiva in percorsi più continui, concreti e sostenibili nel tempo.

Niccolò: Il «Blocchiamo tutto» è sicuramente stato un momento fondamentale per l’attivazione giovanile nei licei. Sicuramente i fattori principali di questa mobilitazione di massa giovanile sono stati sia il tema generazionale sia il momento contingente, nel quale le contraddizioni del sistema che viviamo si sono fatte sentire maggiormente. Per fattore generazionale, intendo dire che la nostra generazione, quella liceale e universitaria, è fortemente incompresa e viene vista come nullafacente e capace solo di procrastinare, mentre nella realtà queste mobilitazioni sono l’esatta prova che le giovani generazioni hanno ancora voglia di essere ascoltate e di far pesare la propria voce. Con la partecipazione di massa che abbiamo visto, la volontà dell’universo studentesco si è fatta sentire. Questo è il dato innegabile delle mobilitazioni del «Blocchiamo tutto», che poi si sono evolute nelle lotte sociali dei mesi a seguire, dal NO al referendum sulla giustizia al NO alla riforma 4 + 2 di Valditara, fino alla mobilitazione contro la remigrazione. La risposta dei governi e delle istituzioni internazionali a quella stagione di mobilitazioni è stata sostanzialmente assente o contraria, spingendo la nostra generazione a rimettersi in gioco per costruire un movimento dal basso capace di cambiare davvero le cose. Ciò è avvenuto anche perché i Paesi occidentali, l’Europa e gli Stati Uniti, nel pieno di una crisi sistemica, hanno manifestato in modo sempre più evidente le loro contraddizioni.

Neeliya: Penso che ciò che spinge i giovani a schierarsi e scendere in piazza sia la speranza di poter cambiare le cose, di scrivere la storia e di crearsi un futuro che dia spazio a tutti; speranza che si è tramutata in certezza, come abbiamo potuto vedere dalle manifestazioni; e i traguardi raggiunti, per quanto piccoli, ci aiutano a mantenere alta la fede nell’azione collettiva e nella nostra capacità di influenza nel mondo. Tutto ciò è dimostrazione del fatto che i giovani non sono inerti e immobili davanti alle ingiustizie nel mondo ma che ci sono tematiche che risuonano profondamente in ciascuno di noi.

 

  1. La vostra generazione è la prima che si trova ad affrontare un futuro senza certezze. Precarietà, crisi ecoclimatica, formazione basata sulla competizione, la perfomance e il risultato. Cosa vi preoccupa di più e perché?

 

Ferdinando: Purtroppo è vero che siamo attraversati da molteplici crisi: da quella climatica a quelle che interessano il mercato del lavoro, senza dimenticare la crescente incertezza geopolitica. Non credo, però, che si tratti di stabilire una gerarchia delle priorità, vista la rilevanza di ciascuna di esse. A livello personale, occupandomi di ricerca nel campo delle politiche climatiche, sono preoccupato e quindi impegnato sia sul fronte ambientalista sia nella lotta contro la precarietà nel mondo della ricerca. Secondo molti, queste e altre battaglie sono strettamente interconnesse e si possono vincere mettendo in profonda discussione i nostri modelli di sviluppo economico, basati su una crescita ininterrotta e insostenibile.

Mattia: La cosa che più mi spaventa – e, credo anche, faccia paura della mia generazione – è la consapevolezza che il sistema sociale in cui viviamo è in profonda crisi e ci sta portando verso scenari di morte, devastazione ambientale e sfruttamento della vita in ogni sua forma. Spesso il racconto pubblico – soprattutto in Italia – della mia generazione la dipinge come passiva e incapace di fare o pensare in modo autonomo, e io credo il motivo sia proprio la volontà di nascondere la realtà: in questo Paese tutte i cicli di lotte recenti ci hanno visto partecipi quando non protagonist*. Giustamente si parla della solidarietà al Popolo palestinese e dell’ultimo referendum, ma voglio citare anche le maree transfemministe, i Fridays For Future, le battaglie per la cittadinanza e contro razzismo e xenofobia. La mia generazione è perfettamente consapevole del mondo in cui vive, e quando decide di prendersi qualcosa fa paura. Fa paura a chi è al potere, a chi vuole mantenere in piedi questo sistema finché si mangerà il pianeta intero piuttosto che pensare a delle alternative, a chi vuole portare avanti lo sfruttamento di corpi e territori. Facciamo paura perché centinaia di migliaia di miei coetanei e coetanee sono scappate negli ultimi anni da questo Paese, siamo minoranza, ma quando prendiamo in mano il nostro futuro e decidiamo di organizzarci facciamo paura.

26 settembre 2025, Roma. Primo collettivo dell’anno. (foto di Cavour Autonomo)

Maria Luisa: Non sono d’accordo con l’idea che la mia sia la prima generazione a confrontarsi con l’incertezza. Siamo forse i primi a viverla con una consapevolezza costante e simultanea, senza però avere una cornice di lettura condivisa della realtà. Dio è morto, lo Stato sembra avere un piede nella fossa, non sappiamo più cosa significhi davvero la parola lavoro, il pianeta brucia… e intanto sembra che stia a noi rimettere insieme tutto. Siamo esposti continuamente a informazioni, crisi, guerre, collassi ambientali, precarietà economica e aspettative di performance sempre più alte, dentro una realtà sempre più standardizzata: tutto nello stesso momento. Penso che molte persone della mia generazione abbiano smesso di credere nelle grandi narrazioni salvifiche o nell’idea che il cambiamento possa dipendere dal singolo individuo. Personalmente vorrei solo costruire una vita in cui relazioni e lavoro restino umani e vivibili dentro questa complessità, senza cedere completamente al cinismo o alla passività.

Niccolò: La nostra generazione vive in effetti un momento di forte incertezza. Questo in particolare è alimentato dal fatto che le guerre, il riarmo e la crisi globale si stanno facendo sempre più vicine e le persone lo stanno notando. Tra i temi più discussi e sentiti dai giovani vi sono proprio la guerra, il rischio di un conflitto su scala globale e, di conseguenza, il riarmo. Questo accade soprattutto perché siamo cresciuti con l’idea che la pace, quantomeno in Europa, sarebbe sempre stata mantenuta, mentre oggi i leader politici e gli Stati ci dicono di riarmarci e di andare a combattere per le loro guerre. Questa incertezza del futuro legata alla possibilità di un conflitto mette in guardia molte persone, tendenzialmente non politicizzate che cominciano a porsi i primi quesiti politici. Che, se intercettati da un Movimento che li riesca a coinvolgere, si tramutano in azione politica. Per questo la nostra generazione sta facendo e farà sempre di più, perché ci siamo finalmente svegliati e abbiamo capito che il sistema dentro cui stavamo era corrotto e malato.

Neeliya: Secondo me ciò che preoccupa di più del nostro attuale sistema capitalistico, oltre a ciò che è già menzionato nella domanda, è l’indifferenza che si diffonde come un virus e che contagia piano piano anche i giovani, un’indifferenza che in alcuni casi è dettata dalla paura di non poter effettivamente cambiare le cose. Un immobilismo davanti a una storia che si presume sia già stata scritta. È un’immagine che ci viene inculcata proprio per scoraggiare il tentativo di un cambiamento o anche soltanto l’immaginazione di un sistema diverso. Purtroppo, ho riscontrato frequentemente questo tipo di atteggiamento tra i ragazzi della mia età.

 

  1. In Italia siamo a una stretta sulla democrazia e con i Decreti sicurezza è aumentata la repressione delle proteste. Secondo voi, come se ne esce?

 

Ferdinando: La democrazia è in salute se anche i suoi partecipanti la sanno apprezzare e ne traggono benefici, per cui sono pronti a difenderla. Ci vorrebbe un’opinione pubblica capace di accettare le differenze, invece di desiderarne la repressione. Altrimenti misure come i Decreti sicurezza vengono accolti in nome della maggioranza, a danno delle minoranze. Quindi un modo di rispondere alla domanda, non certo l’unico, riguarda l’educazione alla democrazia anche in senso di attivismo e protesta. La Scuola Gea (Giustizia Ecologica e Ambientale) a cui ho partecipato varie volte, incentrata sull’attivismo ambientale, è un esempio di formazione e partecipazione in quel senso.

Mattia: Da questa spirale se ne esce con un cambiamento di società. Queste misure sono un attacco frontale alla possibilità di organizzarsi e fare politica, ma sono semplicemente espressione della società in cui viviamo. Queste misure vanno combattute dentro un progetto di opposizione agli autoritarismi che immagini nuove forme di democrazia al passo con le sfide del XXI secolo, a partire dalla necessità di costruire nuovi modi di fare società contro il deserto e la devastazione che il capitalismo sta producendo in ogni ambito della nostra vita. Un governo alternativo al centrodestra di Giorgia Meloni, se non comincia con lo smantellare ciò che hanno iniziato a costruire in questi cinque anni, non cambierà le cose. Un sistema di accoglienza e integrazione più efficiente e umano non serve se non si costruisce una società realmente multiculturale e inclusiva.

Maria Luisa: Non mi vengono in mente scorciatoie. Probabilmente non ci resta che continuare ad alimentare reti civiche vigili e capillarizzate almeno quanto quelle del potere costituito. Gruppi capaci di condividere competenze, informazioni, presenza sul territorio e continuità nel tempo. Tuttavia, molte persone della mia generazione — e io stessa a volte ho questa percezione — non sentono davvero di avere un posto nella società. Così diventa inevitabilmente più difficile mantenere vive queste reti nel lungo periodo.

Niccolò: La stretta si è fatta sentire e, soprattutto nel periodo del «Blocchiamo tutto», abbiamo visto come venivano punite tutte le persone che protestavano per porre fine al genocidio palestinese. Abbiamo visto quanto lo Stato può ignorare il volere popolare e reprimerlo quando crea un disagio. Dai Decreti sicurezza alle denunce per le piazze, la stretta repressiva si è fatta sempre più dura, ma, nonostante questo, la gente continua ad avere voglia di lottare, di scendere in piazza e di creare un vero disagio a questo sistema. Proprio questa risposta è quella che ci serve nei nostri tempi, una risposta capace di restituire al mittente le intimidazioni del governo. Grazie a questa ostinazione crediamo che si possa rispondere a un governo repressivo e fascista. Rimanere passivi di fronte a leggi ingiuste non ci appartiene. Ho molta fiducia nella nostra generazione che ha il coraggio di lottare in tempi in cui la risposta degli adulti è pari a zero.

Neeliya: I Decreti sicurezza sono un problema importante perché erodono progressivamente gli spazi di libertà di dissenso. Se il nostro attuale governo dovesse proseguire in questa direzione, sarà necessario prestare molta attenzione a qualsiasi pratica incostituzionale che comporti una limitazione dei nostri diritti.

 

  1. Volete aggiungere qualcosa?

 

Ferdinando: No, ma vi ringrazio dell’intervista e del lavoro che fate.

Mattia: No, grazie.

Maria Luisa: Grazie del lavoro che fate

Niccolò: Questa generazione ha un potenziale che i potenti non si aspettavano avesse. Abbiamo scoperto e realizzato nel tempo che, con le lotte dal basso, la vita delle persone può essere cambiata. Abbiamo visto come la solidarietà internazionale abbia messo in difficoltà i governi del blocco occidentale. Per questo, credo di far parte di una generazione coraggiosa in tempi in cui nessuno osa alzare la testa. E credo che le promesse fatte alla nostra generazione di un futuro con sempre più diritti e con una pace sempre più stabile fossero false sin dall’inizio. Per cui, quando si parla della nostra generazione, occorre riconoscerle la capacità di aver saputo smuovere grandi masse e, nella maggior parte dei casi, di essere risultata più coerente e incisiva della classe politica.

Neeliya: No, grazie.

 

Redazione granellodisabbia: Grazie a voi per questa interessantissima chiacchierata.

Studenti” di Paolo Valdemarin (CC BY-NC-ND 2.0)

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 57 di Giugno – Luglio 2026: “Giovani e territori in movimento

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