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di Maria Luisa Pisanelli (partecipante alla Scuola di formazione politica per i giovani)
Fin dal primo incontro, ho avuto l’impressione di trovarmi in uno spazio prezioso: non un corso accademico, non un clima austero, ma una serie di conversazioni aperte, accessibili e mai banali, su grandi temi del nostro tempo, capaci di stimolare riflessioni profonde e di offrire strumenti per costruire un pensiero critico, fra cui un linguaggio più diversificato e inclusivo.
L’atmosfera informale, l’invito costante a condividere riflessioni e dubbi, rappresentano un vero balsamo contro quel senso di inadeguatezza con cui il sistema attuale ci isola e zittisce. In questo spazio si respira la libertà di pensare insieme e, personalmente, mi stimola a porre domande anche quando mi sembrano stupide.
Ogni seminario lascia in eredità un ampio patrimonio di spunti e di bibliografia, che permette a ciascun* partecipante di proseguire la ricerca personale seguendo le parole chiave che più risuonano o incuriosiscono. La qualità delle presentazioni è altissima, come il livello dei relatori e delle relatrici che, con chiarezza, rigore e umiltà, ci introducono a una complessità che un po’ spaventa, ma soprattutto invita a crescere.
Essendo le prime edizioni, tuttavia, mi sembra di intravedere potenzialità ancora da sviluppare.
Ad esempio, ho l’impressione che tra i/le partecipanti potrebbe esserci una maggiore interazione diretta. Perché non intervallare le presentazioni con momenti interattivi attraverso la facilitazione?
Penso alla costruzione di mappe di pensiero o a delle scritture collettive o altri strumenti che rendano visibile il percorso fatto insieme attraverso forme di restituzione creativa.
Tuttavia, mi rendo conto che il cambiamento sia lento, lungo, volontario, individuale prima che collettivo e che non può essere forzato ma solo stimolato, tutt’al più accompagnato.
Inoltre, so anche che Attac Italia si regge sulle energie volontarie e autofinanziate di chi la anima. Così ogni incontro diventa ancora più di valore, perché è frutto di cura, competenza e desiderio di stimolare l’immaginazione di alternative. Tutta la mia gratitudine va al comitato di organizzazione dei corsi.
Durante l’ultimo seminario, mi ha colpita la brillante esposizione dedicata alle comunità energetiche rinnovabili e solidali: un esempio concreto di come la transizione ecologica possa essere anche un progetto sociale, capace di mettere in relazione competenze, territorio e solidarietà. Se avessi ascoltato una presentazione così ai tempi del liceo, forse mi avrebbe ispirata a iscrivermi a ingegneria energetica – o magari a giurisprudenza – per contribuire a sostenere realtà di questo tipo nel districarsi tra la complessa burocrazia e nel far avanzare le politiche pubbliche in materia.
Penso che incontri come questi possano avere un impatto ancora più profondo sulla fascia d’età 16-19 anni, quando si sceglie il percorso universitario che in parte determina il proprio futuro.
L’Associazione che ha tenuto la presentazione ha già in programma di visitare le scuole per diffondere il proprio lavoro innovativo e ci ha ricordato che chiunque si senta coinvolto da una tematica del vivere comune può e dovrebbe “spargere il verbo”, portare queste esperienze nei luoghi dei giovani. Proprio questa consapevolezza fa parte del percorso: imparare insieme, con i propri tempi e limiti, restando apert* e curios*.
È questo, credo, il senso più profondo di “Sapere altro, sapere oltre”.
Concludo riassumendo qualche messaggio che, finora, ho portato a casa dai corsi.
La guerra non è che una necessità della finanza, il suo strumento di sopravvivenza in un sistema che si alimenta della distruzione della natura e delle disuguaglianze. Definirci attraverso le nostre differenze, accettare la narrazione che ce le presenta come mancanze, significa solo renderci più controllabili; invece, è nelle diversità – nei modi singolari e irriducibili di essere – che si nasconde la forza collettiva del cambiamento.
E poi ho scoperto che le alternative esistono: molte, concrete, spesso poco note ma già in atto.
Forse il compito più alto, e anche più gioioso, è proprio quello di sperimentare, di non conformarsi, di cercare una coerenza possibile tra ciò che sogniamo e ciò che viviamo. Fare della propria vita una ricerca, e avere il coraggio e la pretesa – gentile ma ostinata – di voler essere felici insieme agli altri.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte”

