La Palestina come bandiera universale contro i soprusi sulle nostre vite

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Firenze 18/10/2025 Il Futuro IrRompe (foto di Andrea Sawyerr sulla pagina facebook del Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze)

di Dario Salvetti (Collettivo di fabbrica ex Gkn)

Cosa c’entra la lotta che da quattro anni e mezzo portiamo avanti all’ex Gkn con le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza?

A dire la verità, la Palestina è presente in tutte le lotte: è diventata di fatto la bandiera universale contro tutto ciò che è intollerabile e arbitrario nelle nostre vite.

Dall’altro lato, il legame con la Palestina non è stato solo con la nostra lotta, ma con tutto il movimento sindacale: centrale è stato il blocco dei porti e gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre (2025).

Sin dall’inizio, queste mobilitazioni ci hanno posto di fronte a tre questioni: l’urgenza (la Palestina muore e brucia ogni giorno, da anni), l’efficacia (occorre cambiare i rapporti di forza, rompere l’assedio) e la permanenza (i rapporti di forza non si modificano in un giorno, e un genocidio non si ferma con un singolo atto).

Il tema della permanenza è oggi il più pressante. Il rallentamento delle mobilitazioni di fine settembre e inizio ottobre era forse inevitabile, ma ha prodotto un doppio effetto: la stanchezza e la narrazione tossica attorno alla “tregua” (che quasi certamente non è una tregua, e certamente non è pace).

Nessun soggetto sociale può restare mobilitato in modo permanente, senza articolare la lotta nel tempo e collegare il generale al proprio particolare.

Penso che questo possa avvenire su due piani: da un lato rivendicando la rottura di ogni rapporto con Israele, a tutti i livelli – dalle commesse alle consegne nella logistica, alle vendite – rendendo permanente il blocco messo in atto dagli equipaggi di terra; dall’altro, rilanciando nei luoghi di lavoro la battaglia contro il riarmo, come ha fatto anche la Cgil con la manifestazione del 25 ottobre 2025, e rompendo il ricatto che ogni lavoratore affronta quotidianamente, quando è costretto a lavorare in fabbriche inquinanti, belliche o legate all’economia genocidaria.

Il blocco dei porti rimane un elemento centrale e prioritario del Movimento contro il riarmo e contro il genocidio. Ma ogni soggetto sociale in mobilitazione tende inevitabilmente a “trovare il proprio porto”.

Per questo l’idea del blocco va estesa e articolata dentro ogni luogo: perché ognuno di noi ha il proprio porto, che può essere la rivendicazione della rottura dei legami in un’università, la richiesta alle farmacie di un Comune di smettere di commerciare farmaci israeliani, o l’adesione alla campagna di boicottaggio economico.

Visto che le giornate straordinarie di fine settembre e inizio ottobre 2025 hanno rimesso al centro lo sciopero come strumento di lotta politica, occorre ora articolare questi scioperi in due direzioni possibili.

La prima consiste nel chiedersi quali legami con il genocidio possano essere concretamente spezzati nei luoghi di lavoro.

La seconda è nel passare dalla lotta “per la Palestina” alla lotta “con la Palestina”: a scioperi che tengano insieme salario, contratto, scuola, casa, la lotta contro l’autoritarismo e l’insopportabilità del presente nel nostro Paese con quella contro l’arroganza di un “diritto internazionale che vale solo fino a un certo punto”.

Né il genocidio né il riarmo hanno un appoggio di massa. Il rischio, però, è che la lotta contro il riarmo, per la classe operaia, si fermi di fronte a un senso di ineluttabilità: posso contestare il riarmo, ma non posso farci nulla se per produrre il mio salario devo lavorare in un’azienda bellica o inquinante.

Il riarmo è innanzitutto una gigantesca speculazione finanziaria: le industrie belliche crescono in Borsa molto più di quanto crescano produttivamente. È nuovo debito pubblico, che comporterà tagli ulteriori allo stato sociale. È ulteriore autoritarismo, soprattutto nel mondo della ricerca, dove tutto verrà piegato – attraverso il meccanismo del cosiddetto dual use – agli obiettivi militari, sottraendo risorse alla ricerca utile alle nostre vite.

Contrastare il riarmo opponendovi la conversione ecologica significa accorciare le filiere produttive, riappropriarsi della produzione di energia rinnovabile e solidale, proteggere i territori, rendere sostenibile la mobilità e creare milioni di nuovi posti di lavoro.

Da qui la centralità della nostra lotta all’ex Gkn che, dopo quattro anni e mezzo di presidio operaio permanente e dodici cortei, porta ancora in piazza oltre 10.000 persone, ma continua a non ricevere risposte sul proprio futuro, rendendo evidente il sospetto che l’obiettivo sia far morire un progetto di reindustrializzazione ecologica costruito dal basso, con la partecipazione del territorio. Un progetto che potrebbe diventare un esempio pericolosamente contagioso per tutte le crisi industriali che attraversano il Paese.

Vogliono far vincere le delocalizzazioni, vogliono dimostrare che l’obbedienza paga e che la disobbedienza non ha prospettiva. Vogliono mostrare che quattro anni e mezzo di lotta non portano ad alcun risultato, dunque sono inutili.

Per il sistema, questa nostra lotta non deve vincere non solo come battaglia sindacale – contro le delocalizzazioni e per la riconversione ecologica – ma nemmeno come esempio di modello cooperativo mutualistico.

Di fronte a questo muro di gomma non possiamo che rilanciare, convocando un tavolo permanente per la reindustrializzazione e moltiplicando l’azionariato popolare, che verrà rilanciato a dicembre.

È il metodo Global Sumud Flotilla: non chiediamo il permesso, vediamo quante navi riusciamo a mettere in mare. Ci saranno molti motori da riparare, molte navi che non partiranno come vorremmo, ci sarà confusione e caos, ma proveremo a dare la massima autonomia a questo piano industriale, indipendentemente dall’intervento pubblico.

Continueremo ad attraversare le lotte di movimento e gli scioperi contro il riarmo e contro la Legge di bilancio del governo Meloni, sottolineando però che l’enorme successo delle mobilitazioni tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2025 è dipeso da alcuni elementi che non possiamo dimenticare né considerare accessori.

Il primo è la pratica del mutualismo conflittuale: la pratica della Flotilla ha dato a tutti la possibilità di vedere un rapporto di forza praticabile “qui e ora”, il tentativo concreto di rompere il blocco. Questo non possiamo dimenticarlo, e non abbiamo intenzione di tornare a manifestazioni e scioperi tradizionali che non convergono verso una generalizzazione della lotta attraverso pratiche conflittuali.

Il secondo è il ruolo dell’immaginario, che ha avuto un peso enorme in quelle giornate, in particolare nella frase del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp): “Se perdiamo il contatto con la Flotilla, blocchiamo il Paese”.

Anche il Collettivo di fabbrica, come tutte le altre lotte, ha il compito di sviluppare l’immaginario collettivo di questo Paese.

E dobbiamo praticare con efficacia i rapporti di forza: non accontentarci di generici proclami di lotta, ma dire con chiarezza che cosa vogliamo cambiare, qui e ora.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte

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