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di Andrea Fumagalli (Economista)
Il vertice del 13 ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh per la convalida a livello internazionale degli accordi di pace tra il governo israeliano e Hamas con la mediazione del Qatar, Egitto e Turchia è stato descritto come una tappa storica nell’evoluzione dei rapporti tra Israele e i paesi del Medio Oriente e un esempio di pacificazione globale. Ma nel nome della fine (unilaterale) delle ostilità contro una popolazione civile inerme, si è invece trattato di una delle pagine più ipocrite e meno gloriose nella storia del colonialismo occidentale.
Al vertice erano presenti i Paesi mediatori nella trattativa, a partire dalla Turchia e dal Qatar. Non vi era Benjamin Netanyahu né i rappresentanti di Hamas. L’Europa era rappresentata da vari leader, dal francese Emmanuel Macron allo spagnolo Pedro Sanchez al primo ministro britannico Keir Starmer.
In totale, i leader erano una ventina, tra i quali la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni (alla ricerca spasmodica di un ruolo internazionale), Antonio Costa per l’Ue e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.
Le agenzie di stampa internazionali, prone all’informazione mainstream, hanno affermato che “lo scopo del vertice in Egitto è stato quello di garantire una legittimazione internazionale all’accordo di pace tra Israele e Hamas, così che nessuna delle parti in causa possa tornare indietro”.
L’accordo riguardava la prima fase del piano di pace proposto dagli Stati Uniti, mentre la seconda fase prevede nel prossimo futuro la consegna delle armi da parte dei miliziani di Hamas e delle altre forze militari palestinesi (obiettivo difficilmente realizzabile) e un nuovo governo a Gaza gestito da un’amministrazione transitoria: un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle amministrazioni comunali per la popolazione. Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, eufemisticamente chiamato Board of Peace, che sarà presieduto dal presidente Donald Trump, con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair. Nulla viene detto a proposito della Cisgiordania né della volontà di porre fine alle violenze dei coloni israeliani e all’occupazione israeliana che dura da 77 anni.
In realtà, il vertice in Egitto sembra più la riunione di un comitato d’affari, a cui sono stati invitati solo i paesi che più potranno trarre beneficio economico dal business della ricostruzione di Gaza e dallo sfruttamento dei giacimenti offshore.
Quasi 200mila edifici distrutti, reti idriche ed elettriche da rimettere in funzione, strade da rifare: la Striscia diventerà un immenso cantiere. La Banca Mondiale nel febbraio 2025 aveva stimato in 53 miliardi di dollari la somma necessaria per riparare le devastazioni nella Striscia e in Cisgiordania: una cifra pari a tre volte il Pil della Palestina. Dopo l’invasione di terra del 15 settembre 2025, la stessa Banca Mondiale ha aggiornato il conto a 80 miliardi di dollari.
Secondo tale fonte, 30 miliardi di dollari sarebbero destinati al ripristino delle infrastrutture fisiche, mentre altri 19 miliardi coprirebbero le perdite economiche e sociali causate dal conflitto. Solo il sistema sanitario avrebbe bisogno di oltre 7 miliardi, in un territorio dove il 94% degli ospedali è stato distrutto. Ma la crisi non risparmia nessun settore: il 90% degli appartamenti e delle scuole, l’86% dei campi coltivabili e il 65% delle strade risultano danneggiati o in macerie.
Inoltre, sarà necessario in primo luogo avviare la rimozione di circa 61 milioni di tonnellate di detriti, gran parte dei quali contenenti amianto. Un’operazione titanica che, secondo le stime della Banca Mondiale, richiederà 21 anni di lavoro e 1,2 miliardi di dollari di risorse.
L’Unione europea mira a un ruolo centrale nella ricostruzione, coordinando un gruppo di Paesi donatori per sostenere la ripartenza di Gaza. La Bei (Banca Europea degli investimenti) e la Commissione Europea stanno pensando a un piano di ricostruzione (Gaza Reconstruction Facility), con il supporto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, sul modello ucraino e a fine settembre hanno annunciato la firma con l’Autorità monetaria palestinese di una linea di credito da 400 milioni di euro per sostenere la ripresa economica del settore privato in Palestina.
Il documento IRDNA (The Gaza and West Bank Interim Rapid Damage and Needs Assessment) prevede una filiera integrata di imprese locali e internazionali, dalle demolizioni al project management. Le agenzie multilaterali puntano a combinare operatori palestinesi e contractor Mena (Middle East North Africa) per i lavori di base, con società europee e asiatiche nei ruoli di supervisione, utilities e ingegneria ambientale. […] I settori a maggiore impatto sono housing, con domanda immediata di prefabbricati, acqua ed energia, desalinizzazione e micro-reti elettriche […] I gruppi dell’area Mena si stanno posizionando per i futuri bandi multilaterali: le egiziane Orascom Construction e Arab Contractors, la libanese-qatariota Consolidated Contractors Company, l’Organi Group, le turche Limak Holding e Tekfen, insieme al colosso immobiliare Talaat Moustafa Group, figurano già nei dossier preliminari della Lega Araba.
La regia della Casa Bianca negli accordi di pace garantisce un ruolo alle aziende Usa. Bechtel, Aecom e Fluor sono pronte per i primi progetti infrastrutturali, come reti idriche e sanitarie. Caterpillar, fornitore globale di macchinari pesanti, potrebbe essere coinvolta nella logistica e nella rimozione delle macerie (dopo che ha contribuito alla distruzione delle case di Gaza).
Anche l’Europa e l’Italia non stanno a guardare. A piazza Affari, per esempio, si è messo subito in luce il comparto costruzioni e materiali, con Cementir, Buzzi e Webuild tra i titoli più esposti in Italia. Last but not least, l’Eni potrà attivare le concessioni vinte ma congelate dal 7 ottobre 2023 sui giacimenti di gas antistanti le coste di Gaza.
La guerra è un grande business e l’intreccio con la politica è oramai evidente dando realtà concreta a forme di neofeudalismo e neocolonialismo che, seppur mai del tutto scomparsi, si ritenevano marginali nell’era post-coloniale.
Tale istanza è oggi governata dalla finanza e dalla speculazione immobiliare. Non è necessario il controllo diretto del territorio. È sufficiente la sua bonifica da qualsiasi possibile opposizione politica e sociale.
Tony Blair, ex primo ministro britannico oggi advisor internazionale e fondatore della Tony Blair Institute for Global Change, si muove da tempo come mediatore e promotore della Blair Capital Real Assets, un fondo specializzato in operazioni post-conflitto e rigenerazione di aree strategiche che ha già avviato relazioni con la Lega Araba e con la partnership MENA Investment Board. Blair ha lavorato in tandem con banche quali Standard Chartered e Barclays per predisporre un veicolo d’investimento ad hoc dedicato a Gaza, mirando ad attrarre sia capitali sovrani dei paesi del Golfo sia fondi pensione istituzionali europei.
Parallelamente, sul fronte americano Donald Trump ha ufficializzato l’impegno della Trump Organization attraverso la nuova piattaforma Middle East Recovery Properties, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Non sorprende che tali società facciano riferimento alle persone (il genero Kushner e l’inviato di Trump per la questione medio-orientale, Witkoff) che erano fisicamente presenti all’incoronazione di Trump alla Knesset israeliana e al vertice di Sharm el-Sheikh, confermando un conflitto di interessi che farebbe impallidire gli eredi di Berlusconi.
Più nello specifico, la Blair Capital Real Assets svolge la funzione di advisory strategico e di co-investimento istituzionale, assicurandosi i diritti prioritari su progetti di utility, resort e infrastrutture portuali. La Middle East Recovery Properties di Trump, invece, dovrebbe operare come motore esecutivo, con il compito di raccogliere capitali globali, stringere partnership operative con advisor legati a Blackstone, Citadel e fondi arabi affiliati all’Abu Dhabi Investment Authority, per poi internalizzare la gestione degli appalti, della pianificazione urbanistica e del lancio commerciale degli asset immobiliari.
Se non è neocolonialismo questo…

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte”

