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di Stefano Risso (European Attac Network)
La crisi della democrazia, come è vista dagli Attac europei, è un tema molto vasto.
In questo primo passo possiamo iniziare un confronto con due Paesi che hanno, come l’Italia, già sperimentato il regime fascista: Spagna e Germania. Inoltre, anche l’Ungheria che, oltre a un passato ‘complicato’, sperimenta da sedici anni un governo di destra che si sta trasformando in regime, diventa un utile punto di osservazione e di partenza del ragionamento. Si riassumono qui le interviste, in parte scritte. in parte telefoniche, con gli amici di questi tre Paesi.
Tale crisi sistemica è un tema originario di Attac, nel caso in specie le analisi e le valutazioni degli amici spagnoli e tedeschi ne sono la prova. Le politiche neoliberali non hanno soltanto pesantemente approfondito le diseguaglianze sociali e gravemente aggravato la crisi ambientale, ma hanno anche profondamente compromesso il funzionamento della democrazia.
Da un punto di vista generale la condivisione è piena.
Esistono sensibilità che rispecchiano le specifiche differenti condizioni. È necessario uno sforzo, data la forte vicinanza (quasi un’identità), per cogliere le differenti sensibilità; non di meno è necessario perseguirlo per collocare il nostro dibattito interno nel più ampio contesto europeo e per dispiegare appieno l’efficacia della collaborazione tra i movimenti sociali d’Europa.
In Spagna si sottolinea il collegamento tra la progressiva scomparsa della classe media e gli aspetti culturali derivanti dalla separazione tra élites e popolazione ordinaria (su questa “Rivolta delle élites” si tornerà più oltre) che hanno prodotto forme e movimenti antisistema di stampo populista.
In Germania, dove da molto tempo Attac ha uno specifico gruppo di lavoro against far right, non si dimentica che l’erosione della democrazia è, in primis, un prodotto delle politiche neoliberali.
Il voler far valere il principio che «la democrazia non si ferma ai cancelli delle fabbriche o alle porte dei ministeri»[1], se da un lato ci ricorda analoghe espressioni italiane, dall’altro illustra che la crescita dell’estrema destra si è nutrita della progressiva erosione della democrazia nella società.
La crescita dell’estrema destra
In Spagna la percezione di una minaccia all’identità, anche attraverso la sistematica costruzione del ‘nemico interno’, si è sposata con la postura ‘anticorruzione’ dell’estrema destra, contribuendo alla sua crescita.
In Germania c’è il fondato timore di una caduta del firewall (noi avremmo parlato di conventio ad excludendum) nei confronti dell’estrema destra. Senza mai dimenticare che lo svuotamento della democrazia si è attuato anche attraverso le privatizzazioni, che hanno ridisegnato la vita sociale. Il tutto è parte di un più ampio processo in cui l’interesse economico si afferma prepotentemente contro il processo democratico.
Esiste una comune consapevolezza della dimensione internazionale
In Spagna, partendo dalla constatazione che in un Paese su tre dell’Unione europea l’estrema destra è presente o ha influenza nei rispettivi governi, si sottolinea che la crisi della democrazia in ogni singolo Stato coinvolge tutti gli altri. Inoltre «la crisi è continentale, ma alimentata da tensioni nazionali che sfruttano lo scontento nei confronti dell’attuale sistema percepito come oligarchico e indifferente alle immediate necessità sociali».
Gli amici tedeschi, nella piena consapevolezza della dimensione internazionale sia della crisi della democrazia sia delle cause che la producono, ricordano che l’Unione europea «si presenta come un laboratorio tecnocratico, l’integrazione nel mercato è vincolante mentre i diritti sociali sono negoziabili. Così l’Ue rischia di contribuire al processo di erosione della democrazia anziché contrastarlo».
Da queste considerazioni emerge la netta consapevolezza della distinzione tra Europa e Unione europea.
Da qui la necessità di superare questa voluta confusione tra i due concetti. È necessario, di conseguenza, non limitarsi a difendere la democrazia, ma rivitalizzarla e il giusto luogo di confronto per una comune strategia è, secondo gli amici tedeschi, il prossimo European Common Space for Alternatives (Ecsa).
Potrebbe anche essere l’occasione per riprendere un discorso politico sull’Europa (non solo sull’Unione europea) ottimamente iniziato da Attac Germania nel 2018 a Kassel, poi forzatamente interrotto per l’incalzare di eventi drammatici, siano essi guerre o epidemie.
Ungheria, una storia difficile
Il punto di osservazione di Attac Ungheria è particolare (e scomodo).
Vivono da sedici anni in un «regime ibrido di autocrazia elettorale» in cui si tengono regolari elezioni ma in assenza di correttezza ed effettiva contendibilità, caratteristiche di una reale democrazia.
Inquietante lo spettacolo di un video in cui Marine Le Pen, Alice Weidel, Benjamin Netanyahu, Javier Milei e … Giorgia Meloni, insieme ad altri leader ‘sovranisti’, dipingono Viktor Orban come «una sicura guida in un mondo tempestoso» («as the safe pair of hands in a turbulent world»).
Dopo sedici anni, per la prima volta è possibile un cambiamento con le imminenti elezioni.
Lo scontro si verifica tra tre forze: Fidesz, il partito di Orban, Tisza partito guidato da Peter Magyar, un tecnocrate neo-liberale transfuga da Fidesz, e Mi Hazánk Mozgalom (Movimento Nostra Patria) fondato da László Toroczkai, un partito di ultra-destra apertamente razzista e irredentista (esistendo minoranze ungheresi in Slovacchia, Serbia, Ucraina e Romania).
La sinistra, che pure ha governato per parecchi anni prima di Viktor Orban, si è totalmente suicidata perseguendo politiche neoliberali condite da alcuni scandali. Potrebbe non essere nemmeno più rappresentata in parlamento, che è pure eletto con un sistema proporzionale.
Attac Ungheria nella sua analisi evidenzia, tra le altre cose, una divisione del capitalismo ungherese, per cui «una possibile rielezione [di Orban, NdA] significherebbe probabilmente una continua discesa verso l’autoritarismo, uno ‘Stato accumulativo’[2] che favorisce gli oligarchi e un’ulteriore stagnazione economica». Mentre la vittoria dell’opposizione invece «potrebbe dare il via a un’inversione di tendenza nel declino democratico, con l’obiettivo di riprendere i contatti con il capitale occidentale e diversificare l’energia rispetto a quella russa».
Gli amici ungheresi oltre alle proprie analisi ci segnalano due interventi, di un accademico (Kristóf Szombati[3]) e di un giornalista (Edit Inotai) che collaborano, rispettivamente, con Review of Democracy e Reporting Democracy, due testate online impegnate nella difesa della democrazia in Ungheria.
Le loro considerazioni sono interessanti, eccone alcuni esempi:
«Nessuno dei due risultati è allettante. Una vittoria di Tisza significherebbe probabilmente una politica plasmata dalla competizione tra il corporate globalist capitalism e un ‘capitalismo nazionale’: più di quanto finora sperimentato, con entrambi i modelli che rivelano i loro limiti» (Kristóf Szombati).
Mentre Edit Inotai aggiunge: «Quest’anno non è in discussione solo una vittoria elettorale, ma anche quanto sia possibile invertire più di un decennio di regresso democratico nel breve e medio termine. In questo senso, l’Ungheria potrebbe fungere da esempio per altri Paesi, sia all’interno che all’esterno dell’Ue, che stanno vivendo tale regresso democratico».
Però, l’autore prende in considerazione anche l’ipotesi, per lui peggiore: una coalizione di Fidesz (senza più maggioranza assoluta) con gli oltranzisti di Movimento Nostra Patria.
«Questo spingerebbe ulteriormente l’Ungheria verso la trasformazione in un’autocrazia, con dubbi crescenti sul fatto che tale governo possa mai essere sostituito in modo democratico».
Digressione su una citazione in forma di conclusione
«Come Christopher Lasch ha indicato nel suo libro The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy, la democrazia non è più minacciata dalle masse[4] ma da coloro che sono al vertice della gerarchia sociale».
Questa citazione testuale dell’inizio dell’intervista (scritta) ad Attac Spagna merita una digressione.
Christopher Lasch fu un’intellettuale democratico, con un’attenzione sociale simile a quella della sinistra europea (di allora) e rara negli Stati Uniti dell’epoca. Vicino al presidente Jimmy Carter, scrissero insieme il famoso Malaise Speech, un raro caso in cui la bravura retorica si coniugava con un raro esempio di onestà intellettuale.
Il libro in questione fu scritto in condizioni drammatiche, «was written under trying circumstances» per usare le sue parole: per poterlo ultimare rinunciò alla chemioterapia, così il libro uscì postumo nel 1994.
In Italia fu pubblicato da Feltrinelli l’anno successivo, poi dimenticato per anni e recentemente ripubblicato da Neri e Pozza[5]. In Italia ebbe scarsa attenzione. In realtà è un testo che anticipa il tema, diventato drammaticamente attuale, della separazione delle élites intellettuali e professionali della sinistra dalla propria base sociale di riferimento. Ciò vale sia nella riflessione teorica (Ernesto Laclau,[6] Chantal Muffe[7] o David Van Reybrouck[8] per tutti) sia nel più diretto dibattito politico. Per quest’ultimo aspetto si vedano almeno due articoli de Le Monde Diplomatique sull’elettorato del Front National[9] e sul movimento di Sara Wagenknecht[10].
Nel secondo dopoguerra le masse popolari hanno visto la democrazia come uno strumento di emancipazione sociale. Per questo ci hanno creduto, l’hanno usata e l’hanno difesa. Poi, essendo state sconfitte, sentendosi abbandonate, l’hanno lasciata. Così si è aperto un comodo viale per il ritorno di quelle forze politiche e culturali che sembravano condannate, per sempre, all’estinzione in Europa.
Dobbiamo ringraziare gli amici spagnoli per averci ricordato un importante, quanto spinoso, elemento del dibattito sulla crisi della democrazia.
[1] Questa osservazione richiama immediatamente la Mitbestimmung (partecipazione dei lavoratori alla gestione delle grandi imprese); inoltre in Germania la Corte costituzionale ha stabilito che la tutela dei diritti di libertà personale vale non solo nei confronti dello Stato, ma anche nei confronti dei soggetti privati (sentenza Lüth, BVerfGE 7, 198 del 15/01/1958). Questi due elementi rendono tale affermazione politicamente molto concreta.
[2] Interessante il riferimento all’accumulazione primaria. Questa categoria fu usata, una delle primissime volte in conteso moderno, dal leader della Linke (allora Pds) Gregor Gysi per spiegare i cambiamenti economici e sociali nell’Europa Centro-orientale (Russia compresa) dopo il 1989. In particolare, in una conferenza a Milano dei primi anni ’90 del secolo scorso, Georg Gysi utilizzandola suscitò un discreto sconcerto nell’uditorio. Oggi, all’epoca della seconda presidenza Trump, scopriamo che quella categoria è tornata d’attualità e non solo in quella specifica area geografica.
[3] Kristóf Szombati è autore di The Revolt of the Provinces: Anti-Gypsyism and Right-Wing Politics in Hungary. Fortissima la suggestione che il titolo si ponga in continuità dialettica fra quelli di José Ortega y Gasset e Christopher Lasch. [vedasi note successive]
[4] In riferimento a La Rebellion de las masas di José Ortega y Gasset, rovesciandone radicalmente l’approccio decisamente reazionario ed elitario dell’autore spagnolo
[5] Feltrinelli lo ha pubblicato con il titolo La ribellione delle élite, Neri e Pozza ha titolato La rivolta delle élite. Il primo editore ha preferito sottolineare la specularità con il testo di José Ortega y Gasset, il secondo ha preferito la traduzione letterale del titolo inglese. Forse nessuna delle due scelte è stata casuale.
[6] Ernesto Laclau La ragione populista Laterza
[7] Chantal Mouffe Per un populismo di sinistra (Laterza)
[8] David Van Reybrouck Für einen anderen Populismus – (titolo originale Pleidooi voor populisme)
[9] Willy Pelletier Mon voisin vote Front national, gennaio 2017
[10] Pierre Rimbert e Peter Wahl Une nouvelle «gauche conservatrice» bouscule le jeu politique allemand , settembre 2024. Il giornale Die Tageszeitung, che cura la versione in lingua tedesca di Le Monde Diplomatique, non ha pubblicato l’articolo per rispetto della propria policy aziendale di non pubblicare articoli che riguardino direttamente la Germania.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione”

