Le armi non fanno la felicità

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Manifestazione No Kings, Roma 28 marzo 2026 (foto di Attac Italia)

di Marco Bersani (Attac Italia)

Gli investimenti sulla difesa sono funzionali alla creazione di un’industria europea più forte e unita, capace di generare crescita economica complessiva” così argomentava Mario Draghi nel suo rapporto all’Europa sulla competitività.

Il piano di riarmo mira a trasformare l’industria della difesa in un motore di innovazione tecnologica e occupazione, unendo la necessità di sicurezza alla necessità di crescita economica” così chiosava Ursula von der Leyen presentando Rearm Europe.

Quale miglior smentita per il Re e la Regina europea del rapporto World Economic Outlook 2026 prodotto dal Fondo Monetario Internazionale?

Il nuovo rapporto analizza infatti le dinamiche macro e micro economiche della corsa agli armamenti. Nel quinquennio 2020-24, scrive il Fmi, il 50% dei Paesi a livello mondiale ha rafforzato i budget per le armi e, a partire dal 2024, quasi il 40% ha destinato oltre il 2% del Pil alla difesa, contro il 27% del 2018. I Paesi Nato, in particolare, si sono impegnati a giugno 2025 a portare la spesa annuale al 5% del Pil entro il 2035, più del doppio del precedente 2%, con la Polonia che guida nell’Alleanza con il 4,5%.

Tutto dovrebbe andare a gonfie vele, dunque, e un futuro radioso dovrebbe aprirsi davanti a noi. Peccato che gli analisti del Fondo Monetario Internazionale, dopo aver analizzato le dinamiche economiche in relazione al riarmo di 164 Paesi dal 1946 ad oggi, concludano per l’esatto contrario.

Il rapporto spiega infatti come la fase di crescita dell’economia trainata dal riarmo abbia quasi sempre il medesimo andamento: stimolo dell’attività economica nel breve termine con incremento di consumi e investimenti (quasi tutti concentrati nei settori legati alla difesa), accompagnata da un probabile surriscaldamento dell’economia -leggi inflazione- soprattutto quando il riarmo è inserito in contesti di già elevata capacità produttiva, e da rischi per la tenuta dei conti pubblici, in quanto i programmi di investimento sono totalmente finanziati a debito.

Il rapporto stabilisce che, in media, i disavanzi di bilancio peggiorano di circa 2,6 punti percentuali del Pil e il debito pubblico aumenta di circa 7 punti percentuali entro tre anni dall’inizio di un programma di riarmo, mentre i saldi esterni si deteriorano poiché la domanda si orienta verso attrezzature importate.

In pratica, è la conclusione del Fondo “(..) i periodi di boom bellico sono particolarmente costosi, con un aumento del debito pubblico di circa 14 punti percentuali del Pil e una diminuzione della spesa sociale in termini reali”.

Ecco la più ampia smentita -oltretutto giunta da chi da sempre è sulla medesima lunghezza d’onda- dell’idea che gli investimenti sul riarmo servano all’economia e alla società.

Ecco un punto facile-facile di un programma per l’alternativa.

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