Buon vento

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Torino, 3 ottobre 2025, Sciopero Generale per Gaza (foto di Attac Torino – CC BY-NC-SA 4.0)

di Equipaggi di mare e di terra – Loa Acrobax Roma Sud

 “A chi si ribella e non si piega davanti a niente tranne l’amore”

La vera storia del pirata Long John SilverBjorn Larsson

 “Certo che la giustizia trionferà, chiunque vincerà sarà la giustizia”

One PieceEiichirō Oda

 

Immagini strazianti provenienti da Gaza ci tormentano da due anni.

Bambini uccisi, genitori disperati, medici, giornalisti, giovani ragazzi e ragazze con le vite spezzate, mutilate, anziani che senza meta trascinano le loro cose tra devastazione e macerie.

Il genocidio teletrasmesso è stato accompagnato sui media mainstream da insopportabili spiegazioni su come procedeva la lotta del “bene” condotta dalla “più grande democrazia del Medio Oriente” contro il male del terrorismo.

Intanto sui social abbiamo conosciuto i volti, le parole, la forza vitale di chi da sotto i bombardamenti continuava a lavorare negli ospedali, a documentare quanto accadeva, a distribuire pasti, a ballare, giocare, resistere.

In tutto il mondo, per due anni, si sono succedute mobilitazioni moltitudinarie, acampade nelle università e nelle piazze, azioni di boicottaggio e sanzionamenti contro le industrie militari e le aziende che sostengono economicamente il genocidio. Eppure, mentre i popoli del mondo manifestavano la più netta opposizione al genocidio e la solidarietà con la popolazione della Palestina, i loro governi rimanevano impassibili, senza se e senza ma con il fedele alleato e partner commerciale.

A fine agosto 2025 la Global Sumud Flottilla, con le sue 50 barche e centinaia di attivisti da ogni parte del globo, si presenta al mondo e dichiara di voler partire alla volta di Gaza portando quegli aiuti umanitari che alla popolazione palestinese sono stati negati dalla ferocia israeliana e dall’immobilismo delle diplomazie e delle Istituzioni internazionali.

Immediatamente raccolgono un’enorme solidarietà: a Genova migliaia di persone si mettono in fila, per ore, per donare tonnellate di aiuti; team legali producono documentati studi sulla perfetta aderenza della missione al diritto umanitario e internazionale; veliste e marinai si adoperano per aggiustare le imbarcazioni; in Sicilia centinaia di persone presidiano il porto e accudiscono al meglio e per ogni esigenza gli equipaggi prima della partenza.

Con il proprio corpo, su piccole barche a vela, gli equipaggi di mare solcano quel Mediterraneo che, prima culla della civiltà, è ora cimitero dell’umanità.

Ad accompagnarli tutti noi che diventiamo equipaggi di terra e che, mentre teniamo All Eyes On Gaza, guardiamo anche la Flottilla che verso Gaza naviga.

La missione e l’incolumità di chi la porta avanti sono però costantemente minacciate dalle autorità israeliane. Le nostre autorità tentennano imbarazzate: sarebbe loro dovere chiedere la revoca del blocco per garantire gli aiuti umanitari ma non lo fanno, sarebbe loro dovere proteggere equipaggi e imbarcazioni battenti bandiera italiana ma non lo fanno.

Giorgia Meloni, presidente del Governo italiano, grida al complotto contro di lei; Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ci ricorda che il dritto internazionale a volte vale e a volte no; Guido Crosetto, ministro della Difesa, invia la fregata ‘Alpino’, che però fa subito dietro front.

Gli equipaggi di terra soffiano quanto più possono sulle vele della flotta. I portuali annunciano di essere pronti a bloccare tutto se si perdesse il contatto con la Flottilla, anche solo per 20 minuti.

E il 22 settembre 2025 è sciopero generale. L’adesione è altissima. Chi non ha esercitato il diritto di sciopero per anni, perché sfiduciata dagli scioperi di un paio d’ore che non danno certo forza alla contrattazione collettiva, sciopera invece per la Palestina.

Centinaia di migliaia di persone si riversano per le strade. A Roma partono cortei spontanei da diversi quadranti della città per raggiungere la stazione Roma Termini, dove la piazza è strapiena. Per ore in centinaia di migliaia blocchiamo tutto, persino la tangenziale.

In tutta Italia le maree di persone si dirigono verso porti, stazioni, autostrade. Per ore l’Italia è bloccata. Per ore l’Italia è liberata.

“Volevamo liberare la Palestina ma è la Palestina che ha liberato noi” si scrive nei comunicati. Perché la Palestina è diventata la Palestina globale, lo specchio di tutte le ingiustizie, il simbolo di fin dove si può spingere il capitale per soddisfare la propria ingordigia.

Anche chi non aveva conosciuto la lunga storia della resistenza palestinese contro l’occupazione e per l’autodeterminazione ha capito perfettamente da che parte stare. Roma lo sa, Genova lo sa, Taranto lo sa, Firenze lo sa, la Sardegna lo sa, tutta Italia lo sa da che parte stare: “Palestina libera dal fiume fino al mare”, hanno gridato milioni di persone nelle incredibili giornate dal 22 settembre al 4 ottobre 2025.

Quello che per anni non si è voluto vedere si è tutto a un tratto dispiegato davanti ai nostri occhi, il re era nudo.

Non il diritto, non la giustizia o il benessere per tutti e tutte guidano i potenti del mondo ma solo biechi interessi economici. Le enormi concentrazioni di capitale non hanno alcun interesse a mediare con le istanze sociali. Nessuna redistribuzione del reddito, nessuna concessione ai salari, demolizione del welfare. Nessuna concessione in tema di tutela dell’ambiente e degli ecosistemi. Nessuno spazio per le libere soggettività, per il pensiero critico, per l’autodeterminazione.

L’autoritarismo sul fronte interno, incarnato dall’avanzata delle destre al potere, si presta perfettamente a fare da fedele cane da guardia a un nuovo assetto che è pronto a prendersi quello che vuole con la forza, con la guerra. Governi che blaterano di sovranità nazionale ma da bravi vassalli pagano l’aumento della gabella al feudatario americano che prima si accontentava delle basi militari e di coinvolgerci in ogni guerra che voleva fare in giro per il mondo per esportare democrazia e ora ci chiede il 5% del Pil per comprare le sue armi per le sue guerre.

E intanto la Flottilla avanza.

Viene bombardata, più volte, con i droni. Le barche sono danneggiate, gli equipaggi, turbati, resistono e continuano ad avanzare miglio dopo miglio. Superano le 150 miglia dalla costa di Gaza poi 120, 80.

La Marina militare israeliana infine arriva. Una dopo l’altra dopo l’altra le barche vengono intercettate, arrembate con un vero e proprio atto di pirateria contro cui, ancora una volta, nessun governo o Istituzione internazionale interviene.

Ma ancora gli equipaggi non sono disposti a cedere niente. Come nel rugby, per ogni barca che viene fermata altre avanzano. Gaza è vicina, rompere il blocco navale è possibile. E quella possibilità, per quanto remota, merita di essere agita. Poche miglia più in là per la prima volta dopo anni i palestinesi di Gaza riescono a pescare. In qualche modo siamo arrivate.

Gli equipaggi di mare, infine, spariscono dai radar, sequestrati e imprigionati in quelle stesse carceri in cui oltre 12mila prigionieri politici palestinesi sono reclusi arbitrariamente senza processo, senza certezza della pena, subendo maltrattamenti e torture. Qui, a terra, è di nuovo sciopero generale, se possibile ancora più grande e ancora più forte.

Le dirigenze sindacali che non avevano supportato il primo sciopero si affrettano ad assecondare le piazze che dal basso chiedono e impongono uno sciopero generale e unitario.

Da tutto il mondo e da Gaza in particolare hanno guardato l’Italia che, per due settimane, ha bloccato tutto.

“Blocchiamo tutto” è stato lo slogan e la pratica che dal nostro Paese ha risuonato in tutto il mondo.

Quando la volontà popolare rimane inascoltata solo uno strumento come lo sciopero può davvero cambiare i rapporti di forza. Sciopero generale, sciopero generalizzato, sciopero sociale, sciopero politico: l’importante è che sia sciopero.

Si tratta di fermare la produzione di ricchezza che il nostro lavoro produce per altri. Impedire ogni forma di complicità con il genocidio e il denaro che lo alimenta. Scioperano i settori tradizionali e scioperano anche lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, della ricerca, della cultura, della cura. Si sciopera nelle scuole: studenti e docenti insieme. Persino i genitori che di solito si lamentano, si organizzano per portare i bambini tutti insieme in piazza con le loro barchette di carta con i colori della Palestina.

È il popolo che si fa marea montante e determinata, bloccando porti, stazioni, autostrade, tutto, per ore, giorni, in massa.

“Per questo, per altro, per tutto” ci insegna il collettivo di fabbrica ex GKN: per questo, la Palestina e i fratelli e le sorelle palestinesi che resistono ora al genocidio, da 70 anni all’occupazione, a esili forzati, incarcerazioni arbitrarie e brutali, apartheid.

Per altro: l’opposizione all’economia di guerra e alla riconversione bellica, alle crescenti diseguaglianze sociali e salariali, alla devastazione ambientale, all’autoritarismo.

Per tutto: per trovare collettivamente la forza di fermare chi gioca alla Terza guerra mondiale, la fantasia e l’intelligenza di immaginare e costruire quell’altro mondo possibile che 25 anni fa sognava la generazione del no G8 di Genova e che oggi rilanciano le giovani generazioni che in Italia come in Marocco, in Nepal come in Argentina, sono le protagoniste di questo nuovo Movimento globale.

E allora buon vento … che ci porti lontano.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte

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