L’Europa in guerra a Est

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“La Germania diventa un paese”. Il 3 ottobre 1990 la Repubblica Democratica Tedesca sta cadendo sotto la Costituzione del RFT. Il messaggio sul muro: “Grazie, Gorbi”. (Fonte: Wikimedia Commons)

di Roberto Musacchio (Transform Italia)

Ci voleva Angela Merkel per riportare un po’ di senso della Storia tra dominanti che ormai hanno solo il senso della guerra.

Sono bastate le sue parole sulle corresponsabilità di Polonia e Baltici nel determinare il contesto in cui è maturata l’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina per cortocircuitare una narrazione ormai ingessata nelle élites dell’Europa reale. Peraltro tra Polonia e Germania è aperta la questione dell’estradizione del cittadino ucraino indagato per il sabotaggio del North Stream, con le parole di Donald Tusk, Primo ministro della Polonia, che ritiene che il crimine sia stato costruire il North Stream.

Siamo a 50 anni dalla Conferenza di Helsinki, in cui un’Europa divisa dalla Cortina di ferro e dal muro di Berlino riusciva a riunirsi coinvolgendo anche Urss, Usa e Cina e producendo atti verso il disarmo, la cooperazione e i diritti. L’idea di fondo era quella della sicurezza comune. Cioè il concetto, elementare e pulito, che io sono sicuro rispetto a te se tu sei sicuro rispetto a me. L’esatto opposto dell’attuale delirio di suprematismi armati che si va sempre più consolidando con rischi crescenti di poter esplodere definitivamente.

Più che a 50 anni dopo Helsinki sembra di essere tornati a 50 anni prima. O addirittura anche più indietro nel tempo in una sorta di medioevo tecnologico come lo ha definito Gianīs Varoufakis.

Le parole della Merkel vengono da un passato che ormai sembra remotissimo in cui appunto c’era lo spirito di Helsinki. In cui si parlava di ostpolitik, di un’Europa dall’Atlantico agli Urali, agivano personalità come Willy Brandt, Olof Palme, Enrico Berlinguer e grandi movimenti pacifisti.

Tra le cose che più mi hanno dato il senso del degrado, storico e umano, del tempo presente, c’è stato un discorso che Ursula von der Leyen tenne in Parlamento europeo sullo Stato dell’Unione (scimmiottatura delle americanate) a pochi giorni dalla morte di Michail Gorbaciov.

Ebbene, non c’era una parola di ricordo e cordoglio verso una persona che aveva fatto la Storia e provato a renderla migliore. Che, tra l’altro, aveva consentito alla Germania di riunificarsi e di avere il potere di cui von der Leyen fa un pessimo e deleterio uso. In quello squallido discorso Ursula von der Leyen ricordò anche il contributo antifascista della regina Elisabetta II, anche lei morta da poco. Ma non Gorbaciov e i 20 milioni di morti dell’Unione Sovietica per fermare il nazismo.

Ricordo che nei miei anni al Parlamento europeo, dal 2004 al 2009, questa verità storica era puntualmente ricordata ufficialmente. Ora invece si leggono testi intrisi di revisionismo e falsità storiche.

Il silenzio di von der Leyen sulla morte di Michail Gorbaciov naturalmente viene da lontano. Da un dopo 1989 che la Ue ha gestito da vincitore che andava a spartirsi il bottino.

Eppure, Gorbaciov aveva scelto il Consiglio d’Europa per un fondamentale discorso sulla necessità di una casa comune europea. Voleva naturalmente salvare anche l’Urss e il socialismo. Per quello che riteneva fosse un bene per sé ma anche per il mondo. A Michail Gorbaciov hanno letteralmente sputato in faccia. Preferendo Boris Eltsin. Pensando di fare con la Russia quello che poi, intanto, si preparavano a fare con la Jugoslavia. E preparando la strada a ciò che Enrico Berlinguer ammoniva non occorresse mai fare e cioè una Europa con velleità di potenza armata e non sociale destinata, se così fosse stato, diceva nell’aprile 1984 in un’intervista a Critica Marxista a curata dal direttore Aldo Zanardo, a finire in mano alle destre neofasciste.

Mai profezia fu più vera, purtroppo. Così come, detto no a Gorbaciov, si è passati da Eltsin al putinismo come espressione della nuova epoca dei dominanti suprematisti di cui la Ue è parte significativa.

La vicenda Jugoslavia è emblematica, con uno stato federale, multietnico e multireligioso fatto a pezzi. Agendo con interventi di guerra che, a fronte della Palestina, dei Curdi e dello stesso Donbass, sono un monumento ai doppi standard e all’ipocrisia, assorbendo pezzi per aree di interesse e lasciando crescere nuovi nazionalismi.

La stessa unificazione tedesca è fatta di doppi regimi sociali, più una annessione che una unificazione, funzionale ad abbassare gli standard sociali in tutta la Germania. Dove ora la destra dell’Alternative für Deutschland (AfD) rischia di diventare il primo partito di un Paese riarmato fino ai denti.

Nel 2019 uscì su Le Monde Diplomatique una ricerca demografica che mostrava come l’Europa, nei trent’anni dal 1989, avesse subito cambiamenti quali quelli provocati da una guerra.

Il primo esempio era proprio l’Ucraina che aveva perduto milioni di abitanti. Per emigrazione di mano d’opera qualificata verso aree forti. Per denatalità. Per riduzione delle aspettative di vita. Paradossalmente le condizioni dei Paesi erano state più simili dalle due parti del muro che dopo la sua caduta.

Il Trattato di Maastricht invece che armonizzare ha favorito le ristrutturazioni passive delle catene del valore a favore delle esportazioni tedesche e a danno di aree, come l’ex Est in cui sono maturate sempre più pulsioni nazionaliste e di destra. Come crescono i nazionalismi Baltici. E tornano le destre radicali in Italia e un po’ ovunque.

Le élites della Ue, l’Europa reale, hanno fatto a gara ad annettere mercati del lavoro ed esportativi, a corsa con l’avanzare della Nato e del modello neocon degli Usa purtroppo trasversale a Repubblicani e Democratici. Per arrivare però oggi all’impatto col trumpismo, alla nuova relazione tra destre transoceaniche che di fatto provano a fare ciò che nel ‘900 fu loro impedito dal movimento operaio e dalla lotta al nazifascismo.

La Ue si arma come scelta strategica di militarizzazione di tutta sé stessa, del warfare contro il welfare, costruisce l’immagine del nemico (certo la Russia, ma poi la Cina e in prospettiva tutti), sta tra i dazi di Donald Trump e il liberoscambismo del Mercosur [blocco economico regionale sudamericano fondato nel 1991 da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. NdR], dopo Maastricht e l’austerity edifica lo stato di eccezione della guerra. Se qualcuno propone, da sinistra questa volta, la sfiducia von der Leyen lancia accuse di putinismo.

Questa Europa reale assiste, ed è complice, a un genocidio. Ma è pronta alla Terza guerra mondiale.

Tra i ricordi belli che ho della mia vita parlamentare c’è un pranzo, in pochissimi, con Michail Gorbaciov per parlare di diritto all’acqua, battaglia in cui era impegnato. Ho il ricordo di una persona umile e dignitosa. Per questo il silenzio di Ursula  von der Leyen alla sua morte mi ha ancora più ferito.

Sono tra i pochi parlamentari che andarono a contestare il G8 a San Pietroburgo, quando Putin era loro amico e il migliaio di giovani che ci accolse stava circondato da cavalli di frisia e cani poliziotto. Furono contenti e alcuni raccontarono che erano stati a Firenze al Forum sociale. Il Movimento dei Movimenti aveva visto bene sulle guerre permanenti.

Quella tra Occidente e Oriente è la realizzazione della profezia di George Orwell ma, paradossalmente, non per colpa dell’orrore dello stalinismo ma di quello del capitalismo. La generazione Gaza è scesa in campo e se lì si apre uno spiraglio è grazie a lei.

Un grande Movimento dell’umanità deve continuare e dire no alla guerra e al riarmo.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte

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