Diritto alla salute fuori dal mercato

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di Edoardo Turi (medico, Forum per il diritto alla salute)

Di fronte alla prevedibile recrudescenza e stabilità dei casi di Covid e dei decessi, anche con le drastiche misure emanate da Governo, Regioni e Comuni, a volte contraddittorie, e la debole partenza della campagna vaccinale, è necessario uno sguardo critico su quanto avviene in Italia e nel mondo, senza sottovalutare le differenze tra paesi a capitalismo avanzato, economie emergenti e paesi poveri. Il punto di vista  è quello della critica dell’economia politica e  delle classi sociali subalterne, da tempo abbandonato dalle forze che si richiamano al movimento operaio e democratico e da molti  ecologisti, influenzati dall’egemonia del pensiero neo liberale, dimenticando che ‘’liberista’’ è un eufemismo inventato dal Ministro, senatore e filosofo B. Croce per cercare di scindere il pensiero liberale dalle sue conseguenze economiche, il che non gli impedì di votare la fiducia a Mussolini dopo il delitto Matteotti.

L’epidemia ha colpito da un punto di vista e sanitario e sociale in modo diseguale, accentuando diseguaglianze preesistenti, in una lotta all’interno del capitale tra chi sopravvivrà arricchendosi (web economy) e settori che soccomberanno, come avvenne nella peste del ‘400. Si è detto che la pandemia ha messo in luce le debolezze del sistema economico, sociale e sanitario, uno “stress test” (Cavicchi, La sinistra e la sanità, Castelvecchi,2021). Le epidemie non sono nuove per l’umanità che convive con malattie infettive da millenni per scelte operate dall’uomo: allevamento animale (morbillo), commerci (peste), guerra (spagnola), cfr. J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi,1998; F.M.Snowden, Epidemics and society, Yale University Press,2019.

La rivoluzione industriale dall’800 ha modificato l’epidemiologia delle patologie umane con comparsa di malattie cronico-degenerative (cuore, polmoni, diabete, tumori) effetto di nocività da lavoro, inquinamento ambientale e consumi errati, parallelamente ecco il ridursi di malattie infettive per miglioramento di condizioni di vita nel mondo a capitalismo avanzato (acqua potabile, trattamento liquami, abitazioni e alimenti salubri, farmaci, diagnostica, vaccini, servizi sanitari). Nel Sud del mondo le malattie infettive sono ancora un flagello, mescolandosi anche con le malattie cronico-degenerative per la coesistenza di arretrati sistemi di salute ambientale e fattori di rischio moderni legati alla produzione industriale inquinante e senza regole.

Il capitale ha avuto nel tempo interesse a ridurre le malattie infettive che interferiscono pesantemente con produzione e consumi, mentre le malattie cronico-degenerative convivono con essi, sviluppandosi in tarda età, non immediatamente mortali, occasione di profitti con farmaci e diagnostica. L’epidemia da Covid nasce ancora una volta dalla combinazione di sfruttamento ambientale (megalopoli), salto di specie (pipistrelli, già noti per la rabbia aerotrasmessa negli speleologi) e globalizzazione (D.Quammen, Spillover, Adelphi, 2014).

Le società industrializzate negli ultimi trent’anni hanno man mano diminuito i propri servizi di prevenzione e controllo, spesso privatizzando, come in parte è avvenuto con la normativa europea di sicurezza sul lavoro e igiene degli alimenti, puntando tutto su vaccinazioni e farmaci, perché a più alta redditività per il capitale. L’Italia taglia la spesa su sanità e sociale, per i vincoli UE con il fiscal compact in Costituzione, e si trova con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) indebolito, privilegiando la logica del “Sistema”(parola spesso usata da molti al posto di Servizio, come erroneo sinonimo, ma teorizzato dalle centrali della cultura economica egemonica anche in sanità, Università Bocconi e Cattolica, come complementarietà tra il SSN pubblico, e il privato, in un’ottica di Sistema, come decantato dal pensiero unico dominante). La spesa sanitaria è il 70% dei bilanci regionali e il personale incide al 60%, in quanto settore ad alta intensità di lavoro umano: anche i dipendenti privati, dunque, di cui non ci si deve dimenticare quando si parla di lotta alle privatizzazioni. Qui si è tagliato, con un “falso in bilancio”, spostando la spesa da personale a “acquisizione di beni e servizi”: accreditamento erogatori privati, esternalizzazioni, convenzioni di medici e pediatri di base, specialisti ambulatoriali (tutti medici  non  dipendenti del SSN), consulenze. Più del 50% della spesa sanitaria.

Il privato aumenta i profitti attraverso regole meno severe di quelle del pubblico sulle assunzioni, riappropriandosi di quanto drenato con il prelievo fiscale dirottandolo altrove (finanza, immobiliare), con ampio ricorso a partite IVA, tempi determinati, lavoratori atipici, licenziamenti. Le mutue integrative, soluzione prospettata purtroppo in molti CCNL, non di rado con improvvise clausole capestro tipo franchigia, non previste al momento del contratto e senza nessun controllo da parte dello Stato come avviene invece in alcuni paesi UE con sistema misto come la Francia, sono un metodo per finanziare la sanità privata con soldi che non vanno in busta paga ai  lavoratori al posto degli aumenti salariali. Le assicurazioni integrative per prestazioni non previste dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), nei fatti sostitutive, sottraggono ulteriori risorse con la defiscalizzazione, togliendole a salari e pensioni. E’ una soluzione proposta dal privato per non diminuire i finanziamenti in sanità, cosa che ne avrebbe penalizzato gli introiti.

L’epidemia ha confermato questa impostazione: privati molti posti letto Covid, interventi chirurgici spostati nel privato con precise tariffazioni perché l’ospedale pubblico è in gran parte destinato al Covid, test sierologici e tamponi, attività domiciliari per pazienti Covid e vaccinazioni al privato (Unità Speciali Continuità Assistenziale-USCA, ricorso a lavoro precario). Le Regioni hanno autorizzato i tamponi nel privato e oggi con le vaccinazioni non sembrano fare né diversamente né meglio e comunque in modo diseguale. Si è puntato su mega HUB appariscenti e dai costi e personale non conosciuti (rigettate le identiche “Primule” del Commissario D. Arcuri e dell’architetto S. Boeri): il lavoro più difficile come  quello per over 80 a domicilio, disabili gravissimi, vulnerabili per patologie,  spetta alle ASL, sempre con l’ausilio di privati (erogatori accreditati per l’assistenza domiciliare e le citate USCA in mano ai medici di base convenzionati). Tutto pur di non assumere operatori e rafforzare i Centri vaccinazioni esistenti, soprattutto nelle immense periferie urbane, l’osso appenninico e il meridione. Mentre dilagano lobby e corporazioni, scatenando una guerra tra poveri sui vaccini, e si preferisce l’introduzione dell’obbligo vaccinale ai lavoratori a campagne di educazione sanitaria di massa, necessarie anche sulle misure di contenimento dell’epidemia o lo studio di modalità tecniche e organizzative per poter riprendere le attività in sicurezza (scuola, trasporti, luoghi di lavoro di svago).

Errori gravissimi dell’UE e dello Stato (contratti, prezzi secretati) gravano sull’approvvigionamento dei vaccini compromettendo la campagna che dovrà riguardare 50 milioni di persone in Italia entro la fine dell’estate (immunità di comunità) e che dovrà essere ripresa con vaccini aggiornati alle mutazioni virali ogni anno, come per l’influenza stagionale, finché – si spera – il virus non muti in forma meno aggressiva. L’epidemia diverrà probabilmente endemica. Mentre manca ancora un sistema informativo nazionale uniforme su malattie infettive e vaccinazioni.

Il Sud del mondo sembra invece abbandonato al suo destino, se non si sospenderanno i brevetti come proposto nella Campagna “Nessun profitto sulla pandemia”, tutti i popoli vittime, anche se in modo diverso, della guerra commerciale e geopolitica su vaccini di Big Pharma, USA UE, Russia e Cina.

Recovery Plan/Next Generation UE al 50% prenderà queste strade in un vero assalto alla diligenza dei privati, il resto servirà a coprire l’indebitamento da usurai  che comunque resterà. Una “rimutualizzazione” di un SSN committente, che compra prestazioni da privato a costi aumentati e non produce direttamente, anche nell’epidemia è subalterno al privato. Per affrontare l’epidemia il SSN è impreparato anche perché con l’imbuto di tamponi, laboratori, difficoltà al tracciamento dei contatti e vaccinazioni, che richiedono centinaia di operatori, non si è pensato in questi mesi a specifici servizi di prevenzione e cura Covid con organico dedicato e di ruolo, come si fece in passato per TBC e HIV. E’ necessario che alla mortalità aggiuntiva da Covid non si aggiunga quella per il blocco dell’attività sanitaria ordinaria come sta avvenendo anche ora. Il SSN deve attrezzarsi a convivere con una malattia endemica anche con il vaccino, per non chiudere il Paese, con danni a salute, lavoratori esposti al rischio (iniziando con il classificare correttamente nel gruppo di rischio biologico 3 il Sars-Cov-2 poiché trasmissibile alla popolazione), istruzione e reddito dei cittadini. Il “lavoro agile” è un privilegio di classe per alcuni, senza regole, che scarica i costi sui lavoratori penalizzando l’utenza.

E’ necessario proporre subito una ripubblicizzazione della sanità con un programma di assunzioni, ad oggi insufficienti, concorsi regionali per profili e discipline, graduatorie a scorrimento e reinternalizzazioni, compresa la medicina di base, di cui va ripensata la formazione collocandola in ambito universitario superando il numero chiuso. Quanto è accaduto ha visto complici le Regioni, prima interpreti di tagli alla spesa, poi traduttrici autonome di confuse indicazioni di Governo e Ministero della salute: assaggio di regionalismo differenziato già anticipato da un governo di centro sinistra con la modifica del titolo V della Costituzione, lasciando al palo il Sud. La guerra delle ordinanze, il costo diverso dei tamponi e le diverse modalità di vaccinazione ne sono il simbolo. Non il centralismo, ma un giusto rapporto Stato-Regioni-Comuni, negli organismi istituzionali preposti, come previsto dall’art. 114 della Costituzione, per garantire uniformità di diritti.

Nel SSN c’è poi un problema democratico aggravato dagli accorpamenti di gigantesche Aziende Sanitarie, con Distretti enormi, l’incapacità dei Comuni di rappresentare le comunità locali nei confronti delle Regioni e direzioni delle aziende sanitarie anacronisticamente simbolo di una verticalizzazione autoritaria. Inversione di tendenza rispetto a decentramento amministrativo e partecipazione democratica, bandiere della sinistra, che dopo anni di governo, non può accusare altri. Le Case della salute, che G. Maccacaro primo pensò nel 1975 come realtà partecipative in USL e Distretti piccoli, rivedute dopo molti anni nel 2004 dalla CGIL, per una trasformazione della medicina territoriale come risposta alla presa in carico della cronicità in ASL e Distretti di grandi dimensioni, presenti in poche Regioni, sono spesso proposte come soluzione a tutto, ma senza adeguate risorse e progettualità e nel Recovery Fund sono dimenticate senza nessuna valutazione e sostituite con Case della comunità. Ma serve un movimento di lotta a partire dall’epidemia che apra su queste istanze conflitti e vertenze, scuotendo la pigra sinistra.

Photo Credits: Manifestazione Società della cura 21 novembre 2020 @Bologna

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 46 di maggio-giugno 2021:  “La salute non è una merce

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