Buio sul Venezuela

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di Matteo Bortolon  (articolo pubblicato su il manifesto del 30/3/2019)

Il Venezuela come un sommergibile (o una balena) emerge e scompare a tratti nel mare magno della informazione dominante.

CADTM ha preso severamente posizione contro l’operazione di cambio di regime in corso, visto come un vero e proprio golpe illegale. Ma le ragioni della difficile situazione attuale vanno viste con spassionata lucidità.

L’economia del Venezuela si basa essenzialmente sull’esportazione di petrolio. Dopo un cinquantennio di crescita continua, dalle crisi degli anni Settanta si è avuto un periodo difficile, che è sboccato nell’aggiustamento strutturale imposto dal Fondo monetario del 1989; similmente a tanti paesi – in buona parte latinoamericani – questo si è risolto in un disastro sociale: la quota salari passa da 41,4% sul PIL al 33,4% fra 1988-1990; l’economia venezuelana, tradizionalmente protetta e regolata, non solo subisce l’ortodossia macroeconomica e la liberalizzazione dei mercati ma un vera e propria deindustrializzazione. Un tratto caratteristico di essa si intensifica a livello allarmante. Viene chiamata la malattia olandese. Essa colpisce i paesi che si basano su un massiccio export di materie prime. Vediamo in che modo.

Una forte esportazione fa sì che la valuta nazionale sul mercato delle monete subisca delle pressioni al rialzo, seguendo la legge della domanda e dell’offerta (ciò che viene più desiderato aumenta il suo costo). Ciò rende le importazioni più economiche (dato che la valuta locale ha un potere di acquisto alto); ma questo distrugge la produzione interna di manifattura, dato che subisce una concorrenza esterna, e scoraggia gli investimenti privati. È un meccanismo studiato a proposito della Olanda degli anni sessanta, che vide un declino palpabile della sua industria dopo la scoperta di un ampio bacino di gas natuale. Senza una produzione interna, tutti i beni – tanto di uso quotidiano che le componenti produttive dell’industria, inclusa quella petrolifera – devono essere importati; ma per ottenerli ci vuole la valuta estera. Come si vede è una spirale discendente che si autoalimenta. Il vincolo estero della bilancia commerciale (il saldo fra esportazioni ed importazioni) diventa l’elemento decisivo per la stessa produttività interna.

Dopo gli anni Novanta, funestati da una grave crisi bancaria, inizia l’era di Chavez, che riuscirà a superare la conflittualità sociale e il tentativo di golpe dell’aprile 2002, seguito da pesanti scioperi del settore petrolifero. Fra il 2003-09 il governo riuscì a controlare la situazione, facendo una forte redistribuzione sociale che fece registrare il più portentoso abbassamento della povertà dell’America Latina, con forte crescita economica, buoni salari ed inflazione sotto controllo (che in media era stata del 19,4% fra 1980-89 e del 47,4% fra 1990-1999). Ma tutto ciò era trainato da due fattori: un forte rialzo del prezzo del petrolio e un cambio forte che rendeva l’import economico (ed infatti le importazioni passarono da $8.3 mld nel 2003 a $45.1 mld nel 2008) per rendere i beni di consumo accessibili. Questo si dimostrò un problema molto serio quando il prezzo del petrolio passò da 129 dollari al barile a 31 in soli 6 mesi. Non aver avviato serie politiche industriali per diversificare l’economia era stato poco avveduto; deprezzare il cambio e limitare l’ingresso di valuta estera non valse a controbilanciare la caduta dell’import – vitale per la produzione stessa. La aggressione economica esterna, la illegale e massiccia fuga di capitali e la vasta corruzione che Chavez aveva aggirato ma non debellato resero la posizione del successore Maduro sempre più precaria, con ondate di iperinflazione degne di quella di Weimar. Il resto è storia recente, e una struttura economica di rendita petrolifera decennale non si risolve in poco tempo. Se il chavismo sopravviverà dovrà progettare una economia che permetta uno sviluppo sostenibile per continuare a dirigersi verso un socialismo del XXI secolo.

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