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di Marco Bersani (Attac Italia)
Ci sono momenti nella storia di ogni Paese in cui pensieri ed emozioni attraversano le persone in maniera carsica finché non si produce un fatto che li fa emergere improvvisamente, rendendo pubbliche e politiche l’indignazione e la riflessione, la rabbia e la speranza, e producendo un immediato riconoscimento collettivo.
Questo avviene attraverso momenti preparatori, come lo sono state le mobilitazioni contro il Dl Sicurezza che hanno attraversato l’inverno 2024/2025 e la grande manifestazione nazionale del 21 giugno 2025 contro guerra, riarmo, genocidio e autoritarismo, che ha visto oltre centomila persone in piazza.
Ma si concretizza attraverso una frattura che, mettendo in campo i corpi delle persone, apre una faglia dentro la narrazione dominante e rende esplicita la necessità di agire in prima persona, tutte e tutti insieme, per cambiare la storia.
È stato questo il pregio della Global Sumud Flotilla, che ha sostanzialmente espresso e praticato un concetto molto chiaro: se i governi non agiscono, dobbiamo farlo noi in prima persona, perché è l’unica possibilità di restare umani e di intravedere un futuro diverso.
Proponendo un immediato rimbalzo nell’equipaggio di terra, che ha subito dichiarato un concetto speculare: se le grandi organizzazioni politiche e sociali non agiscono, saremo noi con i nostri corpi a bloccare tutto, ovunque ci troviamo e con ogni mezzo necessario.
È nato così un Movimento di massa, che ha caratteristiche inedite rispetto ad altri Movimenti della storia passata, a partire dal fatto che non ha riferimenti politici e pochissimi agganci sindacali tradizionali.
È un Movimento variegato e di ’popolo‘ che ha permesso un salto quantico nella consapevolezza individuale e collettiva: se solo fino a qualche mese fa, le persone camminavano guardandosi le scarpe perché consapevoli dell’insopportabilità del mondo presente ma sentendosi sole e impotenti, oggi le persone camminano a testa alta perché finalmente possono guardare l’orizzonte.
Ed è un Movimento che ha messo in campo una nuova generazione politica di giovani, facendo finalmente strame di anni di lamentele pregiudiziali da parte dell’attivismo più maturo, incapace di immaginare gli accadimenti secondo un canone differente dal già conosciuto.
Non solo. Questo Movimento ha presentato ulteriori caratteristiche inedite rispetto a precedenti esperienze.
La prima di queste è stata la diffusione e la reticolarità territoriale, che ha visto mobilitazioni dal più piccolo paesino alla più grande delle città metropolitane.
La seconda è stata l’ampiezza delle forze e delle culture coinvolte, dentro un arco che va dal cattolicesimo sociale all’antagonismo radicale, come hanno dimostrato le oceaniche mobilitazioni per Gaza, ma anche la Perugia-Assisi di ottobre 2025.
La terza è stata la riscoperta dello sciopero, come strumento politico di lotta e la sua generalizzazione sociale, al punto che sono stati realizzati due scioperi generali in brevissimo tempo, il secondo dei quali ha visto una convocazione comune, mai successa prima, fra Cgil e sindacalismo di base.
La quarta è stata la disponibilità di massa ad azioni formalmente ’illegali‘, come le occupazioni dei porti, delle stazioni ferroviarie, delle autostrade e delle tangenziali, rendendo praticamente inefficaci tutte le misure repressive previste dal Dl Sicurezza.
Certo, non va dimenticato come ci sia voluto un genocidio, ancora in corso sotto traccia, per produrre questo straordinario risveglio, e questo segna l’insufficienza che tutte e tutti dobbiamo ancora colmare, ma un dato è certo: la narrazione dominante è stata sconfitta, tanto sul merito della situazione in Palestina (è genocidio e soltanto gli ultimi ’soldati giapponesi‘ nella giungla del governo e dei media mainstream si ostinano a non prenderne atto), quanto sul contenuto delle scelte strategiche sulla società (i soldi ci sono, tanto è vero che volete investirli tutti nelle armi invece di pensare a scuola, sanità, diritti e conversione ecologica).
Oltre a considerare come l’attuale, per quanto fragile, tregua in corso a Gaza non sarebbe stata possibile senza questa mobilitazione transnazionale basata su “tutti gli occhi su Gaza”.
Mobilitazione tanto incisiva da costringere persino l’Unione europea (Ue) a straordinarie giravolte lessicali, nella continua ridenominazione delle politiche di riarmo e di guerra messe in campo: se nel marzo 2025, con le piazze ancora deserte, poteva tranquillamente denominare ReArm Europe il piano bellico messo in campo, già a giugno 2025 si vide costretta a chiamarlo Defence Readiness, per arrivare, senza senso del ridicolo, a definirlo Preserving peace a ottobre 2025.
Quanto durerà e che strade prenderà questo Movimento non lo può sapere nessuno.
Il primo passo affinché viva è quello di lasciarlo respirare, dentro i territori e dentro l’immaginario collettivo, con una consapevolezza: ogni tentativo di leggerlo con i canoni usuali è destinato a fallire e ogni tentativo di imporli artificialmente può provocarne il fallimento, sia esso messo in atto da forze politiche, sindacali o anche di movimento.
Il secondo passo è quello di averne cura, mettendosi al suo servizio: questo può essere fatto contribuendo a costruire i nessi e le pratiche che legano i diversi temi e costruendo luoghi dove le molteplici differenze che compongono la varietà della mobilitazione sociale in corso possano parlarsi, immaginando ciascuna come parte di un caleidoscopio collettivo e non di uno specchio autoreferenziale.
È un Movimento che dovrà mantenere tutti gli occhi su Gaza, perché la pax trumpiana è solo la continuazione con altri mezzi di una politica di dominio, ma che dovrà essere in parte anche strabico, ovvero capace di guardare a Est, dove la costruzione di un incidente di percorso che faccia definitivamente deflagrare su scala europea il conflitto in corso in Ucraina è all’ordine del giorno.
Ma è anche un Movimento che dovrà essere capace di scardinare la dimensione della guerra anche laddove non è al momento combattuta con le divise, ma con la destinazione della ricchezza collettiva al riarmo e alla difesa, invece che ai diritti, alla scuola, alla sanità e alla conversione ecologica.
Diversi appuntamenti stanno già scandendo questo autunno 2025 e tutti andranno attraversati. Con un’esiziale avvertenza: ciascuna e ciascuno faccia la sua parte per produrre dentro ogni momento una convergenza più ampia di quella in atto sino al giorno precedente, sapendo che solo domandando si può camminare.
E sapendo che non c’è alcun destino di guerra, devastazione ambientale e diseguaglianza sociale predeterminato. Possiamo cambiarlo scegliendo la vita.
Tutte e tutti insieme la vita.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte”

