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“Felicia e Peppino Impastato”2009

Cinisi 7-10 maggio.Forum Sociale Antimafia

Infoe programma: www.centroimpastato.it

Nella notte del 9 maggio del 1978, la notte più lunga della prima repubblica, il militante comunista Peppino Impastano veniva assassinato dalla mafia per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti; da 31 anni, i compagni di Peppino, la sua famiglia ed il centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” tengono viva la memoria della sua personalità storica e politica, mantengono il ricordo del suo omicidio mafioso, insieme a tante compagne e compagni che cercano di continuare la sua pratica quotidiana antimafiosa, antifascista e anticapitalista.

A 31 anni dalla morte, le sue istanze politiche sono quantomai attuali, proprio nel 2009, l’anno dell’esplosione della crisi del capitalismo mondiale, ultimo atto del sovrapporsi di cicli economici di contrazione. Ogni giorno i media diffondono finte spiegazioni di una crisi economica che rivela null’altro che la fragilità strutturale di un sistema economico ritenuto incrollabile. Consolidata la fase delle recessioni dell’economia globale, il sistema si avvia verso una fase di depressione: fabbriche e aziende chiudono e milioni di persone perdono il proprio posto di lavoro”Felicia e Peppino Impastato”2009 mentre gli interventi statali garantiscono i grandi speculatori, fautori della crisi.

La crisi economica che viviamo è molto più di una delle naturali crisi di sovrapproduzione del capitalismo mondiale, tanto che gli stati più potenti del mondo non hanno esitato a proporre misure di nazionalizzazione per arginare il crollo delle potenti lobbies economiche. Eppure, i governi e con essi le sinistre istituzionali non osano criticare né le logiche di mercato né il liberismo economico ma si limitano a diffondere futili giustificazioni e lasciano che i lavoratori e le famiglie paghino il prezzo maggiore di un economia in disfacimento, di disoccupazione, disgregazione sociale, precarietà e povertà crescente.

Non temiamo di affermare che queste crisi dimostrano la debolezza di un sistema economico instabile da molto tempo e che da decenni aggrava i suoi squilibri, finanziando un’economia di guerra basata sugli shock economici e non sulla produzione reale, promuovendo campagne militari di aggressione imperialista, scatenando instabilità politica, economica e sociale, smantellando le garanzie sociali, generando una sempre crescente sperequazione economica, precarizzando il mercato del lavoro in nome del mito della flessibilità.

Il Forum sociale antimafia, in questa prospettiva, ribadisce il suo impegno per discutere, analizzare e proporre aspetti e fenomeni cruciali dei nostri giorni, proprio sulle orme di Peppino.

Il dibattito istituzionale e politico, a livello nazionale e internazionale, è attestato sulle posizioni conservatrici dei potenti del mondo, in difesa degli speculatori economici e dei guerrafondai; i governi del mondo preferiscono finanziare le banche, le imprese multimilionarie e le grandi aziende invece di individuare forme di sostegno reale ai soggetti sociali più deboli, travolti dalla crisi dilagante; le finte soluzioni paventate dai grandi dell’economia mondiale, non solo non pongono rimedio all’indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie e dei lavoratori, ma giustificano le sconsiderate politiche neoliberiste, avallando le speculazioni bancarie.

In questa prospettiva, le guerre e i conflitti diventano un’opportunità per il mercato di morte delle armi e delle droghe, le strategie di destabilizzazione dei paesi per la conquista e la gestione delle risorse energetiche e minerarie diventano significative fonti di reddito di un’economia in crisi, come insegnano la Palestina, il Congo, l’Afghanistan e l’Iraq.

A ciò si aggiunge la criminale gestione delle finanze pubbliche e del territorio nazionale, perseguita dal governi di destra e di sinistra che si sono alternati negli ultimi anni . Le istituzioni appaltano ad imprese private servizi pubblici e le nuove multiservizi non solo privatizzano settori essenziali, aumentando i costi ai cittadini, ma finiscono, sempre più spesso, nelle mani di pochi speculatori che dilapidano fondi pubblici e che rimangono impuniti grazie a detassazioni e condoni.

Lo stato non vuole affrontare il problema dell’evasione fiscale, né attuare politiche di redistribuzione della ricchezza, mentre le mafie e le organizzazioni criminali si inseriscono indisturbate nella gestione del territorio e delle risorse, garantendo con l’illegalità, l’illecito e la violenza il funzionamento dell’apparato economico e la gestione del conflitto sociale, riciclando capitali provenienti dalle attività illegali e moltiplicandoli con i contributi statali.

Il governo, con la complicità e/o subalternità del centro-sinistra istituzionale, nell’incapacità di delineare soluzioni politiche, chiede ulteriori sacrifici ai lavoratori e alla famiglie, riducendo le garanzie sociali, le tutele sul lavoro e sulla salute, criminalizzando ogni forma di dissenso e protesta, come dimostra l’operato dei ministri Brunetta e Sacconi. L’unica via d’uscita da queste crisi sembrerebbe la promozione di una grande campagna di cementificazione del territorio, le tante mistificate opere pubbliche, magnificenti progetti inutili e spesso dannosi, pensati per rimettere in moto il settore dell’edilizia, non considerando proprio che in questo settore sono minori le tutele dei lavoratori, come dimostra il lungo elenco di atroci morti bianche. Non una parola per denunciare tutte le assunzioni irregolari di italiani e migranti, che avvengono tramite ditte spesso poco conosciute a cui si subappaltano i lavori, ma una grande campagna di propaganda delle grandi opere pubbliche, presentate come opportunità di sviluppo del territorio che nascondono in realtà ottime opportunità di speculazioni, di riciclaggio dei capitali mafiosi ma ammantate da giustificazioni etiche.

Non è un segreto ed è stato ampliamente dimostrato dalla magistrature che sono proprio le aziende mafiose o legate alle organizzazioni criminali che molto spesso finiscono per gestire la totalità di questi appalti. Nessun finanziamento alle famiglie, dunque, né salari ai lavoratori ma enormi capitali alle organizzazioni mafiose per devastare il territorio, unico patrimonio comune.

Il territori, uno dei pochi beni preziosi ancora rimasti in Italia, diventa un affare su cui lucrare, senza alcun rispetto delle norme ambientali né della salute pubblica come dimostrano le ultime proposte governative in merito all’edilizia cittadina e all’energia.

Il Forum diventa un’occasione per denunciare le menzogne che si celano dietro le grandi opere: non una parola sui grandi costi delle centrali nucleari e del lungo periodo che trascorre tra l’edificazione e la piena produzione, non una parola sulle scorie nocive, né sull’impatto ambientale dei rigassificatori né sugli inceneritori, né sul devastante impatto della diossina sulla popolazione e sulla catena alimentare, ma una generica idea di progresso, esaltata ciecamente, senza valutarne né i costi economici né quelli sociali e ambientali.

Ma il territorio non rischia solamente di essere deturpato ma di essere privatizzato e svenduto. L’acqua, patrimonio di ciascun essere umano, diventa una merce, da comprare e vendere, proprio come detta la logica del mercato capitalista e poco importa se un bene primario rischia di diventare inaccessibile a molti e se dietro le scuse di una migliore gestione del patrimonio idrico si cela il tentativo di ottenere enormi guadagni vendendo ai cittadini un bene che a loro appartiene.

In questo panorama il legittimo dissenso viene criminalizzato, con le leggi che restringono i diritti agli scioperi e limitano le manifestazioni cittadine, come vengono criminalizzate le organizzazioni che non si allineano agli interesse dei padroni e dei loro complici; stessa sorte spetta allo straniero, criminalizzato e additato come nemico dagli stessi vertici istituzionali; nell’incapacità di risolvere i problemi reali vengono creati fantasmi verso cui indirizzare l’odio e la paura dei tanti che vivono in condizioni sempre più difficili. In questa atmosfera crescono il razzismo e l’intolleranza, dando nuova linfa vitale alle organizzazioni neofasciste, ormai palesemente garantite dalla destra di governo. Gruppi e movimenti neofascisti vengono così protetti, giustificati, avallati, utilizzati come mezzo di controllo sociale e di repressione e il revisionismo storico conclude il processo che ristruttura la nostra storia comune equiparando partigiani a repubblichini, offuscando l’enorme patrimonio culturale e politico della resistenza antifascista, riproponendo con le nuove ronde cittadine un nuovo travestimento per la vecchia pratica dello squadrismo fascista.

Convinti di queste considerazioni, riteniamo che ricordare oggi Peppino Impastato non sia solamente una atto dovuto ad una delle tante vittime della mafia, né un omaggio ad un militante comunista ucciso per la forze delle proprie idee ma un modo per proporre e sostenere una pratica politica quotidiana alternativa. Riteniamo che sia necessario continuare un percorso di resistenza antimafiosa, antifascista e anticapitalista dal basso che parta dell’esperienza di vita di Peppino, con l’intenzione di costruire nuovi momenti di aggregazione e informazione e nuovi percorsi politici in netta opposizione alla deriva fascista e mafiosa dell’attuale apparato politico ed economico.

Siamo lontani dall’antimafia istituzionale di parata, siamo lontani da quel concetto di sicurezza che si fonda tanto sulla paura dei cittadini e sulla militarizzazione dei territori quanto sulla criminalizzazione del dissenso politico, siamo lontani da quella legalità che pretende il rispetto di leggi ingiuste, volute da un governo conservatore, per tutelare i privilegi del capitale.

Siamo a Cinisi, nel 2009, per proporre modelli alternativi di gestione del territorio e delle risorse, per ribadire una nuova centralità del lavoro e dei lavoratori nell’economia, per chiedere il rispetto del diritto alla salute, all’istruzione e alla libera circolazione degli uomini, nella convinzione di continuare un percorso iniziato, proprio a Cinisi, tanti anni fa.

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