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Primo corso
“Guerra e finanza: l’intreccio letale”
Seconda lezione
La guerra nuova via per la finanza
Paolo Andruccioli
21 maggio 2025
Qui la videoregistrazione della lezione:
L’Europa ha fretta e accelera sul riarmo. I profondi mutamenti dello scenario internazionale e le ricorrenti crisi economiche e finanziarie che NON SONO STATE AFFATTO SUPERATE dopo la pandemia del 2020 e che potrebbero presto acuirsi a causa della guerra commerciale mondiale in corso, ora sono aggravati dal conflitto in Ucraina, che non sembra avere (per ora) una via d’uscita (nonostante gli annunci e le promesse del presidente Trump), mentre governi e istituzioni europee osservano inerti la tragedia dei massacri di Gaza. I nuovi scenari stanno comunque cambiando il contesto delle scelte politiche.
Dopo l’elezione di DONALD TRUMP l’Europa ha cominciato a preoccuparsi seriamente per le minacce della nuova amministrazione americana in riferimento in particolare al sistema di finanziamento della Nato. Gli Stati europei sono accusati di contribuire troppo poco all’alleanza militare.
L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord è un’alleanza militare tra 32 Stati membri, istituita all’indomani della seconda guerra mondiale nel 1949. La Nato è considerata un sistema di sicurezza collettiva: i suoi Stati membri indipendenti si impegnano a difendersi a vicenda da eventuali attacchi di terzi. Il quartier generale principale si trova a Bruxelles, mentre il quartier generale militare è situato nei pressi di Mons, sempre in Belgio. L’alleanza può disporre della Nato Response Force e delle forze armate combinate di tutti i suoi membri che comprendono un totale di circa 3,5 milioni di soldati e personale di vario genere. Negli anni si sono aggiunti nuovi paesi ai dodici fondatori. L’ultimo ingresso c’è stato nel 2024 con la Svezia. Inoltre sono state riconosciute la Bosnia-Erzegovina, la Georgia e l’Ucraina come aspiranti membri.
In quest’aria di incertezza e di paura ci si arma contro un nemico per ora invisibile, ma che sicuramente ci attaccherà, in un’atmosfera sospesa come nel famoso romanzo di DINO BUZZATI, Il deserto dei tartari. Il nemico per ora non ha divisa, ma è evidente che i nemici principali dell’Occidente in questo periodo storico vengono considerati la Russia e la Cina, anche se il quadro geopolitico è tutto in movimento e crescono le tensioni all’interno della stessa Europa. La confusione è grande e non è facile districarsi tra le tante notizie vere e le fake news. Quindi conviene attenerci ad alcuni fatti di cronaca politica certi e ad alcuni fatti storici emblematici per cercare di capire i rapporti tra economia e guerra.
IL 4 MARZO 2025 la Presidente della Commissione europea URSULA VON DER LEYEN ha presentato una proposta per un grosso progetto di riarmo che coinvolge le singole nazioni e l’intera Unione. Il progetto si chiama “REARM EUROPE” ed è presentato come la risposta dell’Unione Europea, e dei suoi Paesi membri, alle sfide internazionali. La Presidente Von der Leyen ha spiegato che l’Europa è entrata “nell’era del riarmo” e che è necessario incrementare le spese dedicate alla Difesa, per far sì che l’Unione si possa assumere maggiori responsabilità di sicurezza nel medio e nel lungo periodo. “Ora è il momento dell’Europa e dobbiamo essere pronti”.
La Commissione ha presentato un piano diviso in 5 punti. L’obiettivo è quello di “MOBILITARE 800 MILIARDI DI EURO da spendere in settori legati alla Difesa” tramite l’impiego di tutte le leve finanziarie a disposizione. L’obiettivo è quello di permettere ai Paesi membri di espandere le loro capacità nel campo della Difesa. Il Piano di riarmo è da considerare una novità assoluta per la politica europea, da due punti di vista. Il primo riguarda la decisione di invertire la rotta che avrebbe dovuto portare l’Europa ad essere il soggetto mondiale della transizione ecologica. Al sogno “green” si sostituisce la vecchia logica dei “cannoni”.
Una delle date che vogliamo ricordare come sfondo storico lontano è il 4 agosto 1914. Quel giorno, in Germania, la Spd, il partito socialdemocratico più importante della sinistra europea votò i crediti per la partecipazione della nazione alla Prima Guerra Mondiale. Molti storici indicano proprio il 4 agosto come la fine dell’Internazionale socialista, una vera tragedia politica, che sconvolse e frantumò in profondità una delle ragioni costitutive del socialismo e soprattutto il suo internazionalismo, in favore delle ragioni del nazionalismo.
Ma torniamo all’oggi, senza fare paragoni impropri. Il secondo aspetto che rende assolutamente inedite le attuali scelte europee riguarda la decisione di andare a cercare risorse finanziarie per il riarmo e le industrie belliche nel campo del risparmio privato, ovvero nei conti correnti dei cittadini europei. Le istituzioni europee si rendono conto che non basterà aumentare la percentuale di Pil dedicata alle armi e che è politicamente proibitivo ricorrere all’aumento delle tasse o percorrere le vie del prestito popolare (più o meno forzoso), come è stato fatto in tante altre occasioni.
Il primo punto del Piano europeo tende a facilitare l’utilizzo di fondi pubblici degli Stati membri per investimenti nella Difesa nazionale e quindi, di conseguenza, anche in quella comunitaria. Per farlo si intende scorporare le spese dedicate alla Difesa dai calcoli sul deficit del “patto di stabilità e crescita”, eliminando il rischio di incorrere nella procedura per debito eccessivo e quindi consentendo di spendere più risorse. Si alza di molto l’asticella della percentuale di Pil destinata alle spese per armamenti. DALL’1-1,5% SI È PASSATI AL 2%, ma ormai si parla del 3% e ci sono Stati (la Germania per esempio) che parlano addirittura del 5%.
Al secondo punto c’è la creazione di un nuovo strumento, che ha in dotazione 150 MILIARDI DI EURO, al fine di aiutare gli Stati membri a portare avanti nuove acquisizioni. Lo strumento lavora nel contesto di acquisizioni comuni al fine di creare capacità pan-europee in alcuni settori critici (ad esempio mezzi aerei, difesa missilistica, droni, munizionamento, ecc.).
Il terzo punto prevede l’utilizzo di fondi dell’Unione già esistenti, in particolare i “fondi per la coesione”, per finanziare progetti con finalità legate alla Difesa.
Si tratta di fondi strutturali e di investimento dell’Unione europea. Nati nel 1994 sono stati introdotti per agevolare il sostegno finanziario ad opere civili nei singoli Paesi nella logica dello sviluppo sostenibile e dell’intervento correttivo contro le disparità economiche. Sul dirottamento di questi fondi verso le spese militari è in corso una battaglia politica nel Parlamento europeo.
Con il quarto ed il quinto punto l’Europa vuole mobilitare il capitale privato e quello della Banca Europea degli Investimenti (Bei) al fine di sostenere il riarmo del Continente. Approfondiamo il punto cinque: “Mobilitare il capitale privato”. La Commissione europea ammette con candore che l’obiettivo di “aumentare gli investimenti pubblici nella Difesa è indispensabile, ma non sarà sufficiente”. Si tratta piuttosto di fornire un supporto al sistema industrial-militare europeo. Le aziende, comprese le piccole e medie imprese e le società a media capitalizzazione, devono avere un migliore accesso al capitale. “Il settore finanziario mostra un crescente interesse per la Difesa. Tuttavia, il settore rimane un problema perché il mercato non è servito come si dovrebbe a causa delle limitazioni nelle politiche di investimento del settore finanziario pubblico e privato”.
Tra gli strumenti per preparare la guerra c’è la SAFE. Con il Libro Bianco si introduce un nuovo strumento finanziario dedicato a sostenere gli investimenti degli Stati membri nel settore della Difesa, Azione per l’Europa (Safe) che servirà per elargire prestiti agli Stati membri per un massimo di 150 miliardi di euro, con procedure che si provvederà al più presto a sveltire. Tutte le riforme e le misure che si stanno mettendo in campo sul tema del riarmo avranno il carattere dell’urgenza. Nello specifico la Commissione prevede un dispositivo di funzionamento della gestione dei fondi simile a quello adottato per il Recovery and Resilience Facility istituito dal Regolamento UE n. 241/2021. Tale strumento prevede l’erogazione di prestiti garantiti dalla Commissione dietro presentazione da parte degli Stati interessati di un European defence industry investment plan. Lo Stato può ricevere un prefinanziamento di ammontare pari al 13% del finanziamento complessivo e presentare domanda di pagamento delle rate semestralmente.
Strumenti per preparare la guerra 2: la SIU, con i soldi dei cittadini. Secondo i calcoli della Commissione europea i cittadini del vecchio continente detengono una quantità significativa di risparmio, pari a quasi il 15% del reddito disponibile (dati 2023). Ma il 31% del risparmio, pari a 11.630 miliardi di euro (di cui 1.580 miliardi in Italia), è in contanti e in depositi a basso rendimento. “Senza una maggiore partecipazione ai mercati dei capitali, i cittadini Ue si lasciano sfuggire le opportunità di creare ricchezza attraverso un possibile aumento dei rendimenti dei risparmi a lungo termine”, commenta la Commissione.
I risparmi vanno dunque “indirizzati”. E ovviamente in questo momento l’Europa pensa a spingerli verso l’industria delle armi e i sistemi di Difesa. Si introduce quindi un altro strumento, l’Unione del risparmio e degli investimenti (Siu) che dovrebbe contribuire a convogliare ulteriori investimenti privati verso le priorità della Ue a partire dal settore della Difesa. Secondo la Commissione sarebbe un fatto benefico, rafforzando la competitività europea, come avevano suggerito sia Enrico Letta che Mario Draghi.
Strumenti per preparare la guerra 3: il risparmio privato. La Commissione europea sta progettando dunque una serie di misure per smuovere i risparmi bancari dei cittadini che sono appunto bloccati nei conti correnti (parcheggiati) e indirizzarli verso fondi di investimento e acquisto di azioni o obbligazioni (titoli di Stato) nel campo dell’industria bellica. Innanzitutto Bruxelles afferma di voler stimolare la partecipazione degli “investitori retail” sui mercati attraverso prodotti finanziari semplici e a basso costo, anche con eventuali stimoli fiscali. La Ue si dice pronta a rimuovere le barriere tra mercati nazionali, per esempio quelle a livello di supervisione, e incentiverà gli investitori istituzionali e privati verso le imprese.
Strumenti per preparare la guerra 4: un nuovo mercato finanziario. Secondo molti osservatori tra cui Alessandro Volpi (che voi avete incontrato) e Andrea Baranes, la direttiva europea sul Siu è cruciale per il futuro assetto tanto del sistema finanziario quanto di quello produttivo in Europa. Negli scorsi anni l’Unione europea aveva già lavorato alla creazione di un unico mercato finanziario, tramite le due versioni della Capital Market Union. Con la nuova Direttiva si vuole andare molto oltre. Il punto di partenza è che le imprese europee sarebbero troppo dipendenti dalle banche e sfrutterebbero troppo poco i canali finanziari. Per questo, la Siu intende connettere i risparmi con gli investimenti produttivi, con un focus sugli obiettivi strategici dell’Ue.
Strumenti per preparare la guerra 5: il ritorno delle cartolarizzazioni. La nuova connessione tra risparmi e aziende (e in particolare industrie delle armi) si può realizzare rispolverando un vecchio strumento della finanza creativa: le cartolarizzazioni, il meccanismo che consente di trasformare un credito in un titolo finanziario.
La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che consente di convertire strumenti finanziari non trasferibili in nuovi strumenti finanziari trasferibili (quindi liquidi). Consiste nella cessione di attività o passività, beni o debiti di privati o di crediti di una società (solitamente una banca) attraverso cui si costruiscono emissioni con la trasformazione del bene o del debito/credito in titoli obbligazionari, che sono collocati presso il pubblico. Le banche, in pratica, vendono i mutui che diventano titoli.
È ancora Baranes a spiegare che in questo modo “la banca si disfa del rischio e libera capitale per potere fare nuovi prestiti, mentre per le imprese si aprono nuove possibilità”. “Un’azienda non quotata sui mercati finanziari, e che quindi non può emettere azioni e obbligazioni, con le cartolarizzazioni può trasformare i suoi crediti in titoli finanziari e accedere quindi ai capitali dei risparmiatori europei”.
Per i risparmiatori aumentano però enormemente i rischi. Viene infatti spezzato il legame tra creditore e debitore. La storia dei subprime americani (alla base della grande crisi finanziaria mondiale del 2008) ha mostrato come le banche prestavano senza valutare i rischi, perché quei rischi che avevano cartolarizzato, non le riguardavano più. Le cartolarizzazioni saranno quindi un nuovo veicolo alla formazione di una nuova bolla finanziaria che questa volta sta montando non sulle abitazioni e i mutui per avere casa, ma sulle industrie del riarmo.
In Europa anche i fondi pensione si armano? Torniamo ai risparmiatori. E alla volontà molto preoccupante dei politici europei di andare a pescare soldi anche tra i lavoratori-risparmiatori. Come ha segnalato l’agenzia Bloomberg, con l’aria che tira, anche parecchi Fondi pensione europei hanno deciso di rivedere le loro politiche di esclusione dei produttori di armi dai possibili investimenti.
Nel mondo sono conosciuti come Pension Funds. Sono strumenti basati sui versamenti dei lavoratori che vengono investiti sui mercati finanziari per costruire una rendita che incrementi la pensione pubblica. In Italia la prima normativa in materia di previdenza complementare è stata introdotta nel 1993 e poi modificata nel 2005. Vengono definiti anche il “secondo pilastro” previdenziale (il primo è la pensione dell’Inps). Ma la loro applicazione sconta ancora moltissimi problemi e ritardi.
Il più grande fondo pensione europeo, Stichting Pensioenfonds ABP, che raccoglie i contributi degli insegnanti olandesi e di altri settori dei lavoratori pubblici, ha fatto sapere di avere già importanti investimenti nell’industria delle armi, ma di essere pronto anche ad aumentarli in supporto al piano Ue. Il fondo danese Pfa Pension, che gestisce circa 120 miliardi di euro, afferma che il consiglio di amministrazione sta lavorando alla rimozione anche del divieto di investire in gruppi che producono componenti per le armi nucleari. L’AkademikerPension danese, con 20 miliardi gestiti, ha a sua volta avviato le procedure autorizzative per accrescere l’esposizione sui produttori di armi, persino verso quelli che costruiscono i cosiddetti ordigni controversi (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche, frammenti non rilevabili, fosforo bianco, armi laser accecanti e uranio impoverito).
E in Italia? Cometa, il più grande tra i fondi di categoria, che raccoglie il denaro dei lavoratori del settore metalmeccanico, fa sapere di essere dotato di una procedura per garantire il rispetto della legge 9 dicembre 2021. La legge contrasta il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo. Mirco Rota, sindacalista della Fiom, spiega che i controlli sull’applicazione della legge del 2021 sono molto rigorosi. E che anzi Cometa sta andando controcorrente rispetto ai fondi pensioni del Nord Europa, spingendo verso investimenti nell’economia reale sostenibile. Si sta infatti lavorando ad un progetto con Cassa Depositi e Prestiti e Fondo Italiano. Per quanto riguarda le scelte dei gestori finanziari e delle aziende è sempre Rota a ricordare la clausola della “politica di voto” che permette di votare ai rappresentanti del Fondo pensione nelle assemblee delle aziende.
LA NUOVA BOLLA FINANZIARIA. Nel Piano della Commissione per “mobilitare” i 10 mila miliardi di euro che si trovano sui conti correnti degli europei, troviamo quindi varie misure che incentivano la totale, libera circolazione di tali risorse in direzione di qualsiasi titolo azionario od obbligazionario presente in Europa, nella logica di un unico mercato dei capitali. Lo spiega bene Alessandro Volpi che parla di “iscrizione dei risparmiatori a piattaforme di investimento, una possibile, ulteriore cartolarizzazione dei crediti bancari, la creazione di conti deposito, un allentamento dei requisiti di prudenziali delle banche e delle assicurazioni e una più complessiva defiscalizzazione. Naturalmente, sottolinea la Commissione, tutta questa facilitazione nella mobilitazione del risparmio, dovrà essere indirizzata a finanziare il riarmo per la “difesa dell’Europa”, quindi le società che producono armi. Anche per Volpi, dunque, la parola guerra è diventata ormai lo strumento attraverso cui accelerare, in tempi record, la nuova finanziarizzazione. Polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali: tutto deve chiamare alle armi il risparmio diffuso e incanalarlo verso la nuova bolla con cui alimentare la “riconversione” bellica. E ancora una volta, protagonisti della scena saranno le tre big della finanza mondiale, con BlackRock in testa (tra l’altro BlackRock ha una partecipazione azionaria in Leonardo, la principale società (pubblica) italiana del complesso militare.
Non mi dilungo su questo perché ve ne ha già parlato Alessandro Volpi. Ricordo solo i nomi dei tre grandi fondi finanziari, chiamati le Big three, tutti americani: BlackRock, Vanguard e State Street. Controllano portafogli giganteschi e sono diventati più forti degli Stati nazionali. Influenzano le scelte politiche nazionali e secondo molti osservatori sono decisivi nella tenuta delle monete e del debito pubblico.
Ma nella corsa al riarmo, per recuperare il tempo perduto, l’Europa non si accontenta. Così spunta il progetto della BANCA EUROPEA PER LE ARMI. Secondo il rapporto “Finanza di pace. Finanza di guerra”, presentato l’anno scorso dalla Fondazione Finanza Etica, oltre 959 miliardi di dollari vengono destinati dalle istituzioni finanziarie nel mondo al sostegno della produzione e del commercio di armi. Ma evidentemente in questo periodo di mobilitazione bellica non basta più quello che fanno le banche tradizionali e non basta tentare di connettere direttamente i cittadini risparmiatori con il finanziamento delle aziende. In ambito europeo, o meglio in ambito Nato, circola un progetto per la creazione di una nuova banca, la Defence, Security, and Resilience Bank (DSR), una banca pensata per colmare il divario finanziario che ostacola la difesa collettiva in Europa, garantendo liquidità ai produttori di armamenti. Ovvero soldi pubblici per chi costruisce armi. L’iniziativa di cui solo alcuni media hanno parlato in Italia è promossa da Rob Murray, ex capo dell’innovazione della Nato. Emettendo obbligazioni con rating AAA, la banca riduce il costo del credito per l’industria della Difesa, assicurando finanziamenti stabili, indipendentemente dai cicli politici ed economici. Perché la guerra, si sa, non conosce crisi.
Si tratta di uno strumento centrale e contraddittorio nella finanza contemporanea. È un metodo usato per valutare sia le obbligazioni, sia le imprese in base al loro rischio finanziario e Rischio di credito (detto anche “rischio di insolvenza”). Le valutazioni del rating sono emesse ad opera delle cosiddette agenzie di rating, che però sono spesso costituite da grandi società finanziarie creando una sovrapposizione o un latente conflitto di interessi. Il sistema di valutazione viene applicato anche agli Stati nazionali e la loro debito.
Ecco come si esprime l’ideatore della nuova futura banca, Rob Murray: “Nonostante l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le crescenti tensioni geopolitiche con la Cina, l’opinione pubblica in molte nazioni europee e in Canada continua a dare priorità alla spesa per sanità, istruzione e infrastrutture pubbliche rispetto alla Difesa. Ed è improbabile aspettarsi cambiamenti. Quindi una soluzione praticabile a questa sfida viene proposta attraverso la creazione di un istituto di prestito multilaterale per la Difesa, la sicurezza e la resilienza, la Banca per la difesa, la sicurezza e la resilienza”.
Dalle considerazioni di Murray e dai testi dei progetti bellici delle istituzioni europee traiamo uno degli elementi politici cardine nel rapporto tra economia, società e guerra: il problema del consenso.
Il sondaggio di Le Grand Continent. Gli europei temono lo scoppio di un conflitto armato sul territorio dell’Unione. Questa è la prima evidenza del nuovo sondaggio di Le Grand Continent, secondo il quale una maggioranza abbastanza netta (55% contro 40%) ritiene elevato “il rischio di un conflitto armato sul territorio dell’Unione europea nei prossimi anni”. Questo sentimento è prevalente in tutti i paesi tranne che in Italia (49% contro 48%). È particolarmente dominante nei paesi dell’Europa settentrionale (Danimarca e Paesi Bassi) e in quelli dell’Europa orientale (Polonia e Romania), questi ultimi senza dubbio a causa della loro vicinanza alla Russia e dei confini comuni con l’Ucraina. In Polonia come in Romania, più di 7 cittadini su 10 lo ritengono elevato.
Diverse risposte al sondaggio indicano che la Difesa comune deve essere attuata come parte di uno sforzo di riarmo prioritario. Pertanto, una maggioranza relativa (43%) ritiene che “è urgente passare al 5% del Pil dell’Unione investito nella difesa per proteggersi dalle minacce militari esterne” rispetto al 34% che ritiene al contrario che “ci sono altre spese più urgenti della difesa”. Anche se esistono, su questo punto, disparità piuttosto forti a seconda dei Paesi.
Un dato contradditorio ma con un suo lato positivo è quello che riguarda la potenziale disaffezione degli europei rispetto all’America di Trump. Una forte maggioranza di cittadini ritiene che i paesi membri dell’Unione dovrebbero, per ragioni di sovranità europea, essere obbligati ad acquistare il loro equipaggiamento militare tra i paesi membri e non più, come avviene oggi, in gran parte dagli Stati Uniti. Questo punto di vista è chiaramente maggioritario: 71% contro 20%. Prevale anche nei Paesi caratterizzati da una forte tradizione atlantica e il cui equipaggiamento militare proviene in gran parte dagli Stati Uniti, come la Polonia o i Paesi Bassi.
Il 18 dicembre 1935 fu celebrata in tutta l’Italia la “giornata della fede”. Era necessario finanziare la guerra di Etiopia dichiarata in ottobre da Benito Mussolini, che non aveva però a disposizione tutte le risorse pubbliche necessarie all’immenso sforzo bellico in un momento di grave difficoltà del bilancio dello Stato e dell’economia nazionale. Lo storico Emilio Gentile, nella sua voluminosa Storia del fascismo, racconta quel giorno a Roma. In piazza Venezia, davanti all’Altare della Patria, si celebrò la cerimonia ufficiale alla quale prese parte anche la regina, Elena del Montenegro, nata Jelena Petrović-Njegoš, moglie di re Vittorio Emanuele III di Savoia. “Per ore – scrive Gentile – sotto una pioggia incostante ma torrenziale, una lunga fila di donne in nero, la maggior parte vestita poveramente, sfilò per deporre le fedi nuziali nell’urna, mentre nuvole d’incenso si levavano da grandi torce al suono di una musica lenta e cadenzata simile ad una marcia funebre”. (Gentile, p.1068)
Equipaggiamento di guerra: il kit. Bruxelles si è portata avanti con il lavoro e punta a promuovere la preparazione della popolazione, ad esempio incoraggiandola ad adottare misure pratiche, come il mantenimento di scorte essenziali per un minimo di 72 ore in caso di emergenza. La strategia prevede l’istituzione di UN HUB DI CRISI europeo per migliorare l’integrazione tra le strutture di crisi dell’Ue esistenti e coordinare meglio la risposta alle crisi. Tra gli obiettivi chiave del piano, c’è il rafforzamento della cooperazione civile-militare, con esercitazioni periodiche di preparazione in tutta l’Ue che coinvolgano forze armate, protezione civile, polizia, sicurezza, operatori sanitari e vigili del fuoco. Si prevede anche la facilitazione degli investimenti a doppio uso.
Bruxelles ha reso noto di voler sviluppare una valutazione completa dei rischi. Il piano prevede la creazione di una task force di preparazione pubblico-privata e lo sviluppo di protocolli di emergenza con le imprese per garantire la rapida disponibilità di materiali, beni e servizi essenziali e assicurare le linee di produzione critiche. Un capitolo della strategia è poi dedicato alla collaborazione con partner strategici come la Nato su mobilità militare, clima e sicurezza, tecnologie emergenti, cibernetica, spazio e industria della Difesa.
Armatevi e partite. La grande campagna per il riarmo che sembra avere oggi l’adesione di quasi tutta la politica deve fare i conti, come abbiamo detto sopra, con il problema del consenso del popolo. Le scelte ondivaghe della presidente Meloni a proposito dell’invio di truppe in Ucraina si spiegano pensando al consenso elettorale. Chi deve partire per la guerra? Chi può essere richiamato e quali sarebbero i soldati da inviare in un Paese che non ha più la leva obbligatoria? E qui rientra in gioco il ruolo fondamentale della propaganda e della menzogna. Gli esempi sono molti, dal più famoso manifesto di propaganda americano con lo zio Tom con il cilindro e il dito puntato verso di te, ai manifesti italiani della Prima Guerra Mondiale che chiedevano il coinvolgimento anche delle donne e dei bambini, fino alla più recente guerra della disinformazione dei social, erede delle fake news della Guerra del Golfo. Per avere un quadro completo ci sarebbero poi da analizzare i sistemi di riarmo storici (nel XX secolo il più importante è stato quello nazista). Ma sono discorsi che ci porterebbero troppo lontano.
Non esistono guerre di religione. La letteratura sul rapporto tra economia e guerra, tra interessi economici e confitti di potere è sterminata. Eppure quello che colpisce è che in un’epoca di abbandono delle grandi narrazioni e delle grandi teorie, si è persa anche la capacità di andare oltre le immagini e gli stereotipi che ci vengono prospettati, oggi più sui social che sui media, quotidianamente. Le destre hanno combattuto le ideologie (quella della sinistra naturalmente), ma poi ripropongono descrizioni ideologiche come quella dello scontro tra Occidente e Oriente, tra i valori del Bene e del Male. Raramente si tenta di andare alle radici dei conflitti e quindi delle scelte politiche conseguenti come quella della corsa al riarmo. Ci sono comunque importanti eccezioni tra gli studiosi del passato (Carlo Maria Cipolla, per esempio) e nostri contemporanei come l’economista Emiliano Brancaccio che ha scritto vari testi per spiegare l’origine economica, “capitalista” della guerra. (vedi la bibliografia).
Rosa Luxemburg e la Deutsche Bank. Comunque, a proposito di scrittori che hanno studiato le ragioni profonde dei fenomeni, ne ricordiamo qui una speciale. Nel suo famoso libello contro la guerra e contro il Partito socialdemocratico tedesco (SPD) che al tempo della Prima Guerra Mondiale scelse la via dell’interventismo e del riarmo, Rosa Luxemburg parla ad un certo punto dell’avventura coloniale tedesca in Turchia. Per la guerra quel Paese si doveva fare carico delle spese. “Con la modernizzazione dell’esercito – scrive Rosa Luxemburg – naturalmente nuovi pesanti oneri furono caricati sulle spalle del contadino turco, ma si aprono anche nuove splendide possibilità di affari per Krupp e le la Deutsche Bank. Contemporaneamente il militarismo turco divenne una dipendenza del militarismo tedesco-prussiano, il punto di appoggio della politica tedesca nel Mediterraneo e nell’Asia Minore”.
Come si riarmarono i nazisti. Il riarmo tedesco voluto dal governo nazista di Adolf Hitler è un “caso studio” esemplare nella storia politica ed economica dell’Europa. La cosa interessante da ricordare riguarda il fatto che non si è trattato solo della “banalità del male” e dell’orrenda carneficina che sconvolse il continente. I nazisti fecero ricorso, per finanziare il loro riarmo che portò alla Seconda Guerra Mondiale, a strumenti finanziari furbeschi per aggirare anche le proibizioni, come spiega lo storico della Germania, Enzo Collotti. Possiamo fare qui solo un accenno ai meccanismi messi in campo dal ministro Schacht che dal giugno del 1933 aveva bloccato la conversione di ogni pagamento per interessi o ammortamenti dovuti per debiti privati. Le somme dovevano essere pagate in Reichsmark il cui importo a sua volta non veniva convertito nella valuta del Paese al quale era destinato, ma veniva addebitato al creditore straniero presso un’apposita cassa di conversione. “Ancora più ingegnoso – scrive Collotti – fu il sistema escogitato da Schacht per ridare allo Stato la capacità, largamente ridotta, di effettuare pagamenti e riconquistargli quindi la fiducia dei privati”. Così tutti coloro che ricevevano incarichi di forniture per conto dello Stato, ossia in gran parte forniture di interesse bellico, furono costretti ad accettare in pagamento le cosiddette tratte Mefo, emesse da una società per azioni. Durante il processo di Norimberga fu rivelato che fino al primo aprile 1938, data in cui fu sospeso quel sistema di finanziamento, erano state messe in circolazione tratte Mefo per 12 miliardi di marchi. Complessivamente il riarmo tedesco rimase un’operazione in gran parte segreta, effettuata utilizzando organizzazioni di facciata. Dal punto di vista finanziario furono decisive proprio le Mefo istituite per finanziare il riarmo tramite massicci ordini con Krupp, Siemens, Gutehofnungshütte e Rheinmetall di molteplici armi proibite dal Trattato di Versailles. Detto per inciso quello di Rheinmetall è uno dei titoli dell’industria bellica europea che sta volando in Borsa e che fa gola agli investitori più o meno istituzionali.
La Storia non si ripete mai uguale a sé stessa. Sarebbe sbagliato avanzare paragoni tra fatti e periodi diversi. Abbiamo ricordato l’episodio della storia del fascismo e i meccanismi di riarmo nazisti non tanto per proporre similitudini con l’oggi ma per sottolineare un dato che nella storia delle guerre si è sempre ripetuto: la questione delle risorse, il problema di chi ci mette i soldi nelle imprese folli dei re e dei dittatori. La cerimonia di piazza Venezia non è stata rappresentativa dell’opinione pubblica italiana di quel periodo. Si è trattato di un fenomeno pompato dal regime e utilizzato dalla propaganda. Ci sono state però tante persone, in particolare donne anche appartenenti ai ceti popolari più poveri, che hanno abboccato all’amo e hanno donato le loro fedi d’oro in cambio di fedi di ferro. Un investimento sbagliato che ha prodotto solo violenza e morte. Oggi la guerra è tornata all’ordine del giorno e anche nell’Europa che ha goduto di un lungo periodo di pace dopo la sconfitta del fascismo e del nazismo ritorna un’aria plumbea. Davvero gli europei non credono più alla pace e alla politica come soluzione dei conflitti?
Finanza dark. Siamo in un periodo di grandi trasformazioni e di cambiamenti di paradigmi economici e culturali. Per rendere più completa la descrizione delle novità in campo finanziario e tecnologico sarebbe necessario affrontare le questioni relative all’ingresso massiccio dell’intelligenza artificiale in vari settori (guerra ed economia comprese, come spiega, tra gli altri, Michele Mezza). Ma sarebbe anche interessante analizzare un lato ancora oscuro delle transazioni finanziare internazionali, quello relativo alle criptovalute e al dark web. Un’interpretazione inconsueta della guerra in Ucraina la troviamo per esempio in un libro sulla “geopolitica delle criptovalute”. Per l’autrice Elham Makdoum, “Russia e Ucraina hanno combattuto la prima cripto-guerra della Storia in maniera diametralmente opposta: la prima ha preferito condurre una campagna che ha mescolato attività illecite e operazioni di destabilizzazione; la seconda ha cavalcato l’appoggio occidentale e la solidarietà del cripto-verso mainstream per raccogliere grandi quantità di denaro in tempi record e in condizioni emergenziali”. La domanda che ci viene spontanea è: che ruolo avranno le criptovalute nella nuova corsa al riarmo? Una domanda legittima, visti i rapporti molto stretti dell’amministrazione americana con questo nuovo mondo finanziario sommerso.
Panetta: meglio i treni dei carri armati. A questo punto, per tirarci un po’ su di morale, concludiamo con una nota positiva. Invitato a Bologna al convegno “Pace e prosperità in un mondo frammentato”, organizzato dal Centro San Domenico e dalla Fondazione Centesimus Annus, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, si è espresso molto chiaramente sia sulla guerra, sia soprattutto sull’economia di guerra. “Viviamo in tempi di guerre – ha detto – ma non bisogna confondere il giro d’affari generato dai conflitti con la crescita sana: lo sforzo bellico sostiene la domanda aggregata e può stimolare l’innovazione, ma distorcendone gravemente le finalità. I benefici economici sono però transitori e non eliminano la necessità di riconvertire l’economia una volta concluso il conflitto, anche nei paesi coinvolti che non abbiano subito danni diretti sul proprio territorio. L’alta inflazione e il crollo del Pil che spesso caratterizzano le fasi belliche sono i segni dei danni che i conflitti provocano al tessuto economico». Insomma, la produzione di equipaggiamenti bellici non contribuisce ad aumentare il potenziale di crescita di un Paese. Lo sviluppo deriva dagli investimenti produttivi, non dalle armi. Non a caso, negli anni trenta Keynes proponeva di incrementare massicciamente la spesa pubblica per investimenti come soluzione alla depressione economica Usa, suggerendo al presidente Roosevelt di concentrarsi sull’ammodernamento delle ferrovie. La guerra rappresenta dunque una forma di ‘sviluppo al contrario’ e non può generare prosperità. (Sole 24 ore, 17 gennaio 2025)
Documenti consultati
- White Paper for European Defence. Readiness 2030, marzo 2025
- Mario Draghi, Rapporto sul futuro della competitività europea, settembre 2024
- Enrico Letta, Much more than a market, aprile 2024
- Finance for War, finance for Peace, Fondazione Finanza Etica, Global Alliance for Banking and Values, febbraio 2024
- Rapporto Sipri, Sipri YearBook 2024, Investimenti in armi e sicurezza mondiale
- Enaat, How the arms industies shapes European policies (a cura di Mark Akkerman e Cloè Maulewater, settembre 2023
- Zero armi, Valutazione dell’esposizione bancaria italiana verso l’industria delle armi (Fondazione Finanza Etica, a cura di Simone Siliani, direttore Fondazione Finanza Etica e Francesco Vignarca, Rete italiana per il disarmo)
- Il Grand Continent, L’opinione pubblica europea e la guerra. Sondaggio 2025
Bibliografia utile
- Paolo Andruccioli e Alessandro Messina, La finanza utile, Le Bussole Carocci, 2007
- Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, La guerra capitalista, Mimesis, 2022
- Dino Buzzati, Il deserto dei tartari, Oscar Mondadori, 2016
- Paolo Ceri, La costruzione del nemico, Rosemberg & Selier, 2019
- Carlo M. Cipolla, Vele e cannoni, Il Mulino, 1999
- Carlo M.Cipolla, Viaggi e avventure della moneta. Una conversazione con Thomas J. Sargent e Robert M. Townsend. Il Mulino, 2025
- Enzo Collotti, Il socialismo germanico: economia di guerra in La Germania nazista, Einaudi, 1962
- Marco D’Eramo, La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Universale Economica Feltrinelli, 2023
- Emilio Gentile, Storia del fascismo (in particolare la Parte IX, La guerra fascista: della campagna sull’oro della Patria si parla a pagina 1068), Laterza 2022
- Elena Granaglia e Gloria Riva (a cura di), Quale Europa, Donzelli saggine, 2024 (in particolare il capitolo “Coesione, obiettivo e strumento che dà senso all’Unione” di Fabrizio Barca e Sabina De Luca)
- Paolo Gilda e Maurizio Mazziero, L’oro. In Le mappe del tesoro. Geopolitica delle materie prime, la vera sfida strategica del XXI secolo, Hoepli, 2024
- Annamaria Lusardi, Il sapere che conta. Come prendersi cura delle proprie finanze e fare scelte consapevoli, Mondadori, 2024
- Elham Makdoum, La geopolitica delle criptovalute, Castelvecchi, 2024
- Alessandro Messina, Dario Carrera, Money for nothing. Guida civica alla finanza per comprendere, discutere, scegliere. Altraeconomia, 2023
- Michele Mezza, Connessi a morte, Donzelli Occhielli, 2024
- Andrea Panaccione, 4 agosto 1914, in Enciclopedia della sinistra europea del XX secolo (diretta da Aldo Agosti). Editori Riuniti, 2000
- Alberto Seravalle e Carlo Stagnaro, Capitalismo di guerra. Perché viviamo già dentro un conflitto globale permanente (e come uscirne). Fuori Scena, 2025
- Alessandro Volpi, I padroni del mondo, come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza 2024
- Alessandro Volpi, Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza, Altraeconomia, 2024
- Thomas W.Zeiler, L’economia mondiale dal 1945 a oggi. Piccola Biblioteca Einaudi, 2021
Siti web utili
- Attac Italia. https://attac-italia.org/
- https://sbilanciamoci.info/
- Valori, notizie di finanza etica ed economia sostenibile. https://valori.it/
- Altreconomia, una voce indipendente. https://altreconomia.it/
- Fondazione Banca Etica, https://finanzaetica.info/
- Etica Sgr (Banca Etica). https://www.eticasgr.com/
- https://www.oxfam.org/en
- Enaat, The European Network Against Arms Trade. https://enaat.org/
- Rete italiana pace e disarmo. https://retepacedisarmo.org/

