Da Quito una lezione di speranza

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di Rémy Herrera

ZNet, 10 agosto 2004

Secondo molti osservatori, il primo Forum Sociale delle Americhe è stato un vero successo. Sicuramente più di 5 mila persone (ottimisticamente circa 10 mila), in rappresentanza di svariate centinaia di istituzioni di quaranta paesi, hanno partecipato alle numerose attività e discussioni “per un mondo altro”, organizzate a Quito, in Ecuador, dal 25 al 30 luglio 2004. L’evento principaledi questo incontro continentale è stato senza dubbio l’enorme

manifestazione del 28 luglio, stupefacente per gioia e consapevolezza, che ha unito in un corteo multicolore le associazioni per la difesa dei diritti delle popolazioni indigene, le organizzazioni dei lavoratori e dei contadini, i sindacati e la gioventù comunista. Il tutto fra gli applausi degli abitanti della capitale ecuadoriana. Ci sono stati alcuni momenti di tensione nei pressi dell’Ambasciata degli Stati Uniti (il vero palazzo del governo?) quando la polizia ha sparato lacrimogeni contro i dimostranti che gridavano: “¡cuida tu casa, cuida tu pais, cuida tu pueblo!” [Vigila sulla tua casa, sul tuo paese, sul tuo popolo!, NdT]. Per conoscere gli slogan dei partecipanti alla manifestazione non era necessario comprare il giornale; bastava leggere sui muri “Fuori le multinazionali dal paese”, “Bush assassino”, “ALCA, TLC, PIano Colombia = morte”, “La piazza è nostra”, “Camillo, Guevara, il popolo si prepara”.

Delle giornate del Forum Sociale, la cosa più impressionante è stata la massiccia presenza di giovani, ecuadoriani certamente, ma anche colombiani, peruviani, venezuelani, brasiliani. La loro consapevolezza del pericolo che l’aggressivi neoliberismo degli Stati Uniti rappresneta per l’umanità nel suo complesso, il loro spirito dui fratellanza internazionalista, il loro impegno generoso e risoluto di militanza sono stati per tutti noi una lezione di speranza. Questa magnifica mobilitazione dei giovani inibisce il pessimismo. Anzi, se la gioventù latino-americana assomiglia anche lontanamente a quella che abbiamo visto radunata a Quito, possiamo davvero credere che un altro mondo sia non solo una possibilità, ma un futuro prossimo che si sta costruendo con la nostra lotta comune. Il Forum di Quito è la dimostrazione degli enormi progressi compiuti dalla sinistra n egli ultimi cinque anni – cioè, dal 1999 – e della diffusione del dissenso e della protesta contro il neoliberismo. Sembra che a Quito sia emerso, dietro l’estrema eterogeneità dei movimenti, dei loro interessi e dei loro obiettivi, qualche punto di cruciale convergenza.

Il primo punto di convergenza è l’imperativo di urgenzxa della lotta contro la militariuzzazione, e a favore della pace. Sono molti i militanti che considerano la militarizzazione come un prolungamento del neoliberismo – cioè al dominio della finanza, e soprattutto di quella degli Stati Uniti – e la guerra come fattore di controllo del sistema capitalistico mondiale. Ma questi stessi militanti pensano anche che non siano possibili una vera alternativa di progresso, di sviluppo economico, di giustizia sociale, di democrazia politica, fino a quando gli Stati Uniti potranno minacciarela guerra contro tutti i popoli che affermano la propria volontà di promuovere un progetto sociale autonomo. L’opinione rispetto alla creazione di nuove basi americane in tutto il mondo – e particolarmente quella di Manta, in Ecuador, che trasformerebbe questa nazione in un caposaldo strategico dell’esercito degli Stati Uniti per il controllo militare del SudAmerica, e stata di unanime condanna. Altrettanto unanime (o quasi) l’appoggio a progetti di smilitarizzazione globale, a partire dallo smantellamento delle armi di distruzione di maqssa in possesso delle grandi potenze mondiali. E unanime è stata la condanna dell’occupazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.

Il secondo punto di convergenza sembra essere la consapevolezza della necessità di articolare un nuovo progetto sociale a livello nazionale, regionale e internazionale. Per sopprimere la miseria, la disoccupazione, lo sfruttamento, per ridurre nei tempi più rapidi la disuguaglianza sociale , per costruire un sistema pubblico volontaristico per sanità, istruzione, infrastruttutre e pensioni, per promuovere una distribuzione più egualitaria dei beni necessari, per abolire la diuscriminazione razziale e di genere, per implementare la riforma agraria, per permettere che lo Stato si riappropri dei mezzi di produzione e delle risorse naturali strategiche per lo sviluppo della nazione, ci sono senza dubbio delle misure che devono essere prese a livello nazionale. Per rifiutare la ricolonizzazione del continente latino americano da parte della FTAA, dei trattati di liberi scambio e del Piano Colombia e, allo stesso tempo, promuovere nuove aggregazioni sovranazionali adatte a soddisfare le esigenze di progresso sociale del Sud, si deve invece agire a livello regionale. Inoltre, La nostra riflessione si deve occupare anche di un nuovo ordine politico mondiale che implichi, fra le altre cose, la democratizzazione delle Nazioni Unite, la redistribuzione internazionale dei redditi, la creazione di una politica tributaria mondiale, la rinegoziazione dell’accesso ai mercati e ai sistemi monetrio e fionanziario, la drastica riduzione del debito estero dei paesi del Sud del mondo o (perché non pensarci seriamente?) la soppressione del Fondo monetario internazionale,m della Banca mondiale e della WTO nella loro forma attuale (e quest’ultima proposta è sempre accolta con entusiasmo dai militanti e, soprattutto, dalle giovani generazioni).

Il terzo punto di convergenza che sembvra essersi materializzato in questo Forum è la necessità imperativa di dare una nuova forma organizzativa alle nostre lotte, per ampliare e approfondire l’educazione e la consapevolezzaa delle classi popolari, oltre che la formazione di una militanza permanente, lavorando sulla memoria, la sintesi, l’analisi e la diffusione delle idee di progresso, delle esperienze di resistenza e delle proposte di trasformazione discusse durante questo Forum. Questo implica il rafforzamento delle nostre rispettive società civili nazionali, combinando il potenziale di trasformazione dei movimenti sociali con l’esperienza di lotta dei partiti della sinistra e dei sindacati dei lavoratori e dei contadini, ma anche la riconquista della sovranità nazionale da parte degli Stati, in modo da mattere il potere dello Stato al servizio del popolo (e non contro il servizio pubblico), per soddisfare la domanda sociale e le speranze di democratizzazione (e non per la violazione dei diritti dei songoli e dei popoli). Queste utopie potranno diventare realtà solo se i nostri sforzi convergeranno e si concentreranno così da ottenere l’unificazione massima di tutte le forze popolari di tutto il mondo, per impoprre la loro logica di progresso, contro quella della distruzione e del profitto immediato delle imprese transnazionali e della finanza globale.

Quello che non possiamo accettare è veder criminalizzare i nostri sogni, vederci classificati come “terroristi” solo perché vogliamo costruire un mondo migliore, piùà umano, perché vogliamo offrire cibo, istruzione e salute ai nostri figli, perché vogliamo poterci un giorno chiamare “compagni”. In conseguenza, conquistare ed esercitare il potere attraverso la forza popolare è ancora una priorità. Il mondo cambierà solo a questa condizione. E siamo stati in molti a parlare ancora di socialismo. Non del socialismo distrutto nel crollo del Muro di Berlino, ma di quello liberato dallo stesso crollo: un socialismo liberatoi dal dogmatismo, un socialismo inseparabile dalla democrazia. Non una democrazia formale, una farsa di democrazia, un multipartitismo che dissimula la realtà di un partito unico del capitale, ma una democrazia vera, cioè il potere del popolo. Ovviamente, si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere, ma è d’importanza vitale per tutti noi. Di fronte alla barbarie del capitalismo neoliberista, al suo apartheid mondiale, al suo silenzioso genocidio dei più poveri, la via della civiltà è quella del controllo integrale, e democratico delle classi popolari sul proprio futuro. Questo potrebbe essere il nuovo progetto di transizione al socialismo nel XXI secolo, e uno degli argomenti di discussione nei prossimi Forum sociali, a partire da quello di Porto Alegre nel gennaio 2005.

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