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A Genova per riaprire il futuro: una riflessione di Marco Bersani, Attac Italia

- Genova prima di Genova
Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore.
Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda.
Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta.
Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia.
Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia.
Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti.
Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”.
A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia.
Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse.
Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista.
Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale.
Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue.
- Genova durante e dopo
Genova segnò la discesa in campo di una nuova generazione che, dentro il movimento dei movimenti, si riconobbe come una pluralità di storie individuali, di lotte collettive, di culture differenti unita dalla contestazione del modello liberista e dall’affermazione della stretta necessità di un radicale cambiamento in direzione della partecipazione diretta e dal basso per la costruzione di un’alternativa di società.
Quel movimento allo stato nascente dovette immediatamente convivere con due sentimenti opposti: l’entusiasmo dell’emersione e del riconoscimento reciproco e la ferita dell’enorme violenza scatenata contro di esso fino alla perdita di Carlo Giuliani. Dovette cioè affrontare il lutto nello stesso momento in cui sperimentava la gioia e fu costretto, come chiunque incontra la morte in una stagione prematura, a crescere in fretta.
Contrariamente a quanto comunemente si pensa, quell’enorme ondata di violenza non ha fermato il movimento. La repressione aveva un preciso scopo: rompere il patto di collaborazione fra diversi, ovvero spaventare e far tornare a casa le anime più strettamente pacifiste e non violente, spingendo nel contempo le anime più antagoniste alla radicalizzazione delle pratiche.
Non ci riuscì, perché, nonostante il trauma, quel movimento crebbe e l’anno successivo, portò a Firenze oltre un milione di persone al Forum Sociale Europeo di novembre.
Non solo. Mentre nel frattempo, dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York del settembre 2001, gli Stati Uniti di Bush scatenarono la fase della “guerra globale permanente”, quel movimento creò il fronte “Fermiamo la guerra”, ancora più ampio dell’arco di forze che aveva costruito la contestazione al G8 di Genova (per fare solo un esempio, mentre a Genova c’era la Fiom ma non la Cgil, dentro il coordinamento “Fermiamo la guerra” la Cgil partecipò direttamente).
Fu esattamente su questo versante che quel movimento -nonostante la più grande manifestazione mondiale contro la guerra realizzata nel febbraio 2003 – non riuscì a incidere e progressivamente perse la speranza dell’assalto al cielo e della possibilità di un cambiamento reale dello stato di cose presenti.
- Il ritorno a casa (con lo zaino)
Il movimento altermondialista aveva un enorme pregio, legato alla sua immediata dimensione internazionale, ma anche il difetto di un insufficiente radicamento territoriale e insediamento nei luoghi di lavoro e delle relazioni sociali.
Il ritorno a casa dopo il tentato assalto al cielo non fu solo la presa d’atto del non essere riusciti a incidere nel nuovo ordine dettato dalla guerra globale permanente, fu anche un’immersione progressiva nei rispettivi territori di appartenenza dentro i quali si esprimevano, in dimensione proporzionale, le stesse dinamiche di conflitto.
Fu come se le attiviste e gli attivisti fossero rientrati nei territori di appartenenza ma con uno zainetto di esperienze sulle spalle da provare a sperimentare nelle realtà locali.
L’attenzione al globale proseguì, basti pensare alla riuscita campagna del 2005 contro la direttiva europea Bolkestein che liberalizzava i diritti del lavoro e la gestione dei servizi pubblici o a quella, altrettanto riuscita dieci anni più tardi, contro il Trattato Ttip di libero commercio fra Stati Uniti e Ue. Ma erano battaglie “specifiche” e difensive, senza l’orizzonte del cambiamento globale che aveva animato la stagione altermondialista.
In compenso, la sapienza collettiva e la postura convergente fra diversi, apprese a Genova, costituirono l’humus per la costruzione di vertenze territoriali e ambientali altrettanto radicali.
Paradigmatica fu l’esperienza del movimento per l’acqua che nel corso di alcuni anni riuscì nella costruzione di una partecipazione diffusa e reticolare mai vista in quelle dimensioni, mettendo in connessione decine di conflitti territoriali dentro un percorso di convergenza nazionale, che riuscì a produrre una legge d’iniziativa popolare, sottoscritta da 406mila persone, tre grandi manifestazioni nazionali e una vittoria referendaria totalmente costruita dal basso che portò 27 milioni di persone a votare per l’acqua bene comune e per la sua gestione pubblica e partecipativa.
Oggi sappiamo come quell’esperienza non fu un’emanazione diretta di Genova, ma sappiamo anche che senza l’esperienza di Genova non sarebbe probabilmente nata.
- Avevamo ragione noi
La mancata attuazione dell’esito referendario fu l’epifania della nuova fase del capitalismo finanziarizzato, che, con la crisi dei mutui subprime negli Usa del 2007-2008, precipitata in Europa come crisi del debito pubblico sovrano nel 2011, apriva la strada al progressivo collasso della favola liberista del mercato come unico regolatore sociale e del conseguente benessere per tutte e tutti.
Da quel momento, la favola da condividere si tramutò nell’incubo da imporre, a dispetto di qualunque riflessione razionale. Se privato smetteva di essere bello, doveva comunque essere obbligatorio e ineluttabile. Se il consenso non era più garantito, sarebbe bastata e avanzata la rassegnazione.
E’ da quel decennio ai giorni nostri che si sperimentano concretamente le grandi ragioni del movimento altermondialista: tutte le conseguenze della globalizzazione liberista, paventate allora dal movimento dei movimenti con consapevolezza e precisione, si sono puntualmente realizzate, anche se forse quel movimento non ne aveva intuito fino in fondo la drammaticità.
Oggi, 25 anni dopo Genova, il modello capitalistico è immerso in una pluralità di nodi giunti contemporaneamente al pettine. Viviamo un’epoca tremenda, che rende molto ardua l’idea di un cambiamento sociale e che rischia di anestetizzarne persino l’immaginazione.
La guerra -quella combattuta, quella preparata, quella auspicata- è divenuta parte delle nostre vite e della dimensione economica, sociale e geopolitica.
La corsa agli armamenti prosegue come se non ci fosse un domani e intanto lo pregiudica, sottraendo ricchezza collettiva, beni comuni, diritti sociali.
L’ampiezza della disuguaglianza sociale non ha precedenti nella storia dell’umanità e, soprattutto, ha smesso da tempo di essere considerata un problema, divenendo il fisiologico esito del dominio del più forte sul più debole.
La crisi ecologica, moltiplicata dalla crisi climatica in corso, obbliga a confrontarsi non più solo con la finitezza dell’esistenza individuale, ma, per la prima volta nella storia, anche con la possibile finitudine della specie umana sul pianeta.
I nuovi re della finanza pervadono l’economia, la società, la natura e la vita stessa delle persone ed espropriano la democrazia, facendo riemergere spinte autoritarie, vecchi totalitarismi e nuovi fascismi.
E la solitudine competitiva sembra essere l’unico orizzonte per le persone, dentro un’esistenza pensata come individuale, performativa, meritocratica e in eterna concorrenza con quella delle altre e degli altri. Per vincere o per tentare almeno di non soccombere.
Parrebbe non ci sia scampo, né via d’uscita. E che non vi sia futuro pensabile, ma solo una sopravvivenza quotidiana scandita da emergenze senza soluzione di continuità, intrisa di panico, malinconia, quando non di rancore.
A Genova avevamo ragione, ma non riuscimmo ad affrontare un problema tanto semplice, quanto insormontabile: la ragione non basta, se non cammina sulle gambe e non pulsa nei cuori di una società in movimento.
- Le faglie aperte dalle mobilitazioni sociali
Eppure, se guardiamo il mondo da un diverso punto di vista, ci accorgiamo che oggi il modello capitalistico non è mai stato così in difficoltà e che la ferocia che dimostra è direttamente proporzionale alla propria debolezza.
Non sa infatti come affrontare alcuno dei profondissimi nodi da esso stesso creati e giunti al pettine contemporaneamente: non può fare a meno di esacerbare la disuguaglianza sociale, non può abbandonare il consunto mito della crescita, è costretto a sostenere l’economia producendo enormi bolle finanziarie, non ha alcuna risposta per la crisi ecologica e climatica.
Sa che non può garantire alcuna felicità alle persone, ma che deve solo spaventarle per ottenere rassegnazione. Sa che, non potendo più risolvere alcuno dei problemi che ha creato, deve prepararsi a contenere ogni risveglio sociale, a reprimere ogni conflitto, per evitare l’apertura di faglie che possano terremotare la fragilità intrinseca della propria struttura.
E, in questo ultimo anno, diverse faglie si sono aperte e le piazze del nostro Paese (e non solo) hanno mandato segnali importanti di ripresa del conflitto sociale: dalle mobilitazioni contro l’autoritarismo dei Decreti Sicurezza alle manifestazioni contro guerra, riarmo e genocidio fino alla vera e propria esplosione dell’autunno scorso, quando, contro il genocidio in atto in Palestina, è salpata la Global Sumud Flotilla, una coalizione internazionale di piccole imbarcazioni che ha deciso di forzare il blocco illegale imposto da Israele, provocando una mobilitazione senza precedenti dei cosiddetti “equipaggi di terra”. Una serie incessante di manifestazioni ha attraversato l’intero Paese e, all’insegna del «blocchiamo tutto» ha occupato porti, stazioni, autostrade, tangenziali fino al doppio sciopero generale del 22 settembre e del 3 ottobre 2025 (quest’ultimo, unitario tra sindacati di base e Cgil).
Alcune caratteristiche di novità sono emerse dentro questa stagione di mobilitazioni.
La prima è relativa alla fortissima presenza di giovanissime e giovanissimi, una vera e propria nuova generazione in campo, che, nell’abominio di quanto Israele stava producendo a Gaza, ha riconosciuto il tema universale dell’ingiustizia, che, per quanto in Palestina assumesse livelli intollerabili, con le dovute proporzioni non era diversa da quella sperimentata quotidianamente, dentro una vita e un futuro precario.
Soprattutto, era divenuta evidente tanto la fine di ogni limite al dominio e alla guerra dei forti contro i deboli, quanto l’inanità degli Organismi internazionali e degli Stati nell’impedire quanto stava accadendo; e che dunque, a quel punto, dovessero essere le persone e i loro corpi ad agire direttamente, chi salpando in mare su cinquanta ‘gusci di noce’, chi sedendosi sui binari della stazione del più remoto paesino, chi bloccando il transito di armi alla banchina del porto.
La seconda caratteristica è stata la consapevolezza di come la nuova cifra del capitalismo non contemplasse più la democrazia (per quanto più formale che sostanziale) fra i propri orpelli, ma avesse la necessità di imporre il proprio insostenibile modello solo attraverso il dominio, l’autoritarismo, la guerra.
Questa consapevolezza ha permesso un nuovo intreccio fra i contenuti anticapitalisti delle precedenti stagioni di grandi lotte (dagli anni ’70 del Novecento alle mobilitazioni altermondialiste di inizio millennio) e le istanze di lotta della nuova generazione.
Oggi è molto più chiara e diffusa l’idea che il capitalismo sia il problema, tanto nelle maree transfemministe, quanto dentro i mondi dell’ecologismo e dell’economia solidale.
- No Kings per convergere e insorgere
Un importante elemento messo in campo dentro le mobilitazioni sociali dell’ultimo anno è stata la consapevolezza della necessità della convergenza fra le lotte, le culture, le pratiche e le esperienze in campo. Perché mettersi insieme serve a costruire le condizioni per l’espressione di movimenti di massa, unica possibilità che si ha per fermare la deriva del modello capitalistico.
Ma anche perché, essendo il capitalismo diventato pervasivo, ogni faglia prodotta da una lotta ’specifica‘ dice una parte di verità e deve compartecipare alla costruzione dell’alternativa di società. Per dirla in una battuta, serve una rivoluzione (dunque, movimenti di massa) per produrre una società della cura, ma nessuna rivoluzione riuscirà se non avrà come obiettivo e paradigma la cura (di sé, dell’altra e dell’altro, del vivente e del pianeta).
Proprio l’attenzione alla convergenza ha portato nell’autunno scorso alla nascita di un nuovo spazio politico, culturale e sociale condiviso, che abbiamo denominato No Kings, anche sull’onda delle mobilitazioni che negli Usa hanno visto la ribellione delle città alle politiche di deportazione degli stranieri messe in campo dal governo Trump.
Lo spazio No Kings nasce dalla riflessione sul dominio come unica categoria delle relazioni di potere e, nel dichiarare il proprio antagonismo a tutti i re della finanza, del fossile, della guerra, dell’autoritarismo politico, considera la ferocia degli stessi come segno proporzionale della loro debolezza, e prova a prefigurare tanto la resistenza dentro la società quanto la costruzione, qui e ora, di pratiche ed esperienze che rendano possibile immaginare l’orizzonte e rendere credibile l’alternativa di società.
Perché se il modello capitalistico ha trascinato il mondo dentro una guerra permanente per il controllo delle risorse naturali e delle nuove tecnologie, sostituendo ogni forma di democrazia con l’affermazione del dominio, la transizione globale non ha un percorso già predeterminato, né un esito già precostituito, come dimostra la crescita enorme del dissenso, delle lotte, delle rivolte e la loro capacità di mettersi in rete e di costruire larghe coalizioni dal basso.
Lo spazio di convergenza No Kings si è dato appuntamento per una grande assemblea in presenza il 18 luglio 2026 a Genova, nel corso degli appuntamenti e incontri per il 25ennale dalle mobilitazioni contro il G8. Non sarà un omaggio alla memoria, bensì la conferma di un filo rosso tra chi allora, dopo tre decenni di liberismo, riapriva il futuro al grido di «Un altro mondo è possibile» e chi oggi, quando tutte le contraddizioni della globalizzazione liberista denunciate dal movimento altermondialista sono venute a galla, dice a gran voce «Un altro mondo è necessario» e guarda alla costruzione di un’alternativa di società, come unica possibilità contro la barbarie.

