Dall’estrattivismo all’energia in comune: storia meridionale di lotta, immaginazione e commoning dell’energia

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Fonte delle fotografie in questo articolo: canali social del Comitato “Auletta Casa Mia”

di Sara Manisera (giornalista indipendente)

La scintilla: governance opaca della transizione e ruolo del giornalismo al servizio della comunità

Il 5 giugno 2023 una delibera di giunta del Comune di Auletta, resa visibile grazie al lavoro di monitoraggio di giornalisti indipendenti locali, autorizza l’avvio al processo di modifica del piano urbanistico per consentire l’insediamento di un mega impianto a biometano finanziato dal Pnrr con 14,5 milioni di euro di fondi pubblici per “favorire la transizione energetica” in una zona considerata di alto pregio delle aree interne, situata ad Auletta, all’interno del Parco nazionale del Cilento, Alburni e Vallo di Diano.

A partire da questa scoperta, il lavoro di inchiesta svolge un ruolo decisivo nell’espandere la cronaca locale e nel collegare il caso di Auletta ai processi più ampi di estrattivismo verde, rendendo accessibili informazioni complesse, traducendo il linguaggio tecnico in narrazione pubblica, costruendo alleanze con media indipendenti e reti civiche e fornendo strumenti conoscitivi per mobilitare la cittadinanza.

Si trattava di comprendere il progetto non come opera isolata ma come elemento di una più ampia configurazione estrattivista e speculativa di tipo infrastrutturale, caratterizzata dalla concentrazione di risorse pubbliche in grandi impianti centralizzati. Il progetto si inserisce infatti in una più ampia strategia infrastrutturale centrata su “impianti verdi” ad alta intensità materiale, funzionali alla rete gas Snam e al corridoio energetico appenninico.

 

Metodologia della resistenza: inchiesta giornalistica, assemblee pubbliche e comunità

La risposta civica si sviluppa attorno a un gruppo di persone residenti e non, con competenze eterogenee: giornalistə, avvocatə, tecnici, professoresse universitarie, allevatori e aziende agricole, studenti, persone comuni che costituiscono il Comitato ‘Auletta Casa Mia’.

Nasce una metodologia di lotta e partecipazione che mette insieme assemblee pubbliche in piazza; inchiesta sociale e giornalismo d’interesse pubblico; analisi e studio delle carte e del progetto; volantinaggi, manifesti informativi, attività educative rivolte anche ai più giovani; cene di comunità, cinema partecipato, camminate ecologiche; reti di competenze e pratiche di democrazia diretta.

Dalle carte emergono irregolarità sostanziali: discrepanze urbanistiche, lacune negli studi di fattibilità, opacità societaria. Il comitato invia dossier al Parlamento europeo e alla Procura europea (Eppo), e viene convocato dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano per approfondimenti.

La consapevolezza cresce e la narrazione si trasforma. Un progetto presentato come «opportunità verde» rivela la propria natura: un dispositivo di accaparramento di risorse pubbliche, un tassello della logica estrattivista che trasforma le aree interne in “zone di sacrificio”.

La revoca dei 14,5 milioni: una ricostruzione tecnico-legale

Il risultato più rilevante della mobilitazione è la revoca dei 14,5 milioni di euro destinati all’impianto.

Tale esito è determinato da un’azione congiunta di analisi documentale, verifica tecnica e ricostruzione societaria. La comunità dimostra, grazie a un’azione collettiva rigorosa, che le carte erano irregolari. Una conquista rara in territori spesso abituati all’impotenza indotta, alla rassegnazione, alla trasformazione della politica in intermediazione di interessi privati.

È la dimostrazione che i margini possono ribellarsi, rompere narrazioni tossiche, modificare il corso della transizione energetica.

Tra le principali criticità rilevate: contratti di conferimento della biomassa firmati da allevatori che dichiarano di non aver mai sottoscritto tali accordi; stime irrealistiche sulla disponibilità degli input necessari all’impianto; incongruenze tra destinazione d’uso del suolo e progettazione dell’opera; carenze nella documentazione tecnica richiesta dal bando Pnrr; assenza di requisiti patrimoniali e operativi adeguati da parte della società proponente; configurazione societaria orientata verso giurisdizioni fiscali agevolate, con rischio di trasferimento dei benefici economici all’estero.

La revoca dei fondi evidenzia un nodo strutturale: risorse pubbliche potenzialmente cruciali per la messa in sicurezza idrogeologica, il rafforzamento della sanità territoriale o la manutenzione delle infrastrutture idriche rischiano di essere intercettate da progetti privi di ricadute sociali, orientati alla rendita e non alla resilienza territoriale.

 

Dal conflitto a nuove pratiche alternative: nasce ‘FER-menti’

La seconda vittoria è più profonda e duratura.

Grazie a una serie di incontri con esperti e assemblee pubbliche, la comunità decide che la transizione non va subita, ma prodotta dal basso. Nasce così la Comunità energetica ‘FER-menti’, acronimo di Fonti Energetiche Rinnovabili, ma anche metafora: la fermentazione come processo vivo, collettivo, generativo.

Le sue caratteristiche: energia prodotta sui tetti, evitando il consumo di suolo; produzione energetica decentrata, locale, non speculativa; condivisione dell’energia prodotta e riduzione dei costi in bolletta; utilizzo dell’incentivo economico per finanziare attività sociali e culturali; partecipazione aperta ai cittadini, enti pubblici e negozi.

‘FER-menti’ è un laboratorio di democrazia energetica: redistribuisce potere, favorisce autonomia territoriale, riconnette persone e luoghi. È un atto politico e immaginativo: una comunità decide di non delegare più e di produrre la propria energia in modo giusto, trasparente e condiviso.

Le aree interne come luoghi dell’immaginazione

Il caso di Auletta consente di osservare come le aree interne, lungi dall’essere territori residuali o condannati alla marginalità, possano costituire spazi di immaginazione radicale, nei quali prendono forma nuove pratiche socio-ecologiche e nuovi orizzonti politici. In questi luoghi — spesso percepiti come periferici — la relazione tra esseri umani, ambiente ed economia conserva ancora elementi di quello che Silvia Federici descrive come un processo necessario di «reincantamento del mondo»: una ricostruzione delle relazioni sociali ed ecologiche sottratta alla logica proprietaria e alla razionalità estrattiva.

Parallelamente, l’approccio di Malcolm Ferdinand sull’«ecologia decoloniale» offre una chiave per interpretare questi territori come luoghi nei quali mettere in discussione gli assunti moderni dello sviluppo ed elaborare forme di responsabilità ecologica e riparativa che superano la frattura coloniale.

In questo quadro, le aree interne soggette all’emigrazione, allo spopolamento, che non hanno subito forti pressioni antropiche, diventano contesti dove è possibile ripensare la relazione tra economia e natura, le modalità di produzione energetica, i modelli di mobilità, il valore dei beni comuni — acqua, suolo, foreste, energia solare — e, più in generale, il senso del vivere insieme.

In un mondo segnato da crisi climatica, guerre, violenze strutturali e impoverimento democratico, tali territori possono configurarsi come presidi di una conversione ecologica giusta, capaci di proporre modelli post-crescita basati sulla “cultura della sufficienza e della sobrietà”, sul limite, sulla cura e sull’interdipendenza.

La storia di Auletta mostra dunque che è possibile trasformare il margine in luogo di immaginazione e rigenerazione: dalla denuncia alla proposta, dalla resistenza a nuove pratiche economiche, sociali ed ecologiche; che una conversione ecologica giusta non può essere imposta, ma deve emergere da processi partecipati, da comunità informate, da forme collettive di autogoverno energetico nei territori subalterni.

Il suo significato va oltre la vittoria contro un impianto: suggerisce un quadro interpretativo utile per ripensare la conversione ecologica come processo del fare, radicato nei luoghi. In questo senso, i margini non rappresentano ciò che resta fuori dalla modernità, ma ciò che può riorientarla: spazi in cui ripensare i beni comuni, reinventare l’economia e immaginare società capaci di sostenere la vita, anziché consumarla e ucciderla.

Testo tratto dall’articolo pubblicato dal sito web Quaderni della decrescita.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 57 di Giugno – Luglio 2026: “Giovani e territori in movimento

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