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di Marta Di Giacomo e Nicola Scotto (Laboratorio Insurgencia)
Quando la scorsa estate iniziarono a circolare le prime voci sull’assemblaggio di una flotta civile determinata a rompere l’assedio a Gaza, era difficile immaginare o prevedere quello che sarebbe accaduto nei due mesi successivi.
La Global Sumud Flotilla ha rappresentato un catalizzatore in grado di moltiplicare la partecipazione dalle prime istintive e diffuse manifestazioni di agosto e settembre fino ai numeri straordinari dei due scioperi e del corteo nazionale del 4 ottobre 2025 a Roma.
Uno dei grandi meriti di questo ciclo di mobilitazioni è stato quello di riuscire a rompere l’atomismo neoliberale e l’impotenza che ne costituisce il risvolto. Dopo anni di stagnazione mobilitativa, infatti, si è tornati a sperimentare la possibilità per le molte e i molti di aggregarsi e di esprimere una potenza collettiva inedita, in grado di infrangere il muro del silenzio e della barbarie innalzato dall’Occidente sul genocidio palestinese.
Questa consapevolezza si è fatta forza dirompente in grado di sgretolare gli argini dell’indifferenza e della frustrazione, oggettivandosi nella capacità di condividere la responsabilità di azioni radicali e conflittuali e di assumerle come pratica di rottura collettiva. Nonostante la risposta sempre più dura che ha caratterizzato – e sta caratterizzando – la gestione delle Questure di tutta Italia, in primis Milano, Bologna, Roma e Napoli, la capacità mobilitativa nella prima fase di questo movimento non è diminuita, ma ha continuato a crescere, trovando grande consenso nell’opinione pubblica e in larghe fette della società. In questo senso, dunque, sono due gli elementi che emergono.
In primo luogo, il ruolo delle organizzazioni politiche che sono state in grado di fornire piattaforme e strumenti di organizzazione dal basso che appartengono al patrimonio storico dei Movimenti sociali e in secondo luogo la ricettività dei settori non organizzati ad assumersi pienamente l’ordine del discorso in tutta la sua radicalità.
Questo gioco ambivalente ha permesso di infliggere il primo vero colpo non solo al governo Meloni, ma anche alle socialdemocrazie e ai governi neofascisti degli altri Paesi, costringendo tutte le forze politiche a fare i conti, in un modo o nell’altro, con le istanze del Movimento globale per la Palestina, nel tentativo di reprimerle o di sussumerle.
Il caso Italia ha fatto scuola: la mobilitazione che ha attraversato il nostro Paese è stata in grado non solo di cogliere il nodo contraddittorio dell’Occidente sionista che da un lato si fa portavoce dei più alti valori dell’umanità e dall’altro lato fa passare sotto silenzio il genocidio palestinese avallando le mosse di Israele, ma anche quello di aprire un laboratorio di sperimentazione tra soggetti molteplici che sembra andare al di là del binomio capitalismo neoliberale di stampo francese o tedesco e il capitalismo neofascista di matrice trumpiana o meloniana.
La nuova fase inaugurata dalla finta pace di Donald Trump è il tentativo di autoconservazione di un sistema-mondo che è stato sfidato e minacciato dalla potenzialità trasformativa incarnata dal Movimento per la Palestina e dalla Palestina stessa.
La spinta mobilitativa non va dispersa, ma rilanciata continuando ad attaccare i nodi della produzione materiale e intellettuale, conservando l’ingovernabile potenza espressa dal Movimento e gli strumenti messi a disposizione dalle organizzazioni. Ogni luogo delle nostre città e delle metropoli deve essere luogo di conflitto e di espulsione del sionismo da tutti gli ambiti delle nostre società.
Non si tratta più solo di fermare il genocidio, ma di essere garanti, dal basso, del processo di costituzione di una Palestina libera dal fiume fino al mare mediante gli strumenti che abbiamo imparato a reinventare e riutilizzare. Le navi israeliane non devono avere diritto di approdo nei porti italiani indipendentemente dal carico che trasportano, le università devono rescindere qualsiasi tipo di accordo con le università israeliane, finanche il cielo deve essere oggetto di rivendicazione da parte nostra per vietare l’attraversamento a qualsiasi aereo sionista, di linea o militare che sia.
La Palestina è stata la chiave per leggere le brutture di questo mondo, ma la possibilità che abbiamo sperimentato di desiderare un futuro altro va generalizzata e trasformata nella capacità di costruire quel futuro già a partire dal nostro presente. Quella forza che abbiamo sperimentato nelle piazze in cui eravamo così tanti da non riuscire a contarci dobbiamo trasformarla nell’irriverente consapevolezza con cui sfidare lo stato di cose per sovvertirlo.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte”

