Militarizzare e disinformare le coscienze

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Strade Sicure, visita del Presidente Meloni alla stazione di Rogoredo (MI)”  6/02/2026 – Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri (CC BY-NC-SA-3.0 IT)

di Rosa Lella (giornalista e comunicatrice)

I blindati dell’Esercito italiano parcheggiati a Roma davanti alla stazione Termini sono la raffigurazione plastica di come il Governo Meloni voglia letteralmente assediare l’immaginario collettivo: «Siamo già in guerra, dobbiamo proteggervi».

Da cosa, non si è ancora capito: dai terroristi? A meno che non si avvicinino ai blindati per qualificarsi come tali (!), è improbabile, visto che, di solito, se ne occupa l’Intelligence. Ma forse quest’ultima è (si spera) ancora troppo impegnata a cercare di scoprire chi e perché in Italia ha dato mandato di spiare giornalisti e attivisti con il software spyware Paragon fornito da Israele.

L’obiettivo del presidio, che rientra nel progetto “Strade sicure”, sarebbe «sottrarre terreno a fenomeni di illegalità, marginalità e degrado che spesso gravitano sull’hub ferroviario». Tutti ambiti d’intervento in capo a ben altre aree di competenza, dalle politiche sociali alla magistratura, sperando che quest’ultima non sia depotenziata e derubricata a mero complemento d’arredo del fu Stato di diritto, come invece vorrebbe la Riforma Nordio, che, si spera, sia fermata dal Referendum per il No del prossimo 22 marzo 2026.

Normalizzare la militarizzazione di luoghi fisici, ideali e delle coscienze è parte integrante della propaganda bellica in quanto promanazione della dimensione sistemica dell’economia di guerra.

Va in questa direzione la rotta tracciata dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel non-paper sulla cosiddetta ‘guerra ibrida’, cioè una guerra che non si combatte solo con le armi. Un documento che, tra gli ambiti di minaccia ibrida, individua anche l’informazione, prendendo di mira, tra le altre cose, quelle «narrazioni estreme e anti-sistema» che puntano «a screditare partiti politici e candidati, a diffondere la sfiducia nell’opinione pubblica verso: media tradizionali, enti, autorità, governo, alleanze e organizzazioni sovranazionali (come Ue, Nato e G7)».

Insomma, chi osa instillare un dubbio sullo status quo rischia di essere bollato come una minaccia di destabilizzazione.

Il controllo dei social media e delle persone attraverso i social media è già realtà: ad oggi sei miliardari controllano nove delle dieci piattaforme social più grandi del pianeta, mentre tre miliardari concentrano quasi il 90% del mercato globale delle chatbots di Intelligenza artificiale (fonte: Oxfam). Un allarme che riguarda non solo l’accesso alle notizie e alla narrazione ma anche la sorveglianza e la repressione dell’opposizione politica, come nel caso del Kenya, dove durante le proteste contro le leggi fiscali, le autorità keniote hanno utilizzato X per rintracciare i manifestanti attraverso il riconoscimento biometrico, previsto anche in Italia dai pacchetti sicurezza del Governo Meloni.

Se da un lato ci sono i processi di controllo, dall’altro ci sono i tentativi delle Big Tech e dei gruppi di potere di far saltare o annacquare quelle poche norme volte a tutelare la privacy delle persone e a garantire la libertà d’informazione.

Secondo un’indagine condotta da Corporate Europe Observatory e LobbyControl, che monitorano l’attività di lobbying nelle Istituzioni europee, Meta e Google si stanno alleando con i parlamentari Ue dell’estrema destra per intervenire sul Digital Omnibus – il provvedimento proposto a novembre 2025 dalla Commissione Ue per una nuova legislazione in materia di digitale – con l’obiettivo di ridurre le norme sulla privacy e quelle per l’accesso ai dati personali per addestrare l’Intelligenza artificiale.

Rimane disatteso, almeno in Italia, il Media Freedom Act, il regolamento Ue entrato in vigore l’8 agosto 2025, che, tra le altre cose, serve a proteggere l’indipendenza editoriale e il pluralismo; le fonti giornalistiche, anche dall’uso di spyware; a garantire la trasparenza della pubblicità e l’indipendenza dei media del servizio pubblico. Ovvero ad avere dei media liberi dall’influenza di gruppi di potere politici ed economici.

Come denunciato dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), la mancata applicazione del Media Freedom Act nel nostro Paese determina, di fatto, il controllo del Governo Meloni sulla Rai, che da oltre un anno non ha il presidente, come invece prevede la legge, ma fa capo all’amministratore delegato, indicato direttamente dall’Esecutivo di destra.

Questa tenaglia composta da controllo e mancata applicazione di regole è rafforzata dall’uso distorto di Enti e Authority.

Tra gli esempi più emblematici lo scontro tra il conduttore di Report Sigfrido Ranucci e il Garante della Privacy, che ha multato per 150mila euro la trasmissione d’inchiesta contestando la messa in onda dell’audio della conversazione tra l’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e la moglie, sulla nomina dell’aspirante consulente del Mic, Maria Rosaria Boccia, con cui Sangiuliano avrebbe avuto una relazione. La battaglia legale è stata poi vinta dalla Rai per la legittimità della messa in onda dell’audio vista la sua rilevanza pubblica.

Come osservato dallo stesso Ranucci in un’intervista a La Stampa, sanzioni e provvedimenti come questi, se usati con una certa facilità, diventano di fatto, anche per le spese legali necessarie a difendersi, un modo per colpire la libertà d’informazione, soprattutto se a subirli sono piccole emittenti e testate, che non possono godere del sostegno di un ufficio legale come quello della Rai e «su cui pende la spada di Damocle di questo Garante fuori controllo». Nel frattempo, proprio sull’operato di questo Garante «fuori controllo», e proprio grazie a una serie di servizi di Report, è stata avviata un’inchiesta giudiziaria che vede indagati per peculato e corruzione il presidente dell’Autorità e l’intero collegio.

In pochi mesi i partiti di Governo sono passati dalle dichiarazioni di solidarietà di rito nei confronti di Sigfrido Ranucci, in occasione dell’attentato subito per mezzo di una bomba che ha fatto esplodere due auto davanti a casa sua, ai sistematici tentativi di delegittimazione per la messa in onda delle inchieste scomode.

Una parabola discendente per la quale altri giornalisti precari spesso non passano nemmeno ma perdono direttamente il lavoro: come nel caso di Gabriele Nunziati, ex collaboratore dell’Agenzia Nova a Bruxelles, licenziato per una domanda alla portavoce della commissione Ue, Paula Pinho, poi definita «fuori luogo e tecnicamente sbagliata» dalla stessa agenzia con cui collaborava. La domanda era: «Se la Russia dovrà pagare per la ricostruzione dell’Ucraina, lei crede che anche Israele dovrà farlo per Gaza?».

Ci sono poi i casi di censura preventiva, anche nel mondo della cultura e dello spettacolo: quello esemplare, con tanto di ‘gogna pubblica’, nei confronti del cantante Ghali da parte del ministro Andrea Abodi, che, a proposito della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, ha dichiarato: «Non condividiamo il suo pensiero, che non sarà espresso su quel palco», riferendosi alle posizioni pro-Palestina dell’artista.

E poi c’è quello, passato più sotto traccia, che ha riguardato Donato Ungaro, giornalista minacciato dalla ‘ndrangheta, che porta il suo messaggio in diversi Istituti scolastici d’Italia, ma che a Conselice, in provincia di Ravenna, è stato allontanato dalle scuole medie del paese, dove era previsto uno dei suoi incontri contro le mafie, perché si è rifiutato di firmare un documento che dava alla dirigenza scolastica la facoltà di interromperlo in qualunque momento e sollevarlo dal suo incarico.

Una deriva autoritaria che nella scuola italiana serpeggia da tempo, in maniera diffusa, e che si è manifestata con atti di censura su diversi temi, come ad esempio lo stop del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, al corso di formazione per insegnanti La scuola non si arruola, previsto il 4 novembre 2025, nella Giornata di Unità nazionale e delle Forze armate, o con le ispezioni inviate dal ministero nelle scuole dove si erano tenuti gli incontri con Francesca Albanese.

Prima ancora nel Lazio, l’Ufficio regionale scolastico con una circolare aveva negato ai collegi docenti la possibilità di prevedere il dibattito sul genocidio in Palestina.

E ancora: dalle liste di proscrizione di Azione studentesca per segnalare gli insegnanti di sinistra fino al caso del Liceo ‘Righi’ di Roma, dove per la Giornata della Memoria, come denunciato da alcuni collettivi studenteschi, il dirigente scolastico per ospitare l’intervento della presidente della Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Noemi Di Segni, ha fatto imbiancare un murale che riproduceva la bandiera palestinese, realizzato durante un progetto didattico di disegno e storia dell’arte, e fatto rimuovere una mostra fotografica degli studenti sul genocidio in Palestina.

Questi episodi sono la fase prodromica di un clima sempre più esacerbato che rischia di trovare ulteriore legittimazione nelle misure repressive del Governo Meloni, contenute nei vari pacchetti sicurezza, i quali, assieme ai Disegni di legge che equiparano antisemitismo e antisionismo, creano un ‘combinato disposto’, che, oltre a comprimere il dissenso e il diritto di protesta, va a colpire con precisione quasi chirurgica, le critiche verso Israele e i Movimenti per la Palestina, come di fatto già accaduto con i casi di censura sopra citati, gli arresti preventivi e i fermi per blocco stradale.

In particolare, i due Ddl identici presentati dal senatore Massimiliano Romeo, adottati come testo base in Senato per la legge sull’antisemitismo, prevedono la possibilità di vietare manifestazioni e «misure educative in ambito scolastico», misure che invece per il genocidio palestinese (riconosciuto ormai come tale anche dall’Onu) rimarranno a esclusiva discrezione della singola scuola o del singolo insegnante, qualora non venissero censurate.

Non possiamo rimanere a guardare la valanga che ci travolge mentre proviamo a risalire la china: come osservato durante l’Assemblea nazionale O Re O Libertà, svoltasi il 24 e 25 gennaio 2026 al TPO a Bologna, per smontare la propaganda bellicista e securitaria delle destre, dobbiamo creare la nostra narrazione, stringere un’alleanza per l’informazione libera, indipendente, antifascista, sia con giornalisti e operatori dell’informazione all’interno delle redazioni, per aprire, ogni giorno, una breccia nel mainstream, sia con mediattivisti e cittadini per potenziare quel network d’informazione comunitaria resistente, già messo in campo da realtà come Rete #NoBavaglio, Globalproject e Milano In Movimento.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione

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