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di Fabio Marcelli (giurista internazionale e copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred))
Si moltiplicano, già da tempo, le voci che proclamano la morte o la fine del diritto internazionale.
Improvvisati teorici e pensatori approssimativi intrisi di pessimismo leopardiano annunciano il decesso, a seconda dei casi, con strazio da prefiche inconsolabili o malcelata soddisfazione da furbacchioni che assumono l’aria sorniona di chi ha capito come va il mondo.
Qualcuno si spinge ad affermare, tanto per fare un esempio di particolare crudezza, che a vicende come il criminale rapimento di Nicolas Maduro e di Cilia Flores vanno applicate le categorie del diritto penale statunitense, dato che i sequestratori hanno agito su mandato di un giudice di New York, e non già quelle del diritto internazionale.
Stendiamo un velo pietoso su queste e altre elaborazioni che attestano la straordinaria vacuità di un certo ceto intellettuale o preteso tale che si sente autorizzato a pontificare, vacuamente per l’appunto, su quanto succede nel mondo, riscoprendo ogni volta l’acqua calda.
È certamente indubbio che oggi il diritto internazionale non riesce a impedire il compimento dei peggiori crimini, si tratti del genocidio del popolo palestinese, della guerra in Ucraina scientificamente voluta e pianificata da Stati Uniti e Nato per impedire la naturale saldatura fra Russia ed Europa, ovvero le aggressioni come quella appena citata che Donald Trump ha compiuto al Venezuela sovrano col dichiarato intento di rapinargli petrolio e altre risorse naturali.
Ma ritenere che il diritto internazionale, entità incorporea e astratta, possa impedire questi e altri crimini, significa alimentare una sorta di pensiero magico ancora meno efficace di quello degli sciamani pellirossa che invocavano la pioggia con le loro danze o degli stregoni africani che mandavano a morire i combattenti Maamau dopo averli convinti di essere immuni dalle pallottole sparate dai colonizzatori britannici.
Il diritto internazionale, infatti, come del resto ogni creazione giuridica, è un’istituzione sociale e inoltre è caratterizzato da livelli di formalizzazione molto inferiori rispetto a quelli del diritto interno cui siamo tanto abituati da prenderli anche inconsapevolmente a paradigma.
Il circuito esistente tra diritto e politica, che esiste ovviamente anche per il diritto interno, è pertanto molto più diretto e immediato per il diritto internazionale. Tale elemento si è fortemente rafforzato negli ultimi tempi perché il declino innegabile degli Stati Uniti e dell’Occidente ha indebolito la dimensione normativa, prima invocata sia pure in modo mistificatorio e oggi totalmente ignorata.
L’esempio del Venezuela aggredito senza necessità di trovare scuse ne costituisce un ottimo esempio. Ma quello del genocidio perpetrato da Israele a Gaza e in Palestina ne rappresenta uno ancora più evidente. L’occupazione illegittima dei Territori palestinesi esiste da almeno quasi sessant’anni ma lo sterminio a Gaza di oltre 70mila persone, buona parte delle quali bambini, è per molti versi una novità atroce, anche perché avviene in diretta sociale e col sostanziale contributo dei complici occidentali di Israele, in primis Stati Uniti, Germania e Italia, e ci chiama quindi direttamente in causa.
Eppure una visione dialettica del fenomeno, che personalmente preferisco a quella magico-primitiva, ci impone di constatare che, se pure è vero che il genocidio c’è stato e continua anche dopo la cosiddetta tregua, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha indicato il da farsi approvando a stragrande maggioranza una risoluzione che riprende testualmente il parere reso poco prima dalla Corte internazionale di giustizia sulle conseguenze dell’illecita occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele.
La Corte internazionale di giustizia sta lavorando sul genocidio a seguito dell’accusa contro Israele introdotta dal Sudafrica cui si sono aggiunti vari altri Stati, e la Corte penale ha emesso un mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità contro il primo ministro israeliano in carica Benjamin Netanyahu.
Troppo poco e troppo tardi? Certamente. Ma neanche si possono attendere soluzioni miracolistiche che calino dall’alto di una sorta di empireo giudiziario.
Tornando alla natura fondamentalmente sociale e politica del diritto internazionale occorre quindi capire a fondo il ruolo determinante dei rapporti di forza e la necessità di avvalersi dello strumento giuridico in tale quadro, sia come strumento della lotta volto alla loro modifica che come risultato di quest’ultima.
Su tale base piuttosto che piangere lacrime amare ma inutili sulla presunta morte del diritto internazionale meglio affermare che, se pure malconcio per vari motivi, esso è vivo e lotta insieme a noi, sempre che di lottare si abbia beninteso voglia.
E da questo punto di vista non mancano certo, per i volenterosi, le occasioni di impegno.
Altamente significativa l’esperienza compiuta, in solo pochi mesi, dal gruppo dei Giuristi Avvocati per la Palestina.
Vari processi in corso in Italia si svolgono nello scenario determinato dalla questione palestinese con le sue varie implicazioni che riguardano in modo diretto il diritto internazionale nelle sue varie dimensioni.
Mi limiterò qui a ricordare la denuncia abbastanza dettagliata che abbiamo sporto per complicità in genocidio – ex articolo III lettera ‘e’ della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio [adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 260 (III) A del 9 dicembre 1948; entrata in vigore il 12 gennaio 1951; NdR] – contro la presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, quello della Difesa Guido Crosetto e l’amministratore delegato di Leonardo S.p.A. Roberto Cingolani.
O anche la causa civile contro la stessa Leonardo e lo Stato italiano per le forniture di armi. Le cause penali in corso contro esponenti palestinesi per vari episodi. La virulenta repressione delle manifestazioni che si sono svolte in tutta Italia. Il ricorso in sede di giurisdizione amministrativa contro il governo per la mancata applicazione di quanto stabilito da organismi facenti capo al sistema delle Nazioni Unite.
Tutti casi nei quali si parla anche, per così dire in attacco o in difesa, del presunto defunto più o meno compianto. Non nascondo che più di un esponente della magistratura pare animato da una proterva e in fondo autolesionistica brama di portare a termine la soppressione del malato o negando la giustiziabilità dei cosiddetti atti politici o accordando un peso francamente eccessivo a fonti documentali chiaramente timbrate Israel Defense Force (Idf) o Mossad, Servizio segreto israeliano.
Ciò nonostante, la partita mi pare tutt’altro che chiusa.
Teniamo peraltro presente che il quadro generale segnato dal declino statunitense e occidentale da un lato e dall’emergere della Cina e dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Iran, Etiopia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) dall’altro, è in evoluzione e potrebbe riservare qualche sorpresa. In tal senso va considerato il forte attaccamento della Cina ai valori del diritto internazionale.
Si veda al riguardo il dibattito sul costituzionalismo globale che abbiamo recentemente tenuto alla Fondazione Di Vittorio con la partecipazione per l’appunto di giuristi e diplomatici cinesi.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione”

