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di Italo Di Sabato (presidente Osservatorio contro la repressione)
L’ondata repressiva che attraversa oggi l’Italia non nasce dal nulla né può essere ridotta alle ultime settimane. È il punto di arrivo di un processo lungo, iniziato anni fa e progressivamente radicalizzato, che ha trasformato il dissenso politico e sociale in un problema di ordine pubblico e la protesta in una variabile da neutralizzare.
Il governo Meloni non ha inventato questo paradigma, ma lo ha portato a compimento, accelerandolo e rendendolo più esplicito, più aggressivo, più ideologico.
Questo processo di criminalizzazione ha conosciuto nelle ultime settimane un’accelerazione brutale e visibile, che ha colpito in modo mirato due ambiti centrali del conflitto sociale contemporaneo: la solidarietà con il popolo palestinese e le mobilitazioni per la giustizia climatica.
Denunce a pioggia, perquisizioni domiciliari, arresti in differita, misure cautelari applicate anche a minorenni, procedimenti aperti a distanza di mesi dalle manifestazioni: il messaggio è chiaro e deliberato.
Non si punisce più l’evento, ma si colpisce a freddo, quando la piazza si è già sciolta, trasformando il tempo stesso in strumento di repressione.
Chi è sceso in piazza contro il genocidio a Gaza, chi ha praticato forme di protesta nonviolenta, chi ha bloccato simbolicamente strade, porti, infrastrutture per denunciare l’inazione climatica, viene trascinato dentro procedimenti che hanno poco a che fare con la tutela dell’ordine pubblico e molto con la punizione di una posizione politica.
È il volto più riconoscibile del diritto penale del dissenso: blocchi stradali equiparati a reati gravi, aggravanti costruite ad hoc, uso estensivo delle misure preventive, divieti di accesso agli spazi urbani sulla base di semplici denunce.
In questo contesto, la repressione non è più eccezione ma prassi ordinaria, non più risposta a un fatto ma strumento di dissuasione preventiva.
Le mobilitazioni per la Palestina e per il clima vengono trattate come un problema di sicurezza nazionale, come se la solidarietà internazionale e la difesa del futuro fossero forme di devianza da correggere. È qui che la continuità con il nuovo Pacchetto sicurezza diventa evidente: ciò che oggi viene sperimentato sul terreno delle piazze è ciò che domani verrà normalizzato per legge.
Da tempo assistiamo alla costruzione di un Diritto penale del nemico, che non mira tanto a reprimere fatti socialmente pericolosi quanto a produrre consenso attraverso la punizione, a lanciare messaggi simbolici, a disciplinare comportamenti e immaginari.
Un Diritto penale sempre più amministrativo-penale, preventivo, fondato sull’anticipazione della soglia di intervento repressivo: non si punisce ciò che è accaduto, ma ciò che potrebbe accadere; non ciò che si fa, ma ciò che si rappresenta.
In questo senso, il Pacchetto sicurezza oggi in discussione – articolato in un Decreto e in un Disegno di legge – non è un’eccezione, ma l’ultimo tassello di una traiettoria già segnata. Una traiettoria che procede per accumulo, per stratificazione caotica di norme, emergenze e deroghe.
La frammentarietà non è un limite: è una cifra politica. Le nuove destre governano la crisi cronicizzandola, rinunciando alle mediazioni e puntando sulla forza immediata, sull’impatto mediatico, sulla paura come strumento di governo.
Il salto di qualità si è visto con chiarezza dall’insediamento del governo Meloni. A partire dalle norme sui rave, ai Decreti Cutro e Caivano, al famigerato Decreto sicurezza approvato nell’aprile scorso.
Una risposta penale sproporzionata per segnare un territorio politico: chi non rientra nei circuiti autorizzati è un pericolo.
Il nuovo Pacchetto sicurezza si inserisce pienamente in questa linea. Introduce un forte giro di vite contro il diritto di protesta, ampliando in modo drastico i poteri di polizia e riducendo le garanzie per chi manifesta. Viene esteso il divieto di accesso ai centri urbani (daspo urbano) non solo ai condannati con sentenza definitiva, ma anche a persone semplicemente denunciate o condannate in primo grado negli ultimi cinque anni per reati commessi durante manifestazioni.
Le Forze dell’ordine potranno effettuare perquisizioni preventive durante le proteste per verificare il possesso di oggetti ritenuti ‘atti ad offendere’ e introdurre fermi di polizia fino a 12 ore per chi è giudicato ‘pericoloso’ per il pacifico svolgimento delle manifestazioni, anche sulla base di elementi vaghi come il volto coperto o l’uso di caschi.
Le sanzioni economiche diventano uno strumento centrale di repressione: fino a 20mila euro per manifestazioni non autorizzate, per deviazioni dal percorso comunicato o per la mancata ottemperanza all’ordine di scioglimento. È inoltre previsto il divieto di partecipare a riunioni o assembramenti pubblici, con efficacia immediata, per chi abbia riportato anche solo una condanna non definitiva per reati commessi durante proteste.
Nel complesso, queste misure trasformano la protesta in un’attività ad alto rischio penale ed economico, introducendo un sistema di punizione preventiva che mira a scoraggiare il dissenso prima ancora che si manifesti.
Questo sicuritarismo accelerato ha bisogno di un riequilibrio strutturale dei poteri. Non perché la magistratura sia ‘troppo forte’, ma perché anche quei margini minimi di controllo giurisdizionale risultano ormai d’intralcio.
La tendenza è chiara: spostare l’asse sull’esecutivo, ridurre il ruolo del giudice, affidare sempre più direttamente alle forze di polizia la gestione dell’ordine pubblico e delle sanzioni.
Un controllo dell’ordine pubblico esercitato dall’ordine pubblico stesso.
In parallelo, si rafforza un ‘diritto speciale dell’amico’ per chi esercita la forza: scudi penali, attenuazioni di responsabilità, impunità di fatto per le Forze dell’ordine quando agiscono ‘in servizio’. Da un lato, si punisce preventivamente il dissenso; dall’altro, si protegge chi lo reprime.
È un disegno coerente, anche se non sistematico: costruire uno Stato di polizia senza proclamarlo, normalizzando l’eccezione.
Questo processo non nasce oggi e non riguarda solo la destra.
Anche i governi precedenti hanno contribuito a erodere garanzie e a interiorizzare l’ideologia della sicurezza. Ma con il governo Meloni si è compiuto un salto: la repressione diventa identità politica, non più solo strumento. Il conflitto sociale non è più tollerato come fisiologia democratica: è trattato come un’anomalia da estirpare.
In questo quadro, le opposizioni parlamentari appaiono incapaci – o non disposte – a costruire un contrasto reale. Prigioniere delle loro ambiguità e delle loro responsabilità passate, faticano a rompere con l’ideologia sicuritaria e spesso finiscono per demonizzare i Movimenti sociali invece di riconoscerli come soggetti politici legittimi.
Il risultato è una frattura profonda tra Istituzioni e società, che lascia i conflitti senza rappresentanza e li espone a una repressione sempre più dura.
La repressione del dissenso non è dunque un tema settoriale né una battaglia ‘di nicchia’. È il cuore del progetto politico in atto.
Riguarda il diritto di manifestare, di organizzarsi, di opporsi. Riguarda la possibilità stessa di immaginare alternative in una società attraversata da crisi multiple.
Difendere questi spazi significa difendere la democrazia come conflitto, non come ordine imposto.
Granelli di sabbia, forse. Ma è solo così che si inceppa una macchina costruita per funzionare senza attriti.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione”

