I fondi finanziari al governo del pianeta – Alessandro Volpi

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Primo corso

Guerra e finanza: l’intreccio letale

 

Prima lezione

I fondi finanziari al governo del pianeta

Alessandro Volpi

14 maggio 2025

 

Qui la videoregistrazione della lezione:

 

Esiste un legame evidente fra l’idea che serva una continua riduzione del gettito fiscale, per consentire ai mercati di scatenare le proprie doti salvifiche, e la brusca contrazione della spesa pubblica. Senza entrate infatti è difficile mantenere lo Stato sociale a meno di non supplire al minor gettito con il ricorso all’indebitamento pubblico che, tuttavia, sta diventando sempre più costoso e nel caso italiano difficilmente sostenibile alle attuali condizioni.

Dunque si determina una transizione molto rapida, in diverse realtà in giro per il mondo già avvenuta, dai modelli sociali del welfare a forme di privatizzazione dei servizi essenziali, a cominciare dalla sanità, che implica la trasformazione della cittadinanza in fruitrice dei prodotti della finanza globale.

In altre parole, la scomparsa della dimensione pubblica conduce all’affermazione di strutture privatizzate che sono finanziate dai risparmi dei singoli, indirizzati verso fondi sempre più grandi che tendono a sostituirsi agli Stati.

I cittadini, così, attraverso il risparmio diventano soggetti finanziari che affidano le loro sorti a gestori in grado di monopolizzare la liquidità disponibile.

 

La sanità e la previdenza “complementari” assumono una rapida e crescente centralità in un simile panorama e modificano la natura dei loro destinatari che devono consegnarsi alle “strategie” dei gestori dei fondi per provvedere alla propria salute e alla propria pensione.

In questo senso lo smantellamento del welfare, indotto dal taglio fiscale e dalle privatizzazioni, ha favorito, negli ultimi vent’anni, lo spostamento di risorse verso fondi finanziari che le hanno utilizzate per diventare i pivot decisivi dell’intero sistema economico mondiale, approfittando anche delle debolezze della stessa politica, fin troppo accecata dalla religione del mercato.

Lo smantellamento degli Stati sociali si è accompagnato infatti alla convinzione che proprio i mercati finanziari fossero il luogo dove poter creare i redditi e la ricchezza che le economie della produzione non riuscivano più a generare nelle parti del mondo guidate dal cosiddetto capitalismo maturo.

 

Privatizzazione e finanziarizzazione si sono così saldate su più piani: i cittadini-risparmiatori sono approdati attraverso i fondi alla finanza e la finanza si è sostituita all’economia reale moltiplicando gli strumenti disponibili, venduti agli stessi cittadini risparmiatori.

Tramite questi strumenti un numero sempre più limitato di fondi è riuscito a determinare i prezzi dei beni, operando sulle principali borse del mondo continue e colossali scommesse che hanno fruttato rendimenti decisamente alti, tanto da attrarre volumi di risparmio in costante crescita.

In questa nuova dimensione, i prezzi non erano più il portato dell’offerta e della domanda reali ma diventavano il risultato, predeterminato, di un mostruoso gioco d’azzardo a senso unico.

 

Così, nomi come Vanguard, Black Rock, State Street e pochissimi altri fondi, con la straordinaria liquidità raccolta per effetto della propria capacità di condizionare quello che non era più un mercato ma un monopolio, hanno celermente acquisito anche il controllo delle principali società del pianeta, a cominciare da Apple, Microsoft e da gran parte delle prime cinquanta realtà quotate allo S&P, il più importante listino del mondo.

In parallelo con queste campagne acquisti i fondi sono penetrati nelle società pubbliche, a cui sono affidate la proprietà e la gestione delle reti e delle infrastrutture vitali per la sovranità di un paese, e nelle tante multiutility, le società di servizi pubblici nate in varie parti d’Italia e d’Europa e quotate in Borsa.

Con veloci scalate o con partecipazioni strategiche questi soggetti finanziari sono diventati assolutamente rilevanti nella definizione delle scelte in materie dal chiaro impatto pubblico; in sintesi, salute, previdenza, infrastrutture e beni pubblici sono diventati oggetto di pochissimi grandi player, la cui logica è soltanto quella di garantire rendimenti finanziari a breve termine, in sostanza dividendi e remunerazioni obbligazionarie, fidando sulla propria capacità di occupare tutti gli spazi delle decisioni, dalla definizione dei prezzi alle dinamiche produttive e ai principi di erogazione dei servizi e condizionando in modo vincolante una politica che ha deciso di affidarsi ad un simile monopolio in nome di un mercato cancellato dagli stessi fondi monopolisti.

È naturale che lungo questo tracciato il culto del dividendo, che deve remunerare il grande azionista e il piccolo risparmiatore, partecipe del fondo, sostituisce ogni altra valutazione in merito a forza lavoro, investimenti, ambiente e costo dei servizi.

 

I protagonisti di un siffatto assalto al potere globale sono, come accennato, fondi nati negli Stati Uniti fra gli anni Settanta e Ottanta, che hanno accumulato i loro enormi patrimoni in tempi recenti, sfruttando anche la crisi del 2008 da cui sono usciti decisamente rafforzati perché assai meno invischiati di altri soggetti finanziari e creditizi nel tossico sistema dei mutui immobiliari, da cui tendono a restare accuratamente distanti.

I loro fondatori avevano scelto, in origine, la soluzione dei “fondi passivi” che si limitavano a replicare alcuni indici scelti con grande cura, potendo promettere ai clienti, proprio per l’abbattimento dei costi di gestione consentito dalla natura passiva, un servizio quasi gratuito.

In altre parole, utilizzavano indici esistenti, seguendone l’andamento, e in base a quello retribuivano i loro “clienti”.

Alla luce di ciò si presentavano come gli interpreti di una nuova finanza “democratica” che ha inizialmente faticato ad affermarsi ma che, dopo i tracolli dei grandi colossi tradizionali, è diventata sempre più attraente ed è riuscita a stabilire relazioni strette con la politica: un esempio palese di un siffatto legame è stato il rapporto intimo fra il fondatore di Black Rock, Larry Fink, e il segretario al Tesoro, Timothy Geithner, maturato durante il crack del 2008[1].

 

In tal modo si è costituito un vero cartello, dai confini sconosciuti alla storia contemporanea, che possiede le Borse, determina i prezzi, ha partecipazioni decisive nel sistema produttivo globale e garantisce i rendimenti a milioni di risparmiatori, dipendenti per la loro stessa esistenza dai pochissimi membri di tale cartello.

Lo stesso cartello controlla le agenzie di rating, che decidono le sorti dei debiti pubblici degli Stati, gran parte della stampa economica, le principali banche del pianeta, le assicurazioni, la farmaceutica, l’industria militare, le società hitech, l’intera filiera alimentare e quella dell’energia, compresa quella delle rinnovabili.

Passano da tale cartello anche le principali piattaforme turistiche, gli alberghi, gli airbnb, il gioco d’azzardo, e molta parte dell’entertainment.

 

Si profila così la mappa di uno sterminato potere, che ormai rende estremamente difficile, per non dire impossibile, persino l’utilizzo del termine mercato per qualificare l’attuale condizione dell’economia mondiale: una mappa che mostra una incredibile onnipresenza e, al tempo stesso, certifica l’incapacità di larga parte della politica di svolgere qualsiasi tipo di interposizione, tanto marcata da far pensare ad una esplicita connivenza.

Non c’è stata traccia, a riprova di ciò, di alcuna azione di controllo sulla diffusione di questi fondi, sul loro peso, costantemente esercitato con l’utilizzo dei diritti di voto nelle assemblee societarie, e sulla loro prerogativa di determinare gli esiti economici di interi settori.

Non ci sono stati controlli veri neppure sulla loro struttura proprietaria, caratterizzata da frequenti e oscure partecipazioni incrociate che non permettono di capire quasi nulla su chi realmente decida in tali colossi al di là delle dichiarazioni pubbliche rese dagli amministratori delegati, tra i quali continuano a comparire gli originari fondatori.

È relativamente facile infatti capire che cosa controllano, in maniera più o meno diretta, quali società sono nelle loro mani, quali Borse, quali settori, quali banche, quali assicurazioni, quali piattaforme, quali giornali: insomma è possibile mettere insieme una raffigurazione del loro potere.

 

Ma c’è un aspetto molto complicato da scoprire ed è rappresentato proprio dalla individuazione di chi siano realmente questi fondi.

Black Rock è posseduto per il 14% da Vanguard, per il 6,7% dalla stessa Black Rock e per un altro 4,5% da State Street. Segue poi una decina di fondi più piccoli. Vanguard è posseduta per il 13,5% da Black Rock, per il 9,5% da Vanguard e per il 3% da State Street cui si aggiungono altri fondi di minori dimensioni. State Street Corporation è posseduta per il 12,6% da Vanguard, per l’8,1% da Black Rock e per il 5% da State Street.

In altre parole, i tre più grandi soggetti economici e finanziari del pianeta sono posseduti gli uni dagli altri in una sequenza che non permette di comprendere chi sia il vero proprietario, al di là delle figure dei vari Ceo, talvolta ancora identificati con i “padri” fondatori.

Per essere ancora più chiari, non ci è dato di sapere chi sono “i signori del mondo” che stanno dietro la più grande concentrazione di ricchezza di sempre.

 

È democrazia questa? È libero mercato? Mi sembra proprio di no. Siamo di fronte ad una opacissima autocrazia. Si tratta allora di far emergere i contorni della ruvida contrapposizione fra uno strapotere globale di cui conosciamo solo il volto apparente e che sta smontando interi pezzi dei sistemi politici, economici e sociali del lungo Novecento e la possibile permanenza in vita di una democrazia sostanziale.

 

Un’ultima, eloquente chiosa a questo riguardo. Sei società hanno realizzato nel 2023 ricavi per 408 miliardi di dollari e 88 miliardi di profitti. Si tratta di Amazon, Alphabet, Apple, Microsoft, Meta e Netflix che, già nel 2022, avevano realizzato profitti per 61 miliardi di dollari.

Cosa hanno in comune queste sei società? Due cose. La prima, come già accennato, che hanno gli stessi azionisti di riferimento: Vanguard, Black Rock e State Street. La seconda, che hanno licenziato quasi 250 mila dipendenti nel 2023, dopo averne licenziati 160 mila nel 2022.

È evidente che in questo monopolio finanziario i superprofitti generano disoccupazione. Un mondo alla rovescia che risulta ancora più inaccettabile se si considera quanto pagano di imposte queste sei società e i loro “padroni”.

Secondo le stime più recenti, circa un terzo dell’utile lordo di tali realtà è tassato in paesi a fiscalità “agevolata”: un fenomeno, questo, comune alle principali società Usa che pagano le tasse in Delaware, uno Stato trasformato in paradiso fiscale, e alle società cinesi che le pagano nelle Isole Cayman.

 

In Italia poi non versano quasi niente. Le filiali italiane delle principali big tech mondiali hanno pagato infatti al nostro fisco 187 milioni di euro, a fronte di fatturati per quasi 8,5 miliardi di euro. Alcune piattaforme, come nel caso di Booking, non hanno versato neppure un euro. Questa condizione è resa possibile anche dalla natura della tassazione esistente, che non è in grado di colpire i servizi immateriali, e dalla volontà politica, coltivata ormai da anni, di non far pagare le tasse ai grandi soggetti finanziari, come dimostra proprio la vicenda di Amazon che ha negoziato accordi fiscali su misura con vari paesi europei, tanto solidi da reggere alle cause promosse presso tutte le Corti del Vecchio Continente.

Il paradosso è che i principali azionisti di tali società, i grandi fondi finanziari, stanno comprando le principali infrastrutture italiane, dalla rete, alle autostrade, ai rigassificatori, e stanno ricevendo lussuosi dividendi dalle principali banche, assicurazioni, società energetiche e manifatture di cui sono azionisti, anche in questo caso senza pagare imposte perché hanno la sede fiscale all’estero. In pratica, stiamo assistendo all’incredibile paradosso per cui i soggetti che maggiormente fanno profitti in Italia e che sono proprietari o concessionari di servizi pubblici non contribuiscono in alcun modo al fisco italiano.

Il 2023 è stato un anno record per l’indice della Borsa di Milano che ha superato i 30 mila punti ed è tornato ai livelli precedenti alla “grande crisi” del 2008.

I settori che hanno registrato i livelli più alti sono stati tre. Il primo è quello delle banche con utili stratosferici a cui è corrisposta un’impennata del costo dei mutui per imprese e famiglie italiane.

Il secondo è quello dell’energia a cui è corrisposta un’impennata delle bollette di luce e gas.

Il terzo è quello delle multiutility, in larga parte partecipate dai fondi, a cui è corrisposta un’impennata dei costi per le utenze di tutti gli altri servizi. È logico?

 

Per chiudere è, forse, utile fornire una rappresentazione del quadro attuale che consente di rispondere a questa domanda retorica. Oggi 10 società quotate allo S&P 500 valgono oltre 15 mila miliardi di dollari, pari al 34% dell’intero indice: una percentuale mai raggiunta nella storia.

Un valore vicino al Pil della Cina nelle mani di 10 società che hanno due caratteristiche ben evidenti: sono società legate all’innovazione tecnologica e hanno, come ricordato, i tre grandi fondi, Vanguard, Black Rock e State Street nel loro azionariato con una quota vicina o superiore al 20%. Mai nella storia del capitalismo si era verificata una simile concentrazione di potere con un valore azionario legato alla forza dei fondi di spingere i prezzi delle azioni delle loro società molto di più di quanto non siano in grado di fare fatturati e utili.

In sintesi nelle big Tech (Microsoft, Apple, Nvidia, Amazon, Meta, Alphabet) la liquidità dei fondi loro azionisti gonfia  i valori azionari moltiplicandoli rispetto ai profitti reali.

 

La differenza con il passato è evidente; nel 2000 le prime 10 società dello S&P 500 valevano circa 4000 mila miliardi di dollari e, oltre a Microsoft, comparivano tra loro General Electric, Walmart, Exxon Mobil, At&T e Citigroup; tanta economia reale con utili alti senza la liquidità drogata dei fondi. Eppure quella bolla è scoppiata, quella attuale è tre volte più grande e molto drogata e continua a crescere, con una chiara connotazione geografica: gli odierni 3000 miliardari globali sono al 90% residenti negli Stati Uniti e hanno un patrimonio per oltre il 75% costituito da valori finanziari.

 

 

Bibliografia utile

 

“Finanzcapitalismo” di Luciano Gallino – Einaudi, 2011

Descrizione

Mega-macchine sociali sono le grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come componenti o servo-unità. Esistono da migliaia di anni. Una di esse ha costruito le piramidi dell’antico Egitto facendo lavorare come parti di una macchina decine di migliaia di uomini per generazioni di seguito. Era una mega-macchina l’apparato amministrativo-militare dell’impero romano e lo erano, nel Novecento, quelle dell’esercito tedesco e della burocrazia politico-economica dell’Urss. Ma il finanzcapitalismo le ha superate tutte, compresa quella del capitalismo industriale, non solo perché è penetrato in tutti i sottosistemi sociali, ma perché è passato dal produrre merci al produrre denaro. Denaro da investire immediatamente, da far circolare sui mercati allo scopo di produrre altro denaro. In un crescendo patologico che ci appare sempre piú fuori controllo. Luciano Gallino disegna in un formidabile affresco le grandi linee di questo processo di natura epocale, provando a indicarci alcune dure, ma possibili, strade verso la salvezza.

 

“Come si esce dalla crisi” di AA.VV – Edizioni Alegre, 2013

Descrizione

Dal 2007 la crisi non fa che peggiorare i suoi effetti economici e sociali, e i grandi economisti, i “Bocconi boys” consiglieri dei Governi negli ultimi vent’anni, continuano a proporre come rimedio politiche di austerità, per poi scoprire che sono le stesse che l’hanno causata.
In questo libro, 11 originali contributi di economisti e attivisti sociali, frutto di oltre due anni di confronti pubblici, smascherano le false argomentazioni utilizzate da oligarchi e accademici liberisti.
Gli autori analizzano e smontano le teorie del debito pubblico fuori controllo, identificano i passaggi essenziali per determinare una reale equità fiscale, scoprono i nessi finanza/lavoro, tematizzano le opzioni di riconversione ecologica della produzione e illuminano le pratiche di autogestione eco-produttiva, giungendo a proporre un’innovativa forma di finanza pubblica, in primis attraverso la riappropriazione sociale di Cassa Depositi e Prestiti. Uscire dalla crisi si può, ma mettendo in soffitta quarant’anni di politiche neoliberiste e ripensando un nuovo modello di società. L’attuale recessione non è legata al fatto che non ci sono soldi. I soldi ci sono, e sono pure troppi. È che stanno tutti dalla parte sbagliata.

 

Non con i miei soldi” di Andrea Baranes, Ugo Biggeri, Andrea Tracanzan – Altreconomia, 2015

Descrizione

“Non con i miei soldi!” ha l’obiettivo di fornire a tutti, risparmiatori e cittadini, gli strumenti per non essere più complici del sistema finanziario. La finanza globale infatti – a più di 10 anni dalla crisi – non è cambiata molto: è un sistema ipertrofico, poco efficiente, insostenibile, che somiglia a un casinò in cui pochissime persone si arricchiscono, scommettendo sul fallimento di interi Paesi, investendo in progetti nocivi per l’ambiente oppure speculando sul cibo, fino all’esplosione della prossima “bolla”. Ma quel che è peggio è che lo fanno con i nostri soldi! Questo libro è una “scuola”, che parte dall’ABC finanziario, spiega con chiarezza i fondamentali della finanza e -tra un’ora di speculazione e una gita nei paradisi fiscali-arriva al master in Finanza Etica. Sì, perché tutti possiamo investire i nostri soldi in progetti a favore delle persone e dell’ambiente.

 

“Dacci oggi il nostro debito quotidiano” – di Marco Bersani – DeriveApprodi, 2017

Descrizione

Una montagna alta 44 mila miliardi di dollari. A tanto ammonta il debito pubblico mondiale nel 2017. In questa classifica speciale, troviamo in vetta Stati Uniti (14.500 Mld) e Giappone (9.500 Mld), che da soli raggiungono oltre il 50%, mentre, con i suoi 2.000 Mld, è il nostro Paese a salire sul podio con il terzo posto.

Tecnicamente, il pianeta Terra può essere dichiarato in bancarotta. Dietro questo insieme di cifre “neutrali” molto deve essere ancora compreso, per capire le ragioni per cui l’enfasi sul debito sembra essere diventata la cifra della società contemporanea. Questo saggio si prefigge di dare un contributo in questa direzione. Con l’avvento del modello neoliberale, la finanziarizzazione del capitalismo ha progressivamente investito l’economia, la società, l’eco-sistema e l’intera vita delle persone, con la stretta necessità di mettere a valore l’intera esistenza, senza vincoli né salvaguardie di sorta: obiettivo per raggiungere il quale la trappola del debito è particolarmente funzionale sia in termini strettamente economici, sia come nuova narrazione della storia e disciplinamento della società. Come ogni ideologia totalitaria, la trappola del debito porta con sé la forza egemonica di una visione compiuta del mondo, ma anche la tragica realtà di un impoverimento di massa scientificamente praticato. Demistificarne la narrazione, mettendo in campo il ripudio del debito, e praticare con le lotte sociali la definanziarizzazione della società, attraverso la riappropriazione sociale di tutta la ricchezza collettivamente prodotta, sono le strade che dobbiamo iniziare a percorrere. Si tratta, di fronte a chi continua ad affermare: «è tutto oro quello che luccica», di iniziare a rispondere tutte e tutti assieme: «non è tutto loro quello che luccica».

 

“L’economia è politica” di Clara Mattei – Fuoriscena, 2023

Descrizione

Questo libro ribalta il racconto consueto dell’economia da cui siamo intossicati e rivela, ripercorrendo una lunga storia che dal fascismo arriva fino ai giorni nostri, quanta e che politica si nasconde dietro le scelte economiche. Clara Mattei è una giovane economista italiana che da anni vive e lavora a New York, dove insegna alla prestigiosa New School for Social Research. Nel 2022 ha scritto un libro in lingua inglese (The Capital Order), inserito dal «Financial Times» tra le dieci pubblicazioni più influenti dell’anno a tema economico. La sua lettura recupera e rilancia con forza la lezione dei grandi classici, da Smith a Ricardo a Marx, attaccando in modo dirompente quella naturalizzazione dell’economia che ci porta a considerare quest’ultima come una scienza esatta, rigorosa, pura, definita da modelli matematici rispetto ai quali non possiamo fare nulla, solo adattarci. Non per niente ci hanno insegnato che il nostro sistema economico rappresenta il migliore dei mondi possibili, il modo più eccezionale di produrre ricchezza e benessere. I tempi sono ormai maturi per smascherare le falsità insite in questa visione. Questo libro, accompagnato dai commenti di tre importanti economisti internazionali – Thomas Piketty, Branko Milanović e Adam Tooze – introduce una nuova prospettiva emancipatrice, capace di rivelare la trama nascosta dietro le questioni economiche centrali nella discussione pubblica: dall’austerità all’inflazione, dalla disoccupazione alla crescita, dalla concorrenza al debito al rapporto tra Stato e mercato, e moltissimo altro. È illuminante leggere, con la precisione e l’incisività di cui l’autrice è capace, come il potere politico abbia costruito nel tempo un sistema profondamente antidemocratico, destinato scientemente ad arricchire pochi privilegiati, impoverendo per converso la maggioranza della popolazione e rendendo i cittadini sempre più sudditi. La conoscenza è il primo passo per immaginare un mondo diverso, e per muoversi affinché esso diventi possibile.

 

“I padroni del mondo” di Alessandro Volpi – Laterza, 2024

Descrizione

Più forti dei singoli Stati, decisivi nella tenuta delle monete e del debito pubblico, proprietari di quote sbalorditive di economia reale: i fondi speculativi – a cominciare da Vanguard e BlackRock – sono diventati i ‘padroni del mondo’. Ancora marginali all’inizio del nuovo millennio, hanno cavalcato le crisi, hanno beneficiato dell’operato delle banche centrali e dei governi e hanno sfruttato, accelerandolo, il processo di smantellamento degli Stati sociali e di privatizzazione della società. Ma come è stata possibile una simile concentrazione del capitalismo che ha cancellato l’idea stessa di mercato? Questo libro prova a spiegarlo, tracciando un quadro chiaro dei numeri di tale monopolio e ricostruendo, al contempo, le storie dei protagonisti di una simile incredibile scalata al potere.

 

“L’America secondo Trump” di Alessandro Volpi – Feltrinelli 2024

Descrizione

Donald Trump e James David Vance sono stati interpretati come una possibile soluzione alla visione economica dei dem, decisamente troppo elitaria e troppo vicina ai grandi monopoli, a cominciare da quello delle Big Three (i fondi di investimento internazionali Vanguard, BlackRock e State Street). Su un piano più specifico, Trump ha dato voce ai sindacati arrabbiati contro le case automobilistiche, ormai più attente alla finanza che alla produzione, ai sostenitori dell’economia dei bitcoin e al vasto mondo degli hedge fund aggressivi: in sostanza, a pezzi della vecchia America e della nuova. Dai dipendenti dei casinò, ai farmer, ai sempre più sparuti operai, alle microimprese. Il nuovo presidente ha poi interpretato l’insofferenza popolare verso il modello “illuministico” dell’America sostenitrice dei diritti civili e dell’esportazione dei conflitti in nome di una democrazia sempre più incomprensibile: in fondo l’opinione pubblica Usa non apprezza certo l’ostilità maturata verso il paese dai quattro quinti del mondo.

 

Siti web utili

www.attac-italia.org sito web dell’associazione Attac Italia

www.italia.cadtm.org sito web del Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi Italia

www.cadtm.org sito web del Comitato internazionale per l’abolizione dei debiti illegittimi

www.valori.it testata giornalistica di Fondazione Finanza Etica

www.altreconomia.it rivista dell’economia solidale e della cooperazione internazionale

 

Note

[1] Su questi fondi esiste una bibliografia abbastanza datata. Nel 2018 è uscito il testo di John Bogle, Stay the Course: The Story of Vanguard and the Index Revolution (Wiley, Hoboken [NJ]), che rappresenta una sorta di autobiografia del fondatore, dove si esalta appunto la capacità “rivoluzionaria” dei nuovi indici “replicanti”, mentre nel 2022 Eric Balchunas ha pubblicato The Bogle Effect (BenBella, Dallas), di nuovo centrato sul ruolo decisivo di Bogle nel cambiare le consuetudini di Wall Street. Nel 2023, invece, è stato John Miller a pubblicare un duro volume contro Black Rock dal titolo Larry Finks Black Rock. Sempre nel 2023 è uscito, per opera di Alfred Stock, Black Rock. La breve storia e le controversie della più grande società di gestione patrimoniale del mondo. Riferimenti espliciti, e molto critici, ai fondi sono contenuti nel già ricordato volume di Carl Rhodes, Capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, ancora del 2023, e in Woke, Inc.: Inside Corporate Americas Social Justice Scam di Vivek Ramaswamy, New York, Hachette, 2021. L’anno precedente Vandana Shiva e Kartikey Shiva avevano pubblicato in Italia, per Feltrinelli, Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la Terra, mentre nel 2019 è uscita per Chiarelettere la seconda edizione del lavoro di Luca Ciarrocca, I padroni del mondo, che riecheggia la nota impostazione di Noam Chomsky. Molto interessante risulta il  contributo di Lucien A. Bebchuk e Scott Hirst, Big Three Power, and Why It Matters, pubblicato in “Boston University Law Review”, 8, 2022, che contiene anche una bibliografia specifica sul tema. Alcune considerazioni sul tema anche in P. Arlacchi, I padroni della finanza mondiale, Milano, Chiarelettere, 2018; E. Grazzini, Il fallimento della moneta, Roma, Fazi, 2023; A. Aresu, Le potenze del capitalismo poli- tico. Stati Uniti e Cina, Milano, La Nave di Teseo, 2023 e J. Haskel, S. Westlake, Capitalismo senza capitale. L’ascesa dell’economia intangibile, Milano, Franco Angeli, 2018. Le cosiddette “Big Three” sono citate spesso nei lavori di Bernie Sanders, Yanis Varoufakis, Jeffrey Johnson Smith e Michael Ash.

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