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di Salvatore Cannavò (direttore responsabile di Jacobin Italia)
Quando si è insediato alla direzione, l’attuale direttore del quotidiano la Repubblica Mario Orfeo si era presentato con un’analisi acuta del governo Meloni riassunto nel termine ‘cadornismo’, dal comandante della Prima guerra mondiale Luigi Cadorna, artefice della disfatta di Caporetto.
Scriveva Orfeo: «Il segnale veramente distintivo di questa destra, così diversa da quella classica e liberale, è la leva permanente del risentimento. La destra di Meloni, perciò patriottica e mai antifascista, resta (volontariamente) bloccata su un passato – quello dell’esclusione – che non passa, sorretto dal rancore nell’attesa di una rivincita anche adesso che ha vinto.
Una filosofa della politica mi ha citato Gramsci e la sua definizione di ‘cadornismo’ politico: per la destra italiana “una cosa è giusta solo perché decisa da chi comanda e, se non viene attuata, la colpa è di chi si oppone”».
L’acutezza della citazione e dell’angolo di visuale con cui si osserva il governo Meloni permettono di fare qualche passo in più rispetto all’accusa mossa dal direttore del quotidiano. Che, per quanto adeguata a descrivere un approccio e una modalità di azione dell’entourage della destra italiana, non sembra esaustiva. Se guardiamo all’autore artefice di quella definizione, Antonio Gramsci, infatti, ‘cadornismo’ è «la persuasione che una cosa sarà fatta perché il dirigente ritiene giusto e razionale che sia fatta: se non viene fatta, “la colpa” viene riversata su chi “avrebbe dovuto”».
Si tratta di una caratterizzazione che non copre l’essenza del governo di destra che invece si sostanzia maggiormente per un approccio supplementare, quello della costruzione del nemico.
La costruzione del nemico è praticata in larga parte attraverso la modalità della ‘vittima’ assurta nell’azione delle destre estreme contemporanee ad arte politica.
Ne ha scritto Daniele Giglioli in Critica della vittima osservando che «la vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio».
La costruzione di un nemico, in forma stabile, organizzata, strutturata, a tratti ossessiva, è funzionale a costruire questa identità che, come vedremo tra poco, rende politicamente in mancanza di contenuti significativi sul piano sociale.
Il governo Meloni, e in particolare Giorgia Meloni stessa, si erge a vittima e indica nemici praticamente ovunque: sono nemici giurati, in perfetta continuità con l’epica di Silvio Berlusconi, le ‘toghe politicizzate’ che bloccano la realizzazione del ‘lager’ per migranti in Albania, che scarcerano presunti nemici islamici colpevoli di aver espresso soltanto il proprio pensiero, che puniscono poliziotti solerti le cui reazioni violente contro manifestanti inermi, o contro ragazzi delle periferie milanesi, vengono coccolate e vezzeggiate. Sono nemici i centri sociali, indicati come covi eversivi nemmeno fossimo al terrorismo degli anni Settanta; lo sono i dirigenti della sinistra, tanto blandi nel manifestare la propria esistenza in vita quanto dipinti come improbabili tupamaros su cui riversare slogan vetusti come «chi non salta comunista è». L’elenco è ancora più ampio e comprende in generale qualsiasi cosa si muova nella società non assorbita o non assorbibile da una destra desiderosa di conquistare l’egemonia complessiva.
Ma, ancora, Meloni e il suo entourage riescono a esprimere qualcosa di più denso. La costruzione del nemico, infatti, non è una postura ideologica o comportamentale per lucrare una rendita di posizione istintiva ed empatica agli occhi del popolo ai cui occhi la vittima ha sempre ragione. Nella costruzione di un fortino assediato si ritrova l’ammissione implicita di una debolezza intrinseca, visibile nei primi tre anni pieni di governo della destra e in cui le condizioni del Paese non sono mutate se non in peggio. Come scrive Lorenzo Zamponi su Jacobin Italia, «il primo governo di estrema destra è tanto forte nei numeri quanto debole nella società».
La scelta di abbracciare praticamente senza emendamenti la linea liberista fin qui seguita dai governi precedenti e imposta ai Paesi europei da una Ue senza prospettive, costringe la destra italiana a scommettere sulla ideologia più che sulla riforma sociale, sulle guerre culturali, oltre che su quelle vere, piuttosto che sull’alleviamento delle sofferenze.
Il discorso della presidente del Consiglio al termine della kermesse di Atreju, nel dicembre 2025, è stato forse tra i più indicativi così come anche i toni della conferenza stampa di inizio 2026 con l’attacco sistematico ai giornalisti e alle giornaliste che la contestavano.
L’assedio permanente – basta guardare le prime pagine del Secolo d’Italia, giornale di Fratelli d’Italia, finanziato con soldi pubblici, per accorgersi di come questo registro sia stato assimilato in profondità da quel partito – è utilizzato certamente per difendere anche la compattezza ideologica della destra italiana asserragliata nell’identità post-fascista – cioè la difesa del fascismo senza più esaltarlo – come ha dimostrato Giorgia Meloni nel suo discorso di insediamento. Invece di prendere le distanze dal fascismo, allora prese le distanze dall’antifascismo ‛della chiave inglese’ degli anni Settanta, un modo per riabilitare rancori e risentimenti del suo gruppo politico, eredità visibile di quel partito neofascista che fu il Movimento sociale italiano. Ma ancora, non è nemmeno questo il punto.
Per capire meglio questa strategia di costruzione del nemico e di vittimismo strategico è utile comparare le destre globali. Si nota così un’attitudine comune a prescindere dalle latitudini che è il frutto di un calcolo strategico e di una debolezza strutturale.
Le destre salgono o si preparano a salire al potere grazie al fallimento del liberismo organico, della globalizzazione economica, delle attese di pace internazionale alimentate dai progetti di esportazione della democrazia. Quei fallimenti si sono risolti nel loro contrario: un protezionismo esasperato, un clima da guerra globale in cui si riaffermano odi nazionalistici e rigurgiti identitari.
Gli Stati uniti di Donald Trump vivono nella paura di un assedio permanente e definitivo, in primo luogo al loro tenore di vita. Ma anche l’Italia vive questa debolezza: ruota debole degli ingranaggi globali e delle catene del valore, tende a ripristinare valori desueti come l’appellativo di ‘patrioti’ che Meloni rivolge agli italiani, nemmeno fossimo all’uscita della Prima guerra mondiale.
L’assedio è reale, economico e geopolitico, figlio di una dinamica che l’economista Emiliano Brancaccio riconduce puntualmente ai processi di «centralizzazione capitalistica».
La condizione di assedio garantisce la tenuta di una linea di congiunzione tra la dimensione economica e quella culturale: assediato, sul piano economico, è il Paese, e dunque in primo luogo lo sono gli ‘italiani’ e al loro interno i maschi bianchi eterosessuali – da qui, l’accanimento contro le donne, si veda la legge sulla violenza sessuale, o le persone lgbtqi+ – e i circoli ristretti sensibili al richiamo dell’autorità.
La destra ripropone i suoi canoni tradizionali: l’esaltazione nazionalistica che corrisponde a uno stato di debolezza in cui si urla per mettere paura ma soprattutto per nascondere la propria paura. Quella di perdere rapidamente il consenso guadagnato per effetto dei propri fallimenti. Ma in politica la paura non è solo cattiva consigliera, è anche un ingrediente decisivo per attuare propositi pericolosi.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione”

