Intelligenza artificiale verso una nuova bolla finanziaria

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Foto di BoliviaInteligente su Unsplash

di Alessandro Volpi (docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa)

L’attuale febbre speculativa attorno all’Intelligenza artificiale (IA) generativa sembra nascondere i tratti distintivi di una pericolosa bolla sistemica, le cui cause primarie risiedono in una forte distorsione macroeconomica, caratterizzata da stime di valutazione societaria ipertrofiche, da un disallineamento radicale tra ricavi effettivi e investimenti in conto capitale e da una dipendenza patologica dal credito a leva per sostenere la costruzione di infrastrutture di calcolo enormi in un contesto monetario restrittivo.

Al centro di questa dinamica esplosiva vi è un indebitamento societario vertiginoso che sta rimodellando i mercati obbligazionari globali, dove l’emissione di debito corporate ha raggiunto la cifra record di 1,69 trilioni di dollari, spinta in gran parte dal finanziamento dell’ecosistema IA, con previsioni che indicano come il volume complessivo dei prestiti legati a Data center e chip supererà la soglia dei 4,1 trilioni di dollari entro il 2030.

Un simile accumulo immane di passività si scontra frontalmente con il regime dei tassi di interesse elevati imposto dalle Banche centrali, dove i rendimenti medi delle obbligazioni corporate si attestano intorno al 5,97%, un onere finanziario pesante che sta letteralmente prosciugando la liquidità di cassa delle imprese tecnologiche.

Società di primo piano come Oracle hanno visto il proprio debito a lungo termine lievitare oltre i 117 miliardi di dollari, registrando un incremento del 43% su base annua, subendo declassamenti creditizi che le collocano a un solo gradino dallo status di spazzatura, e costringendole a destinare quote crescenti dei flussi operativi al solo pagamento degli interessi passivi con la cancellazione dei margini di manovra in caso di rallentamento della domanda.

In tale scenario di estrema tensione creditizia, i grandi gestori del risparmio globale, tra cui colossi del calibro di BlackRock, affrontano sfide operative e fiduciarie formidabili nel tentativo di garantire un afflusso costante, ordinato e rassicurante di risparmio privato e previdenziale verso la filiera dell’Intelligenza artificiale, dovendo bilanciare la pressante richiesta della clientela retail di non perdere il rally tecnologico con la necessità di proteggere i portafogli dai rischi di una concentrazione estrema degli indici.

La difficoltà di BlackRock e degli altri gestori di mantenere flussi stabili di capitale retail emerge chiaramente di fronte alla concorrenza dei rendimenti sempre più alti, offerti dai titoli di Stato e dai mercati monetari, la cui attrattiva spinge i risparmiatori a ritirare i fondi dai veicoli esposti ai titoli tech più speculativi non appena la volatilità mostra cenni di aumento.

Questa architettura di mercato fragile e interconnessa cela un ulteriore pericolo sistemico gravissimo legato alla struttura dei fondi negoziati in borsa (ETF – Exchange Traded Fund) e dei prodotti a gestione passiva, i quali custodiscono la concreta eventualità di vendite improvvise, sincronizzate e automatiche, poiché in caso di una correzione repentina dei titoli tecnologici di punta, i meccanismi di ribilanciamento algoritmico, gli ordini di vendita condizionati e le massicce richieste di rimborso da parte degli investitori istituzionali e retail potrebbero innescare liquidazioni a cascata sui listini. Così la flessione di mercato si trasformerebbe in un vero e proprio crollo di liquidità, privo di acquirenti naturali e caratterizzato da uno spread denaro-lettera[1] insostenibile.

A complicare ulteriormente il quadro economico globale si aggiunge l’ascesa inarrestabile e competitiva della tecnologia cinese, che, nonostante le severe restrizioni commerciali, i controlli doganali e i blocchi mirati sull’esportazione di acceleratori avanzati imposti dagli Stati Uniti, continua a sviluppare ecosistemi di intelligenza artificiale open source altamente resilienti ed economici, capaci di erodere drasticamente i margini di profitto, la quota di mercato e il potere di prezzo dei campioni tecnologici occidentali.

Soprattutto tali ecosistemi sembrano in grado di ridimensionare le proiezioni di crescita a lungo termine su cui si reggono le attuali valutazioni di Borsa. È proprio all’interno di questo scenario di crescenti difficoltà di cassa e di stretta creditizia che si inseriscono le motivazioni profonde delle imponenti e anomale quotazioni in Borsa ricercate da entità di primo piano come OpenAI e Anthropic, impegnate a pianificare imminenti sbocchi pubblici con valutazioni stratosferiche.

Tali valori di mercato faraonici, distanti dai fondamentali di bilancio e sostenuti da perdite operative nette che per OpenAI hanno superato i 12 miliardi di dollari trimestrali e per Anthropic si sono tradotte in un passivo di 42 miliardi nell’ultimo esercizio a fronte di ingenti costi di calcolo, rispondono alla necessità esistenziale di accedere a colossali iniezioni di capitale fresco per evitare l’insolvenza, coprire il consumo cronico di cassa e finanziare la costruzione di infrastrutture energetiche e server che richiedono decine di miliardi di dollari.

Contestualmente, la fretta di approdare sui listini azionari e di promuovere round di finanziamento record rappresenta l’ultima spiaggia per ripagare i debiti accumulati e soprattutto per fornire una via d’uscita e una redditizia liquidazione monetaria ai primi investitori di venture capital e ai partner strategici, che esigono la monetizzazione delle proprie quote prima dello sgonfiamento della bolla della liquidità e dell’emergere dell’insostenibilità strutturale di un modello economico incapace di generare profitti reali sufficienti a giustificare l’immenso capitale investito.

Alla luce di ciò non bisognerebbe trascurare che negli ultimi anni, per garantire rendimenti elevati, la previdenza complementare italiana ha incrementato l’allocazione azionaria globale, fortemente pesata sugli indici statunitensi (S&P 500 e Nasdaq). Poiché poche grandi aziende tech rappresentano una quota enorme di tali indici, una correzione del settore IA colpirebbe direttamente i comparti dinamici/azionari e bilanciati.

[1] In inglese bid-ask spread è la differenza tra il prezzo massimo che un acquirente è disposto a pagare per un titolo (denaro o bid) e il prezzo minimo a cui un venditore è disposto a venderlo (lettera o ask)

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 58 di Novembre – Dicembre 2026: “Né artificiale, né intelligente”

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