La competizione globale Usa-Cina sull’IA

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Foto di lhon karwan su Unsplash

di Davide Clementi (Ricercatore post dottorato in Legge – Università di Leyden)

 

Dalle pagine del New York Times, Bernie Sanders ha proposto di trasferire al pubblico metà delle grandi imprese statunitensi di intelligenza artificiale (IA): un prelievo una tantum del 50% pagato in azioni, confluito in un Fondo sovrano con diritti di voto e seggi nei consigli di amministrazione.

Secondo Sanders, questi sistemi sono addestrati su libri, codici, giornalismo e conversazioni prodotti da tutti, e la ricchezza che generano non dovrebbe restare a pochi. Pochi giorni dopo Donald Trump ha parlato di una possibile partnership con i cittadini e Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha chiesto di incontrare Sanders per dirsi favorevole a una quota pubblica, ma non al 50%.

Quando un senatore socialdemocratico e il capo della principale impresa del settore si trovano d’accordo, conviene guardare i bilanci. Secondo le stime di Goldman Sachs, entro luglio 2026 le imprese del settore avevano emesso quasi 500 miliardi di dollari di debito legato all’IA. Ad agosto 2026 Nvidia, che vende i processori su cui gira quasi tutta l’impalcatura fisica dell’IA, ha annunciato con Apollo, BlackRock, Blackstone e altri Fondi d’investimento piattaforme per raccogliere oltre 500 miliardi di capitale di terzi da investire in centri di calcolo che useranno i suoi stessi chip.

In queste condizioni una partecipazione pubblica rischia di diventare il modo più elegante per socializzare le perdite di una scommessa finanziaria.

Prima di chiedere, allora, chi possiede la tecnologia (indiscutibilmente, negli States, i potentati tecnologici della Silicon Valley) bisogna chiedere chi decide a che cosa serve tale ennesima frontiera dello sviluppo umano.

Su questo la Cina offre un termine di confronto che in Occidente si preferisce non guardare.

 

Una Cina senza regole?

Il luogo comune molto ‘atlantocentrico’ vuole che la Cina innovi perché non regola, o che regoli soltanto per ‘sorvegliare’ e ‘punire’.

La lettura delle regole, nella Repubblica Popolare, ci restituisce però un quadro diverso: tra il 2022 e il 2025 Pechino ha adottato norme sugli algoritmi di raccomandazione, sui contenuti audio e video manipolati, sui servizi di IA generativa e sull’etichettatura obbligatoria dei contenuti sintetici.

Un servizio generativo aperto al pubblico va registrato nell’Amministrazione del ciberspazio, l’Autorità cinese per internet, prima del lancio: a marzo 2025 i servizi registrati erano 346. Dal 1° gennaio 2026 la legge sulla cibersicurezza contiene un articolo che mette insieme il sostegno alla ricerca, ai dati di addestramento e alla potenza di calcolo con il monitoraggio dei rischi e la vigilanza. A maggio 2026 il Piano legislativo del Governo popolare centrale ha chiesto di accelerare nell’adozione di una legge organica sull’IA.

Il metodo è diverso da quello europeo.

Invece di un regolamento orizzontale come quello dell’Unione europea (l’AI Act), che classifica i sistemi per livello di rischio, la Cina interviene per singole applicazioni, con norme che gli stessi documenti ufficiali vogliono «piccole, rapide e agili», e le corregge strada facendo.

Non tutto questo serve, direttamente, il singolo cittadino: le misure del 2023 impongono che i contenuti generati rispettino i «valori socialisti fondamentali», un ‘mantra’ nella recente tecnica legislativa cinese, e il controllo dell’informazione fa parte del disegno esplicito entro cui i media si muovono al di là della Grande Muraglia.

Chi sostiene che le regole soffocano l’innovazione deve però spiegare come, sotto queste regole, i modelli cinesi siano diventati tra i più usati al mondo.

 

Campioni nazionali, ma su mandato (celeste)

La politica industriale cinese sull’IA parte da un piano del Consiglio di Stato del luglio 2017, che si proponeva di fare del paese un centro di innovazione di primo piano mondiale entro il 2030.

A novembre dello stesso anno, il ministero della Scienza e della tecnologia ha affidato a quattro grandi imprese altrettante piattaforme nazionali: la guida autonoma a Baidu, la gestione urbana ad Alibaba Cloud, l’analisi delle immagini mediche a Tencent, il riconoscimento vocale a iFlytek. Nel 2019 le piattaforme erano quindici, da Huawei a Xiaomi.

Lo Stato non sceglie un solo vincitore: distribuisce i campi e chiede in cambio che le piattaforme aprano strumenti e servizi alle piccole imprese e agli sviluppatori.

Il capitale, poi, resta comunque subordinato agli indirizzi generali di programmazione.

Come noto, nel novembre 2020 le autorità hanno sospeso la quotazione in borsa di Ant Group, società finanziaria del gruppo Alibaba, e nell’aprile 2021 hanno inflitto ad Alibaba una sanzione antitrust di 18,2 miliardi di yuan, in nome della lotta all’«espansione disordinata del capitale».

Per le grandi piattaforme, la crescita è benvenuta finché resta dentro gli obiettivi fissati dalla politica.

Quegli obiettivi oggi includono il lavoro.

Il piano ”IA+” del Consiglio di Stato, dell’agosto 2025, chiede di valutare il rischio occupazionale delle applicazioni e di orientare le risorse verso gli usi che creano posti di lavoro.

A luglio 2026 il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale, con altre tre amministrazioni, ha chiesto di costruire un sistema di valutazione dell’impatto dell’IA sull’occupazione.

Sono indirizzi, non diritti che un lavoratore può far valere immediatamente in giudizio, ma dicono come, nelle intenzioni dello Stato, venga deciso il ritmo dell’automazione.

 

Il codice aperto come scelta politica

Nel gennaio 2025 DeepSeek, laboratorio nato da un fondo d’investimento di Hangzhou e assente dalla lista dei campioni nazionali, ha pubblicato il modello ‘R1’ con una delle licenze più permissive che esistano: chiunque può scaricarlo, modificarlo e farlo girare sui propri computer.

Il giorno dell’uscita il suo fondatore sedeva a un incontro con il primo ministro Li Qiang. Alibaba ha fatto lo stesso con la famiglia Qwen, poi quasi tutti i laboratori cinesi, e il piano ”IA+” ha messo il codice aperto tra gli otto pilastri dello sviluppo del settore.

Il risultato si vede nei dati d’uso.

Su OpenRouter, la piattaforma che smista le richieste degli sviluppatori verso centinaia di modelli, all’inizio del 2026 i modelli cinesi hanno superato per la prima volta quelli statunitensi per volume settimanale; a settembre 2026, secondo i dati forniti all’emittente statunitense CNBC, ne pesavano tra il 57 e il 67%.

Contano i prezzi, molto più bassi, e la possibilità di usare i modelli senza passare dai server di chi li ha prodotti.

Quasi sempre si tratta di modelli ”a pesi aperti“: si rilascia il sistema addestrato, non i dati né il codice con cui è stato costruito. E c’è un calcolo commerciale, perché chi regala il modello vende poi potenza di calcolo e servizi.

Resta che questa scelta toglie terreno alla rendita su cui si reggono le valutazioni dei laboratori statunitensi, cioè l’accesso a pagamento a sistemi chiusi, e restituisce in parte alla collettività un bene costruito sul sapere di tutti.

 

Roma e Hangzhou

Il 19 novembre 2025 il Tribunale di Roma (sentenza n. 9135) ha giudicato legittimo il licenziamento di un grafico da parte di un’azienda di sicurezza informatica. La sua posizione era stata soppressa in una riorganizzazione e, in giudizio, un testimone ha spiegato che le attività grafiche erano state riassorbite «anche con il supporto dell’intelligenza artificiale». L’IA non era il motivo formale del recesso, e al giudice è bastato verificare che non esistessero altri posti a cui ricollocare il lavoratore.

È l’esito coerente con il diritto vigente: dal 2016 la Cassazione ammette il licenziamento per motivo oggettivo anche quando la riorganizzazione serve soltanto ad aumentare la redditività, perché la scelta organizzativa dell’impresa non si discute.

La legge italiana sull’IA, in vigore dal 10 ottobre 2025, afferma che l’intelligenza artificiale vada usata per migliorare le condizioni di lavoro, ma non tocca le regole sul licenziamento.

Il 28 aprile 2026 la Corte intermedia del popolo di Hangzhou ha pubblicato una decisione di segno radicalmente opposta.

Un dipendente d’una azienda cinese verificava le risposte prodotte da grandi modelli linguistici e guadagnava 25.000 yuan al mese; quando l’azienda ha affidato il suo lavoro all’IA, gli ha offerto un posto inferiore a 15.000 yuan e, al suo rifiuto, lo ha licenziato. Arbitrato, tribunale distrettuale e Corte d’appello hanno dato ragione al lavoratore.

La legge cinese sul contratto di lavoro consente il recesso per un «mutamento rilevante delle circostanze oggettive», come un trasferimento o una fusione: adottare l’IA, ha detto la Corte, è una scelta strategica dell’impresa, non una circostanza oggettiva che la scioglie dal contratto e che non può, in ogni caso, ricadere sul lavoratore.

I due giudici partono dalla stessa premessa: automatizzare è una libera scelta dell’impresa. A Roma questo la rende insindacabile, a Hangzhou la rende un rischio che l’impresa deve sopportare, sovvertendo chi paga il costo dell’innovazione.

 

Chi decide a che cosa serve

Il modello cinese non va ‘per forza’ idealizzato o ricalcato alle nostre latitudini. Le tutele arrivano dall’alto, e se dall’alto si decide altrimenti non esiste un contropotere organizzato tanto forte da sovvertire la decisione intrapresa.

Il caso di Hangzhou è un ’caso tipico‘, scelto dalla Corte per orientare giudici e imprese, segnalando una linea politica intrapresa almeno a livello locale. Lo stesso vale per i fattorini: da gennaio 2026 un elenco di pratiche algoritmiche vietate ha spinto Meituan, la principale piattaforma di consegne, e le concorrenti a limitare gli ordini simultanei, abolire quasi del tutto le multe per i ritardi e introdurre disconnessioni forzate contro l’overwork, ma a maggio 2026 l’autorità stessa denunciava piattaforme che si adeguavano solo in parte.

Il confronto serve però a smontare un argomento che in Europa si ripete da anni: che regolare significhi restare indietro.

Mentre Pechino scriveva regole per le piattaforme, l’Unione europea ha rinviato a dicembre 2027, in nome della semplificazione, gli obblighi del proprio regolamento sui sistemi ad alto rischio, compresi quelli usati per assumere e gestire i lavoratori.

La Cina mostra che regolazione e innovazione possono procedere insieme a una condizione: che lo Stato decida a che cosa deve servire la tecnologia, invece di limitarsi a comprarne le azioni. Per chi vuole un’innovazione al servizio del lavoro, resta da capire come imporre quella decisione con gli strumenti che in Cina mancano.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 58 di Novembre – Dicembre 2026: “Né intelligente, né artificiale”

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