Fantasmi al G8. A Sapporo un vertice iper-blindato

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di Pio d’Emilia

Giappone, a migliaia in piazza contro gli otto grandi. Oggi comincia il summit, ma senza no global stranieri, costretti dal governo a lasciare l’isola. L’imperatore non riceve Berlusconi, che si consola col suo vecchio amico Koizumi

«Questo è un raduno pacifico, quel gruppo che sta distribuendo i suoi volantini è un gruppo violento che non c’entra nulla con noi e che non dovrebbe neanche essere qui, visto che il parco l’abbiamo affittato noi». Affittato? Già, affittato. Piazze e soprattutto parchi in Giappone non si «occupano» e tantomeno «concedono». Si affittano. Ed il parco Odoriko, una striscia di 2 chilometri che taglia il centro di Sapporo e che le autorità avevano deciso di chiudere durante i giorni del vertice per motivi di sicurezza, è stato riaperto dalle stesse autorità dopo un lunga trattativa con il comitato organizzatore, che ha pagato la «concessione» e dunque può farci e farne ciò che vuole.

I temuti Kakumaru, epigoni del settarismo più oltranzista della sinistra giapponese, responsabili di omicidi e pestaggi negli anni ’70 vengono tenuti a distanza. Oggi hanno cambiato linea, vorrebbero unirsi alla manifestazione e al corteo, ma nessuno li vuole. Loro si piazzano in mezzo alla strada,con i loro megafoni e i loro slogan appena un po’ più duri di quelli del coordinamento. La polizia, presente in forze (oltre 50 mila) potrebbe spazzarli via in un baleno, per il solo fatto che bloccano la circolazione, che in Giappone è un reato gravissimo e un’ossessione delle forze dell’ordine. Masao Adachi, regista militante, ex membro dell’Armata Rossa commenta, sprezzante: «Li lasciano fare perché la loro presenza funge da disincentivante per la gente comune. I cittadini passano, vedono la scritta Kakumaru, sentono i loro slogan e scappa via. La polizia non è mica scema, da noi. Mentre la nostra sinistra sì».

Comincia male la giornata dedicata all’orgoglio no-global, la vigilia del G8 che un copione meticolosamente concordato con le autorità concede al variopinto e più o meno incazzato «popolo di Seattle». Il parco è pieno, e ci sono moltissimi stranieri: 20.000 persone, dicono gli organizzatori, la metà, secondo la polizia. Comunque tanti, una «moltitudine» che in Giappone non si vedeva da anni. Gli stranieri sono arrivati alla spicciolata, molti dopo aver subito ore e ore di interrogatori serrati (ma civili)da parte delle autorità d’immigrazione giapponesi. La parola d’ordine era: teniamoli fuori. O al massimo concediamo un visto ridotto.

A quasi tutti, compresi gli anarcosindacalisti della Cnt e i temuti «black block» è stato alla fine concesso di sbarcare nel Sol Levante. Ma solo fino a oggi, per partecipare alla manifestazione. Da domani l’isola di Hokkaido, che i giapponesi hanno a suo tempo sottratto al pacifico e inerme popolo Ainu, deve essere sgombra da ogni «minaccia» e liberamente percorribile dai cortei ufficiali del caravanserraglio del G8. L’intera isola è sotto assedio ma l’unico incidente di rilievo – terminato con l’arresto di tre anarchici locali – è stato infatti quello provocato da alcuni poliziotti che evidentemente sotto la solita, idiota pressione di chi li comanda, ha preteso che un pulmino sul quale cantavano e ballavano gli anarchici rispettasse le regole del codice della strada: solo due persone nell’abitacolo. Loro erano in tre, a dall’interno, per un po’ facevano il verso alla polizia.

Ad un certo punto i nervi sono saltati e decine di poliziotti hanno circondato il veicolo prendendo a mazzate finestrini e parabrezza. Tre arresti, qualche contuso (tra i quali un giornalista e un cameraman)e un po’ di excitement per i mass media di tutto il mondo, sino a quel momento rimasti all’asciutto di immagini violente.

Nulla di irreparabile, per carità, i rapporti di forza sono quelli che sono e i giapponesi hanno rinunciato ormai da molti anni a «confrontarsi» con la polizia. Che dal canto suo punta più sulla prevenzione e l’imponenza che sulla repressione.

Nel frattempo, mentre i no global ripiegano striscioni e bandiere, cominciano ad arrivare i vip. Per ora è arrivato solo Berlusconi, che dopo essere passato alla storia per aver dato «buca» all’imperatore qualche anno fa, quando cancellò la sua visita ufficiale, da mesi programmata, il giorno prima, ha tentato inutilmente di farsi ricevere da Sua Maestà ma si è dovuto accontentare di andare a pranzo con Jinichiro Koizumi, l’ex premier giapponese con il quale mantiene, a suo dire, una grande ammirazione e un’amicizia personale. Per gli incontri ufficiali, per il problemi che affliggono il mondo, tutto è rimandato a lunedì. Tanto è già deciso. Non si deciderà nulla. I grandi hanno capito che sono troppo piccini per fermare l’apocalisse.

E allora, che fare con il G8? Abolirlo? Allargarlo? E a chi? «Non è questione di allargamento – commenta Michael Hardt, coautore assieme a Toni Negri di «Impero» e «Moltitudini» – è che questi signori non contano più granché e questi incontri non hanno alcun senso, se non quello di offendere la vecchia e nuova povertà. Il Giappone, che presiede il vertice proprio nel momento di minore visibilità e di declino della sua immagine internazionale, ha speso 60 miliardi di yen, oltre 400 milioni di euro, per questo incontro sul cucuzzolo di un vulcano,sei volte di più di quanto spersero gli inglesi nel 2005 a Gleeneagles e 20 milioni di euro di meno di quanto spesero nel 2000 a Okinawa, quando capi di stato e di governo, ma anche giornalisti e addetti vari, vennero trattati con champagne, caviale e fois gras. Una cifra spaventosa, con la quale, hanno ricordato oggi alcuni cartelli, si sarebbero potuti costruire 50 ospedali e altrettante scuole. In Giappone. Figuriamoci in Sudan.

su Il Manifesto del 06/07/2008

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