Ancora debito

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di Marco Bertorello

Nella copertina dell’Economist di questa settimana è raffigurato un mondo schiacciato dal debito e dalle sue esenzioni fiscali, il titolo che campeggia è La grande distorsione, una distorsione che costituisce «una pericolosa crepa al cuore dell’economia mondiale».

L’autorevole rivista torna a riflettere (e a mettere in guardia) sugli attuali limiti sistemici, sul debito in tutte le sue varianti, ma in particolare su quello privato e sulle agevolazioni fiscali di cui gode. Una forma «assurda di sovvenzione» che incentiva la creazione di ulteriore debito. Un connubio che non solo genera maggiori diseguaglianze, ma addirittura per l’Economist costituisce un fattore di ostacolo all’efficienza del sistema, favorendo oltremodo la patrimonializzazione della ricchezza, anziché investimenti produttivi capaci di creare valore.

Insomma la rivista inglese parrebbe avanzare una critica all’impalcatura su cui si fonda l’attuale meccanismo economico globale. Una critica che proviene dall’interno dell’establisment tanto che sottolinea come tali agevolazioni non siano fornite ai più generali investimenti finanziari oppure come nell’eurozona i costi del debito sovrano superino quelli della difesa. Un settore implicitamente ritenuto capace di creare direttamente valore economico oltre che geo-politico.

Ma proprio per la fonte da cui proviene appare un campanello d’allarme significativo. Ciò che preoccupa l’Economist non è il debito in sé, il quale è ritenuto uno degli strumenti cruciali dell’economia contemporanea, ma il suo costante crescere in termini assoluti e in relazione al Pil. Al di sopra di una certa soglia il debito viene considerato un problema e gli incentivi per aumentarlo sono ritenuti pericolosi. Non si parla, dunque, della quantità di debito sovrano, che attraverso una logica dei vasi comunicanti ha assorbito una quota rilevante di debiti privati nei paesi più ricchi, in particolare dove è esplosa la crisi, ma del debito in termini complessivi.

Una ricerca uscita a febbraio di McKinsey riguardante il periodo 2007-2014 ha sostenuto come, a fronte della crisi finanziaria, siano state contraddette le attese di una riduzione del debito globale, il quale è aumentato di ben 57.000 miliardi di dollari, passando dal 270 al 286% del Pil. In questo arco di tempo nei paesi più sviluppati è stato ridotto il debito privato e dei cittadini, mentre è cresciuto quello pubblico, mentre i debiti complessivi sul Pil sono cresciuti soprattutto nei paesi emergenti. In termini assoluti le cifre restano ancora lontane, le quote di debito dei paesi occidentali costituiscono la fetta più grande della torta, ma è significativo che la Cina, paese considerato la fabbrica del mondo e dunque ben ancorato all’economia reale, abbia quadruplicato il proprio debito, che è passato da 7.000 miliardi nel 2007 a 28.000 nel 2014, finendo per rappresentare il 282% del Pil. Con ritmi di indebitamento paragonabili a quelli di Grecia e Spagna.

Che anche l’economia reale sia ingolfata dai debiti lo dimostra il fatto che dall’esplosione della crisi l’indebitamento dei settori non finanziari (Stati, cittadini e imprese) sia cresciuto relativamente al Pil in 42 delle 47 più grandi economie del pianeta. La crisi è esplosa nella sfera finanziaria, ma i mali sono ben più profondi. La logica del debito ha superato i confini della finanza creativa, divenendo il fattore che fa crescere, seppur sempre più limitatamente, l’intera economia. L’accelerazione dei livelli di indebitamento dei paesi emergenti e il loro bruciare le tappe lungo la scala dello sviluppo del capitalismo contemporaneo ci parlano non solo di come l’economia finanziaria sia fragile, ma anche di come le sue logiche siano diventate inesorabili per tutti i settori dell’economia di mercato a qualsiasi latitudine.

Articolo del Manifesto del 23 maggio 2015, rubrica Nuova Finanza Pubblica

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