Verso il SOCIAL FORUM USA 2007

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L’altra America dell’attivismo “black and brown”

di Laura Corradi, da Carta

Se un altro mondo e’ possible, deve esserlo anghe per gli Usa. Il movimento dei social forum muove i suoi primi passi anche nel cuore dell’impero: dal 15 al 19 giugno si e’ tenuto a Durham, North Carolina, il Social Forum del Sud-est degli Stati Uniti, (Alabama, Mississipi, Louisiana, Florida, Kentucky, Georgia, Nord e Sud Carolina, Washington, Virginia, Tennessee). È la regione più povera degli Usa, a prevalenza afroamericana e gente di colore, contadini e disoccupati, rifugiati di New Orleans e immigrati.

Un evento storico – come recita il documento di indizione: in vista del Social Forum USA che si terra’ il prossimo anno ad Atlanta, dal 27 giugno al 1 luglio, dopo il successo del Social Forum di Houston, in preparazione di una grande iniziativa di raccolta fondi a New York per finanziare l’iniziativa nazionale, si è mosso il sudest con un successo inaspettato: gli organizzatori aspettavano 200-300 delegati e delegate, auspicando di arrivare a 400. Ma sono state 450 le persone iscritte il primo giorno, altre 100 iscritte il secondo giorno, che hanno pagato una quota per la partecipazione, rappresentando una associazione di base – e molte più persone hanno transitato nell’evento: studenti, popolazione locale, osservatori, mediattivisti.

Il primo giorno, mentre le registrazioni proseguivano ordinatamente, è iniziato il “radical film festival” – con molti contributi documentari: dall’invasione dell’Iraq al lavoro schiavile in Sierra Leone per i cartelli internazionali diamantiferi – dalla rivoluzione bolivariana in Venezuela alle mobilitazioni contro la povertà crescente negli Stati Uniti, dal boicottaggio della grande catena Wal-Mart alle immagini del MinuteKlan, i vigilantes del confine col Messico, che sparano ai migranti – proprio come un sindaco veneto aveva auspicato, non troppo tempo fa.

Lo Youth Social Forum del Sud-est ha inoltre organizzato una festa per attrarre la gioventù locale e per creare uno spazio specifico, dove le voci delle persone giovanissime possano avere ascolto all’interno dell’evento, sottolineando la necessità di affrontare in ogni area tematica i bisogni di chi sta crescendo in una società che anestetizza la mente – si parla di centinaia di migliaia di bambini e bambine statunitensi “in cura” con psicofarmaci ansiolitici e tranquillanti mentre si sviluppano una serie di sindromi connesse a una alienante iperprotezione parentale – tra cui il nature-deficit disorder: i genitori tendono a tenere in casa i bambini: che facciano quello che vogliono, purche’ stiano lontani dalla strada, percepita come il maggiore pericolo. Questo aumenta l’abuso infantile ed adolescenziale di tecnologia (televisione, walkman, playstation, computer, cellulare) che è visibile ed impressionante ovunque. Tale sovraesposizione è percepita come concausa deicrescenti problemi nell’attenzione e nel rendimento scolastico: la società americana prepara una generazione “videolesa”, di futuri produttori-consumatori acritici e di soldati. Contro questo stato di cose si sono mobilitati anche i giovanissimi, con iniziative mirate alla decostruzione attiva dell’individualismo e dell’isolamento.

L’organizzazione dell’evento e’ davvero americana: pasti distribuiti in scatole predisposte per tipo di dieta, kindergarten per l’infanzia dalla mattina alla sera con giochi di pedagogia critica (l’hanno chiamato il social forum dei bambini), trasporto con navetta disponibile e puntuale, ogni tipo di supporto telematico, molto spazio e pulizia, tutto all’insegna dell’efficenza – persino un “comitato di ascolto” di attivisti/e che raccolgono lamentele e suggerimenti. Le donazioni – in piccole banconote, hanno superato i 14.000 dollari: l’evento si è completamente autofinanziato – e i primi 600 dollari sono stati messi nella cassa per il Social Forum Usa 2007.

Fino al secondo giorno la maggior parte degli interventi è stata in forma di performance, poesie a più voci sulle lotte nelle fabbriche di tabacco e nei campi, I gospel degli schiavi e le canzoni dei migranti latinos, piece teatrali delle donne contro la violenza sessuale, rap misti dei ragazzi afro-americani e asiatici-americani (storicamente appartenenti a gang diverse), le denunce delle donne di colore a cui non sono garantiti economicamente i diritti di riproduzione, il blues politico dei ghetti del sud, i rituali Yoruba, le prediche sovversive di una reverenda afro-americana, i canti internazionalisti e femministi.

Quello che mi ha colpita maggiormente sono state le urla/testimonianze dei sopravvissuti all’uragano Katrina – ed all’incuria genocida del governo – che hanno organizzato sia sessioni aperte che chiuse, per rielaborare l’esperienza del disastro e della repressione e combattere le deportazioni. Racconti di carcerati lasciati nelle celle dai secondini in fuga, mentre l’acqua saliva, di come alcuni sono riusciti a rompere le sbarre, mentre altri annegavano – racconti di giorni e notti lasciati a morire sui tetti di insolazione, senza cibo o acqua, storie di famigliari che non ce l’hanno fatta, di corpi galleggianti, di cadaveri ovunque, di animali morti – racconti dell’orrore e del terrore, l’arrivo degli uomini armati e dei veicoli di guerra, e infine l’arresto degli attivisti che portavano aiuti, accusati di saccheggio, tragico epilogo di un disastro annunciato e non evitato, in alcun modo, come documenta il recente libro di John Brown Childs “Hurricane Katrina”: tutte ledecisioni del governo sono andate nella direzione di risparmiare denaro nelle aree povere, anche di fronte a rischi gravi ed imminenti.

“Noi siamo la leadership che aspettavamo”

La grande maggioranza delle persone registrate nel social forum sono afroamericane, il resto e’ di origine latina – con una piccola presenza asiaticoamericana e native-american. i bianchi sono circa una trentina, quasi tutti con funzioni di corvee: una restituzione dovuta, un segno tangibile che la musica sta cambiando.

Il forum si dipana in maniera molto sociale. L’accento è sulla espressività – non lunghi dibattiti sulle differenze politiche nel composito fronte anti-neoliberista, anti-razzista, ecologista, femminista, ma una mobilitazione intenzionale di sentimenti unitari – che prende spesso la forma di arte: un intervento può iniziare con dati sulle malattie ambientali dei contadini e terminare con un canto di lotta o una poesia dedicata alla memoria di una attivista. Gli interventi collettivi sono sempre molto più comunicativi di quelli individuali – specie in un contesto di forte individualismo culturale come quello statunitense – e comunque partecipati: anche durante le plenarie ci sono interruzioni dal pubblico, intromissioni sul palco, cori a commento, nella migliore tradizione afroamericana. Partire da sé è una delle caratteristiche di questa modalità di intervento che si rappresenta come art-making e veicola contenuti politici in maniera indelebile. Questo stile definisce ilsetting, il tono dell’evento anche nelle giornate successive, quando le sessioni monotematiche si succedono e si intersecano.

Cosi’ la power analysis si mescola alle testimonianze delle vittime di atti di razzismo sul posto di lavoro, i workshops di educazione popolare per i diritti sociali si nutrono dell’esperienza dei senza casa che chiedono “rent” (affitto) nelle loro magliette verdi; i seminari di salute ambientale traducono gli studi degli scienziati responsabili in strumenti per i contadini in lotta contro i pesticidi e per gli attivisti contro il buco nell’ozono, i grafici sul muro che rappresentano le voci di spesa del governo raccolgono alla rabbia dei disoccupati che hanno organizzato “coalizioni contro la fame” perché nel paese più ricco e più aggressivo del mondo c’è chi non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena – mentre le richieste di rispetto dei gay di colore incontra le lacrime delle madri dei soldati; gli interventi dei veterani contro la Guerra, la solidarietà con i palestinesi “il loro sangue pesa sulla testa di ogni cittadino degli Stati uniti, anche su di noi”.

“Gli Usa sono un territorio occupato”

Gli Usa sono sempre stati occupati militarmente – dall’invasione dei colonizzatori, a quella degli schiavisti, dal segregazionismo del passato all’apharteid delle reserve indiane, allo stato di polizia che vige nei quartieri neri. Un territorio occupato, gli Usa, non solo simbolicamente: i corpi degli indigeni di questa parte del mondo, come quelli degli africani portati qui in catene, come quelli di coloro che hanno scelto di migrare, sono storicamente corpi occupati dal lavoro, espropriati di identità e cultura di appartenenza, ridotti a forza produttiva più o meno spendibile.

Una sessione plenaria particolarmente attesa mette insieme violenza domestica e guerra, lo stupro della natura e quello delle donne, l’invasione militare e quella culturale – con partecipazioni di gruppi che non hanno mai dialogato fra di loro: femministe, ex-soldati, ambientalisti, associazioni di uomini contro la violenza e leader afroamericane – è da queste che arriva la richiesta di combattere l’occupazione interna, l’occupazione dei nostri corpi, del nostro spazio e del nostro tempo – sul piano politico ed economico. L’attivismo si è confrontato sulle strategie da mettere in atto contro un governo che strappa ogni settimana nove acri di terra ai contadini neri, con una versatile politica del debito a lungo sperimentata nel terzo mondo – che non protegge la salute dei lavoratori, che non garantisce diritto alla diagnosi ed alla cura a chi non può pagare, in un paese dove chi ha un lavoro lo può perdere senza giusta causa, ed ha solo otto giorni all’anno di ferie.

Questa occupazione della vita quotidiana è sentita come insopportabile – come rapina della volontà e della libertà- e rappresenta l’occupazione più pericolosa, quella delle nostre menti con ideologie di scarsità e competizione, con la legge del più forte, con la costruzione sociale della paura dell’altro, con la legittimazione dell’avidità, con l’individualismo, la supremazia maschile, i valori patriarcali. Non si può aspettare la rivoluzione mentre si condividono i privilegi – e bisogna cominciare da subito. Today is the day.

Laura Corradi, Carta, 30 giugno 2006

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