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di Valerio Renzi (giornalista)
Le elezioni europee del 2024 hanno determinato uno spostamento a destra dell’Europarlamento. Ma cosa vuol dire questo in concreto?
Prima di tutto una cosa banale: non sono mai stati così tanti gli iscritti nei gruppi delle destre più o meno estreme. E questo comporta che i loro voti sono sempre più significativi.
Destre al plurale perché ci sono tre gruppi oggi che siedono da quel lato dell’emiciclo parlamentare.
L’Europa delle Nazioni Sovrane, dove la forza più nota sono i tedeschi di Alternative für Deutschland (AfD), conta 27 europarlamentari. La seconda forza sono i Patrioti per l’Europa (86 seggi), dove siede la Lega, Fidesz di Viktor Orban e le due forze in ascesa dell’estrema destra europea che si candidano prossimamente a governare in casa propria: il Rassemblement National (RN), con il suo leader Jordan Bardella che presiede il gruppo, e Vox. C’è poi il Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, dove comandano i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, e che svolge il ruolo di ponte con il Partito Popolare Europeo (PPE).
La forza delle destre è stata determinata all’ultima tornata elettorale non solo dalla tradizionale consistenza nel cosiddetto blocco di Visegrad dell’area ex socialista, ma anche dalla crescita dell’estrema destra nell’Europa occidentale.
Il primo effetto del nuovo corso è la possibilità per la maggioranza di Ursula von der Leyen di attuare una politica dei due forni, per usare un’immagine della politica italiana di altri tempi, ovvero lo spazio di manovra per i Popolari di utilizzare i voti delle destre facendo a meno dei voti dei Socialisti a seconda dell’occasione. Anche quando questo non avviene in maniera diretta, basta la possibilità che questo avvenga per spingere in aula e nelle commissioni gli equilibri a destra, portando ogni progetto anche solo blandamente progressista verso un continuo compromesso a destra e al ribasso.
Il primo risultato evidente è l’affossamento del Green New Deal, che ricordiamo prevede il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. In concreto, Popolari e destre stanno svuotando dall’interno il Piano, rallentando la decarbonizzazione, tutelando gli interessi delle industrie emissive (dall’auto al comparto agroalimentare), proponendo di comprare crediti di carbonio dai Paesi in via di sviluppo o piantando alberi altrove nel mondo (?) per giustificare la mancata transizione.
L’affossamento del Green New Deal va di pari passo con la fine di quello che possiamo chiamare il ’momento keynesiano‘ dell’Unione europea quando, per far fronte alla crisi innescata dalla pandemia di Covid-19, si è varato un piano di investimenti pubblici noto come NextGenerationEU.
Quella finestra si è chiusa con il perdurare della guerra in Ucraina: sappiamo come oggi l’allentamento dei vincoli su bilancio e debiti si sia tradotto nella riconversione militare di industrie e investimenti. Un fiume di denaro e finanziamenti non solo distratti dai fondi di coesione, ma diretti ai singoli eserciti nazionali e non alla costruzione di una difesa europea. Il Piano Rearm Europe si presenta così allo stesso tempo sia come una risposta a economie in crisi, sia come una scelta di posizionamento negli scenari di guerra.
E questo è l’altro punto che dà forza e spazio di manovre alle destre a Bruxelles: l’allineamento con i Popolari e i Liberali sulla militarizzazione dell’economia e il sostegno a Israele nelle sue politiche genocidiarie. L’utilizzo spregiudicato del doppio standard e il suprematismo occidentale sono il terreno di incontro tra le destra e il centro della maggioranza Ursula.
Teniamo sempre conto che quanto accade tra Bruxelles e Strasburgo è spesso determinato per i singoli partiti più dalla politica interna che dallo sviluppo di una coerente politica continentale. Non sbaglieremmo dunque a non pensare le destre a Bruxelles come un monolite. Già abbiamo descritto come si tratti di uno schieramento diviso in tre distinti gruppi, e dove all’interno di ogni gruppo la disomogeneità di vedute su questioni decisamente importanti (come il rapporto con la Russia) è evidente, ma ciò non toglie che le destre a Bruxelles come nel resto dell’Occidente globale, lavorino a un’agenda condivisa che passa per l’attacco ai diritti civili, il rifiuto di ogni politica di riconversione ecologica, la stretta nazionalista e la tutela delle frontiere, la guerra come orizzonte di governo delle controversie internazionale.
Se, come detto, le dinamiche politiche interne sono influenti, è anche vero che più le destre diventano partner della governance continentale, più diventa plausibile per Liberali e Popolari pensare di stringerci alleanze di governo a livello nazionale, gioco forza anche per la consistenza elettorale di queste forze. In questo senso il governo italiano e la presidenza del Consiglio di Giorgia Meloni è un vero e proprio apripista, che potrebbe aprire la strada a un accordo a livello nazionale tra il Partito Popolare (PP) e Vox in Spagna, e avvicinare il Rassemblement National al governo, e magari rompere il tabù delle alleanze a livello locale tra AfD e la CDU.
Sta dunque accadendo ciò che forse non ci saremmo aspettati fino a qualche mese fa: il vero laboratorio dell’incontro tra centro, liberali e destre estreme potrebbe essere proprio Bruxelles, in cui queste ultime si stanno mostrando affidabili per garantire i piani di riarmo e la disarticolazione di ogni politica redistributiva e di coesione.
Il solito business, insomma, garantito non solo dai paletti di bilancio, ma anche dall’aggressività razzista e militarista.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte”

