Napoli, un debito fuori dal Comune

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opuscolo audit civico 11

 

Pratiche di partecipazione per un audit sul debito
di Vincenzo Benessere (Attac Napoli)

Le politiche dei tagli agli enti locali, la follia del patto di stabilità (interno)/fiscal compact, sistemi di credito “usurai” (dovuti alla privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti e all’introduzione degli strumenti di finanza derivata), rendono sempre più difficile il finanziamento delle politiche sociali e abitative, interventi di riqualificazione e bonifica ambientale, finanziamenti ai servizi pubblici locali, trasformando i Comuni da “erogatori di servizi” a enti territoriali di controllo sociale.
Sempre più si investe in sistemi securitari per “batter cassa” anziché intervenire sul disagio sociale e sulle problematiche territoriali. La svendita del patrimonio pubblico e la messa sul mercato dei beni comuni, a vantaggio di pochi interessi privati, sono accettate silentemente dagli amministratori locali e sembrano essere l’unica strada per raccattare quattro spiccioli. Questo ciclo devastante di politiche di austerità svilisce il ruolo democratico degli Enti locali che dovrebbero intercettare e rappresentare le istanze della comunità che rappresenta (o dovrebbe rappresentare).

Ecco perché riteniamo necessario un dibattito pubblico sulle finanze del Comune di Napoli con un processo di auditoria (indagine, controllo e verifica) pubblica e partecipata.
Il processo di auditoria non deve essere cronologicamente dettato da una commissione interna nominata dall’amministrazione, bensì i gruppi di audit devono essere indipendenti dal potere politico e sotto controllo popolare. Bisogna invece che l’amministrazione proceda con la nomina di una commissione di facilitatori (“Commissione Trasparenza”) che renda disponibile tutta la documentazione relativa alla situazione economica e patrimoniale (bilanci e altri documenti previsionali, rendiconti, situazione debitoria, ecc.) del Comune di Napoli e delle aziende partecipate, in forme che siano leggibili ed analizzabili da parte di un/una cittadino/a di media cultura; contemporaneamente saranno i cittadini tramite processo assembleare ad individuare i componenti della commissione di audit sul debito, il cui percorso, come indicato in precedenza,  sarà totalmente sotto controllo dei cittadini stessi.
Un punto strategico focale nella comprensione del meccanismo di pressione delle economie neo-libertiste sugli enti locali è determinare la genesi e il meccanismo di accumulo del debito pubblico. La difficoltà consiste nel fatto che la strategia di crescita del debito (così come la sua genesi) non è comune a tutti contesti locali, anzi, questa pressione da parte delle banche di affari e di amministratori locali poco “attenti” all’interesse pubblico, è sempre mutevole e ben si insinua nelle dinamiche produttive urbane e metropolitane. In particolare, è da sottolineare l’uso sconsiderato degli strumenti di finanza derivata come gli SWAP (credit default swap) di capitale o di interesse. Attraverso la sottoscrizione di questi contratti bilaterali si fanno un po’ come delle scommesse. Si può “giocare” sull’andamento di un titolo così come sul tasso di interesse di un Bond. Ma si possono usare anche meccanismi più complessi. I famosi Credit Default Swap, i Cds, che hanno fatto tremare il mondo quando la Grecia era al default, sono scommesse sulla possibilità che un paese (o una società) faccia fallimento. I derivati non sono titoli legati all’andamento ciclico-fisiologico di una materia prima ma sono legati alla “scommessa” del suo andamento, configurandosi quindi come puri strumenti di azzardo e speculazione, pertanto strumento efficace e potente dell’azione economica neoliberista. Le cose sono andate bene fino al 2008 quando, a un certo punto, è scoppiata la bolla dei mutui sub-prime. Anche l’Italia ha partecipato al “banchetto” e, al 6 aprile 2012, si legge nella relazione della Corte dei Conti, “il numero complessivo di strumenti derivati a copertura di debito emessi dalla Repubblica italiana ammonta a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi di euro. Nessuno sa prevedere quanto peseranno in termini di perdite. La finanza “creativa” è stata di casa anche a Palazzo San Giacomo, dove a partire dal 2004 (giunta Iervolino) si sono lanciati in una serie di emissioni di titoli per ripianare i debiti e finanziare in maniera alternativa rispetto alla Cassa Depositi e Prestiti i progetti di investimento. Sulla carta le condizioni erano vantaggiose, soprattutto per i primi anni, quando questi derivati garantivano un tasso fisso inferiore a quello della Cassa. Poi, però, negli anni successivi il sistema cambiava, il tasso diventava variabile ed era agganciato all’Euribor. A Napoli ci sono ancora 700 milioni di titoli derivati che Palazzo San Giacomo prima o poi dovrà pagare. In alcuni caso le scadenze arrivano fino al 2037. E, come sottolinea la Corte dei Conti, gli accordi sono vantaggiosi per chi presta (gli istituti di credito) e poco vantaggiosi, nel medio e lungo termine, per il Comune. Uno squilibrio che già oggi avrebbe comportato una perdita consistente. Solo per i contratti stipulati nel 2005, ad esempio, la perdita sarebbe di 60 milioni. Ai quali occorre aggiungere i 23 per quelli dell’anno precedente. Ma si tratta di numeri puramente “virtuali” dal momento che il calcolo definitivo potrà essere fatto solo a consuntivo, una volta onorato il debito.

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