La sfida dell’immigrazione: smontare la fortezza Europa

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di Ricardo Gomez Muñoz (Attac-Spagna). Rivas Vaciamadrid, giugno 06

Contributo al forum sociale mondiale delle migrazioni

1. La crescita dei flussi migratori

Benché i movimenti migratori siano stati una costante lungo la storia, nel periodo attuale d’espansione del capitalismo globale, questi flussi migratori acquisiscono un’entità rilevante, nonché una portata planetaria.

Durante il secolo XIX e la prima metà di XX si è registrata una forte corrente migratoria tverso l’Europa, l’America ed altri continenti (più di 50 milioni di persone, di cui la metà si è indirizzata verso gli Stati Uniti) , da altri paesi asiatici verso il Giappone, contestualmente ai movimenti questi connessi ai processi d’industrializzazione o alle politiche demografiche locali. Ma allora il fenomeno della migrazione o lo spostamento di persone, più o meno regolato, veniva considerato un contributo, una necessità per i paesi di accoglienza.

Tale fenomeno è aumentato significativamente negli ultimi decenni, man mano che si consolidava il processo di globalizzazione e senza dubbio continuerà ad aumentare, qualora non si provvederà ad adottare le misure necessarie per ovviare al problema della povertà di zone immense del pianeta e a porre limiti a vergognose differenze di reddito tra i vari paesi.

Le ondate migratorie internazionali che si sono prodotte non rispondono ad opzioni più o meno volontarie delle popolazioni colpite, ma in molti casi costituiscono fenomeni causati da situazioni ai limiti della sopravvivenza e della lotta per l’esistenza quotidiana, che sono facilitate dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasporto internazionale. I flussi migratori continuano a rispondere alla stessa logica del sistema, ma si sono convertiti in un fenomeno coercitivo, “una valvola di sfogo, senza uscita, causata dal carattere duale di espansione/concentrazione del processo di globalizzazione capitalista, che conduce ad una concentrazione ed un accumulo ogni volta più grande in alcuni paesi, lasciando fuori dal sistema numerosi paesi e cittadini del mondo che non hanno un’altra via d’uscita se non quella dell’emigrazione (o la morte).

In accordo con gli studi resi pubblici di recente dall’ONU, il numero di emigranti nel mondo si aggira attorno ai 191 milioni di persone, che per la maggior parte (75%) si concentrano in 28 nazioni. La tendenza osservata mostra che sono sempre di più i paesi che espellono emigranti, di cui se nel 1970 rappresentavano una cifra di 29 al giorno, oggi superano i 60 (OIT); tali paesi appartengono al cosiddetto “mondo povero”. Alcuni esempi rappresentativi si riferiscono alla zona dell’Equatore e al Marocco, paesi in cui gli emigranti si dirigono verso la Spagna e l’Unione europea; a sua volta il Messico assieme a molti paesi dell’America centrale, rappresentano una grande fonte d’emigrazione verso gli Stati Uniti.

Per tutti questi paesi poveri l’emigrazione agisce come una valvola di sfogo fondamentalmente sociale ed economico, benché in alcuni casi possano sussistere ragioni di natura politica (guerre, repressioni ecc.).

2. Il fenomeno migratorio come contraddizione della globalizzazione del capitale

Una delle più grandi incongruenze della globalizzazione neo-liberale è riscontrabile nel fatto per cui le norme stesse che difendono la libertà (anche illusoria) di circolazione dei vari fattori di produzione, non sono applicate alla mobilità della forza di lavoro. Così, mentre esiste un consenso generalizzato per evitare i controlli (di frontiera) di merci, capitali e di qualsiasi tipo beni e servizi, allorché si tratta di persone (immigrati e profughi) gli stati di quello che si definisce “il primo mondo”, sono chiusi, affermando ancora una volta il loro diritto sovrano di controllare le frontiere.

In effetti, i paesi ricchi impongono forti restrizioni agli spostamenti della popolazione, mentre esiste una libertà totale di movimento per le merci, il capitale ed i servizi. In definitiva, la globalizzazione dell’economia non è accompagnata da espansione/diffusione della ricchezza e del benessere, ma al contrario costituisce un processo a carattere doppio, che piuttosto contribuisce all’aumento delle diseguaglianze tra i paesi ricchi ed i paesi poveri, così come all’aumento della marginalizzazione interna in ogni paese di vasti strati di popolazione o di zone geografiche.

Se nel 1960, prima di iniziare l’attuale processo di sviluppo del capitalismo globale, il prodotto nazionale lordo (PNL) dei 20 paesi più ricchi del mondo era 18 volte quello dei 20 paesi più poveri (Banca mondiale), nel 1995 questa proporzione era stata raddoppiata – arrivando a 37 volte – ed è aumentata attualmente fino a 52 volte, come risultato della persistenza verso questa tendenza di consolidamento del processo di globalizzazione capitalista.

Tale andamento contrasta chiaramente con diminuzioni precedenti delle differenze tra ricchi e poveri che si sono registrate tra 1950 e fino alla metà di del ‘70, un periodo di crescita stabile nell’economia mondiale.

Ma, oltre a ciò, è possibile notaare un aumento delle diseguaglianze interne in molti paesi: fra il 1980 e la fine degli anni ‘90, le diseguaglianze sono state accentuate all’interno di 48 paesi, compresi Cina e Stati Uniti.

Durante il 2000 i governi e gli stati hanno firmato la dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite e si sono accordati su 8 obiettivi di sviluppo del Millennio, come primo passo per sradicare la fame e la povertà.

Ma questi programmi, però, hanno mostrato di essere assolutamente inefficaci per risolvere il problema della povertà, poiché non affrontano le vere cause del problema. In effetti le soluzioni sono proposte come facciate e opere di beneficenza (la cosiddetta politica della carità per tranquillizzare le coscienze), non di giustizia e di uguaglianza.

Finché rimarranno questo tipo di contraddizioni ed si continuerà ad applicare la politica internazionale attuale (politiche di lotta contro la povertà azionate da NU, FMI (fondo monetario internazionale) e dal BM, politiche di cooperazione allo sviluppo), sembra certo prevedibile che questo problema non sarà risolto né a breve, né a lungo termine.

Durante questi ultimi trenta anni del capitalismo globale, si registra che la differenza di reddito e sviluppo sociale fra i paesi ricchi ed i paesi poveri è aumentata e i movimenti di popolazione sud – nord assumono sempre più una portata planetaria.

Ciò fa si che milioni di esseri umani, spinti dalla fame e alla disperazione, continueranno a dirigersi i paesi ricchi, perseguendo l’obiettivo di inserirsi in quel sistema. A seguito di questa globalizzazione, il numero di migranti è passato da 72 a 200 milioni durante gli ultimi 30 anni e, in tutti i casi, le cause sono rintracciabili in queste enormi differenze di reddito e di sviluppo sociale fra i vari paesi, causate dal controllo delle ricchezze e dalle politiche di scambio ineguale imposte ai paesi poveri dai paesi ricchi, con il risultato che i paesi ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. “La verità è che i poveri sono necessari al funzionamento del sistema”, come sostengono gli esperti in materia di strategie di sviluppo dell’università di Hadvard, poiché il mondo globalizzato è una piramide la cui base è rappresentata dalla povertà, dove quest’ultima risulta necessaria affinché tutto sia mantenuto e tutto funzioni. Questo è il cinismo che sostiene il pensiero unico néo-liberale, con la sua difesa della legge del più forte e dai relativi postulati darwinisti. Queste differenze sono causate dalla diseguaglianza internazionale nell’accesso alle risorse derivate dalla politica esercitata dai paesi più potenti: l’imposizione di leggi di scambio ineguale, l’applicazione di politiche di “aggiustamento” strutturale verso i paesi meno sviluppati e la spoliazione delle loro risorse, rappresentano tutte misure che hanno come seguito la distruzione delle basi di sostentamento della società globale (inquinamento, cambiamento climatico, accelerazione del disboscamento, esaurimento delle risorse energetiche e delle risorse minerarie, ecc.)

3. Un ritorno ai ghetti ed ai feudi medioevali per conservare la ricchezza?

Mettere paletti alla fame e chiudere chi è migrante nei campi dei rifugiati sono le misure di priorità adottate dai paesi ricchi per conservare il loro status.

Palizzate protette per conservare l’abbondanza ed il benessere dei paesi del cosiddetto “primo mondo”, triple palizzate erette alla frontiera di Melilla e Ceuta, per evitare l’emigrazione sub-sahariana e marocchina; una recinzione di 600 chilometri come frontiera tra Stati Uniti e Messico per impedire l’emigrazione messicana; un’altra “di sicurezza”, di diverse centinaia di chilometri (chiamate anche “muro della vergogna”) per impedire l’entrata dei palestinesi in territorio israeliano.

Queste sono le risposte che adottano i paesi più ricchi con la creazione dei campi di reclusione di stranieri previsti alle frontiere dell’UE o che sono già operativi nelle zone come Malta e le cui notizie sul loro funzionamento riportano storie da rabbrividire.

Allo stesso tempo, l’esistenza dei campi di concentramento di potenziali migranti costituisce una violazione dei diritti individuali che gli stessi paesi dell’Unione Europea riconoscono ai loro cittadini. Questo ritorno indietro, al Medioevo delle muraglie, non ha senso e per il momento, definisce le contraddizioni dell’espansione del sistema capitalista. Tutte queste misure fanno parte di un processo di involuzione progressivo dei paesi ricchi o potenti (da un punto di vista economico e militare) nei confronti del terzo mondo e del fenomeno dell’immigrazione.

È inammissibile che l’UE legittimi l’esistenza dei campi per stranieri al di fuori delle frontiere di Europa e continua nella sua politica di esternalizzazione delle procedure d’asilo e d’immigrazione, visto che ciò presuppone la rinuncia alle responsabilità che ricadono su di essa per ciò che concerne l’applicazione degli accordi internazionali sottoscritti dall’UE stessa.

La soluzione non è rintracciabile allora nell’erezione di recinzioni o nel potenziamento delle forze di polizia o nella costruzione di campi di reclusione. È necessario cambiare radicalmente le regole del gioco economico del mondo. Si tratta invece di difendere la politica di distribuzione equa della ricchezza, di promuovere la giustizia sociale e di far valere in questi termini, i diritti economici, sociali e culturali fra tutti i paesi e, in particolare, fra i paesi poveri del mondo.

4. Il fenomeno migratorio fa muovere l’economia mondiale

I 200 milioni di immigrati producono nel mondo una ricchezza pari a 1.67 miliardi di EURO e contribuiscono allo sviluppo del terzo mondo tre volte più di quanto facciano tutti i paesi industrializzati attraverso i loro programmi d’aiuto allo sviluppo.

I migranti sono una delle fonti principali di ricchezza di molti paesi. Con il loro lavoro, contribuiscono in modo molto significativo allo sviluppo dei paesi in cui arrivano e dei paesi da cui provengono. Gli immigrati non solo occupano i posti di lavoro meno desiderabili, ma stimolano la richiesta e lo sviluppo economico nei loro paesi di destinazione e li aiutano a finanziare i sistemi delle pensioni delle nazioni in cui è presente un alto tasso di invecchiamento della popolazione, avvantaggiando in più i paesi d’origine attraverso le rimesse.

Ciò presuppone una contraddizione nei termini in cui, mentre i paesi europei dirigono i loro sforzi verso il potenziamento della ” fortezza Europa ” per evitare che arrivino più persone, il nostro continente presenta il tasso di natalità più basso del mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Germania, in Spagna, in Svezia ed in Grecia l’indice delle nascite è sceso fino al 1.4%. A sua volta l’89% della crescita della popolazione europea è dovuta alla popolazione immigrata. Siccome soltanto il 16% della popolazione dei paesi ricchi è abile a lavorare, questi paesi hanno bisogno di manodopera e ricevono il 60% dei migranti.

Gli immigrati fanno dei lavori che la popolazione autoctona non vuole fare e di conseguenza, aumenta la domanda di beni e servizi e il pagamento delle tasse. In paesi come la Spagna o l’Italia, in cui la popolazione non cresce, i giovani operai provenienti dall’estero aiutano a mantenere il sistema delle pensioni.

Di conseguenza, gli immigrati non sono solo manodopera ma producono anche ricchezza: sotto forma di tasse (1.67 miliardi a livello mondiale, più di 56 milioni in Europa). Ogni anno essi inviano alle loro famiglie ovunque nel mondo 125.000 milioni di euro, aiutando a rinforzare le economie dei paesi con meno risorse. Così, sono circa tra 2.5 e quattro milioni di persone che, secondo stime effettuate dalla Commissione europea, vivono in situazioni illegali, essi potrebbero contribuire ad una maggiore crescita qaulora fossero riconosciuti come cittadini legali.

Studi recenti mettono in evidenza i benefici che produce l’immigrazione in paesi , che prima erano d’emigrazione (l’Irlanda, la Spagna, la repubblica della Corea o il Cile, tra l’altro) e che in seguito al fenomeno migratorio hanno sperimentato un significativo sviluppo che rappresenta un fattore attrattivo per i migranti.

Tuttavia gli sforzi degli stati saranno diretti a fermarli e, al più a inserirli nel mercato del lavoro precario quando non illegale, come è avvenuto in alcuni settori come quello dell’edilizia e del lavoro domestico. Alcune volte l’emigrazione assume l’integrazione sociale, politica e di cittadini quale misura per evitare i conflitti sociali che abbiamo avuto occasione di vedere recentemente in paesi come la Francia o la Gran Bretagna. Con la presenza di mercati del lavoro precari e con sistemi sociali in crisi, la paura e l’odio tra popolazione residente e immigrati cresce.

5. La Spagna, l’Europa e il Piano europeo per l’immigrazione

Secondo dati dell’indagine sulla popolazione attiva (EPA), il numero di lavoratori stranieri registrati in Spagna raggiunge ora i 3.5 milioni, 8% del totale, quando soltanto cinque anni fa rappresentava appena l’1,3%. Quest’aumento di popolazione è stato talmente notevole durante gli ultimi tre anni (una media annuale di 600.000 migranti), da superare tutte le previsioni precedentemente effettuate, che stimavano solo 35.000 di migranti all’anno, stravolgendo tutte le statistiche del mercato del lavoro. Il problema della pressione migratoria inizia a sconfinare dalle possibilità d’accoglienza da parte della Spagna, sia a livello statale che a livello di alcune Comunità autonome, come è avvenuto in quest’ultimi mesi alle isole Canarie.

Uno studio recente dell’OCSE segnala che la Spagna appariva nel 2004 in testa rispetto ai parametri mondiali, nell’accoglienza di immigrati (645.000) dopo gli Stati Uniti, avendo aumentato del 541% l’occupazione di stranieri nel corso dell’ultimo decennio (1994-2004). Nonostante ciò la percentuale di stranieri sul totale della popolazione attiva è ancora relativamente debole in Spagna (11.2%) in quanto, rispetto ad altri paesi, come la Francia o la Germania, l’immigrazione è stata massiccia ma molto recente. E’ ancora la Spagna che supera il Regno Unito ed i Paesi Bassi.

Questo problema copre molti aspetti: quello dell’accoglienza -integrazione; quello dell’aiuto – cooperazione con i paesi di partenza dei migranti e di ciò che concerne i fattori commerciali ed economici, che richiedono lo smantellamento e la revisione degli accordi commerciali che l’Ue difende di fronte ai paesi in via di sviluppo. Le prime due posizioni sono ancora embrionali e iniziano a concretizzarsi sia a livello europeo che in alcuni paesi fortemente implicati in tale processo, come la Spagna. La terza necessità sottolinea i cambiamenti più profondi nel processo d’abolizione delle politiche neo-liberali, mantenute attualmente dall’Unione europea.

Il Consiglio europeo di Tampere del 1999 stabiliva 4 grandi linee della nuova politica migratoria comune che sarebbe stata definita nel quadro di uno spazio definito di ” Libertà, sicurezza e giustizia ” comune e nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Queste linee erano:

1. La collaborazione con i paesi d’origine

2. la creazione di un sistema europeo comune in materia di asilo

3. Il giusto trattamento ai cittadini provenienti dai paesi terzi

4. La gestione dei flussi migratori.

Tuttavia, sono passati più di sei anni e per quanto riguarda la risoluzione dei problemi connessi al fenomeno migratorio in Europa, è avanzato di poco. Il problema dell’emigrazione è stata convertito in uno di questi grandi ” problemi ” che deve affrontare l’Unione europea come istituzione ed ogni paese che ne fa parte, benché attualmente la maggior parte dei paesi dell’Ue preferisca guardare da un’altra parte e lasciano ai paesi di frontiera del sud , come è il caso della Spagna o l’Italia, la responsabilità di affrontare l’argomento. Ciò nonn dovrebbe accadere, poiché la costituzione di spazi comuni esige soluzioni comuni e l’immigrazione verso l’Europa, più che come un problema dovrebbe essere visto come una sfida, poiché rappresenta allo stesso tempo fonte di problemi sociali e di sicurezza, ma anche occasione di diversità e sviluppo. Ciò vuol dire che, piuttosto che provvedere a migliori controlli, l’Unione europea, dovrebbe intraprendere una politica coerente, accettando, in modo realistico, l’emigrazione come una grande opportunità, rivedendo le politiche di scambio economico e commerciale con paesi terzi, fino ad oggi basate sulla prepotenza, il protezionismo e gli scambi ineguali.

6. La posizione di Attac per un’Europa diversa e contro la fortezza Europa

Secondo me, il problema dell’immigrazione è uno degli argomenti pendenti per la rete di Attac.Esso è un argomento non sufficientemente considerato nelle sue molteplici implicazioni : economiche, politiche, umanitarie. Fino ad ora è stato trattato solo in casi molto specifici dopo le dimostrazioni e le proteste delle periferie in Francia o il comportamento delle autorità spagnole e marocchine o di Malta, per citare alcuni eventi.

Fra gli obiettivi costitutivi di ATTAC rientrano quelli di frenare la libertà di circolazione del capitale, nelle sue tre dimensioni: finanziario, produttivo (ide) e commerciale (scambio disuguale), sebbene vi siano dei dubbi nella difesa della libertà di circolazione e ancor di più di inserimento degli immigrati. Di conseguenza, dobbiamo superare questa contraddizione ed muoverci verso l’articolazione di proposte in un periodo come quello attuale contraddistinto dall’aumento del razzismo, della xenofobia e dell’esclusione sociale. A tal fine, è necessario cercare alternative e per questo motivo si potrebbero indicare alcune linee di azione:

Nei paesi d’origine: fare fronte alla riduzione della povertà, adottando punti di vista articolati

Non vi è modo migliore per definire la tendenza evolutiva della seconda metà del secolo scorso: la pauperizzazione di numerosi paesi e di società. Questo fatto è ribadito nel nuovo linguaggio dominante: la ” riduzione della povertà “, argomento tornato ricorrente tra gli obiettivi che le politiche governative dicono di effettuare. Ma la povertà è presentata soltanto come un fatto misurato empiricamente, senza che questo sollevi la questione delle logiche e dei meccanismi che producono questa povertà.

La cancellazione del debito.

È necessario insistere su questo punto. La riduzione o la cancellazione che hanno promesso i paesi ricchi rappresentati nel gruppo G8 mesi fa, devono essere viste come un passo positivo, ma risulta chiaramente insufficiente per fare fronte alle necessità che presentano i paesi poveri per uscire dalla loro situazione di miseria e di stagnazione. I paesi molto poveri e molto indebitati hanno criticato l’arbitrarietà di questo gesto ed hanno proposto che la questione si estenda senza discriminazione a tutta la la Comunità internazionale. In ogni caso il debito annullato in alcuni paesi rappresenta appena il 10% della quantità necessaria per realizzare gli obiettivi del millennio stabilito dall’ONU di ridurre alla metà la povertà e la fame durante l’anno 2015. È importante verificare se la proposta di cancellazione del debito si inquadra nella politica della carità e se questa carità prevista dal fondo monetario internazionale, dalla Banca mondiale ed altri organismi delle Nazioni Unite sia enunciata per tranquillizzare le coscienze, o se si può identificare come un primo tentativo di rinnovo e di riorientamento dei meccanismi di scambio economici tra i vari paesi. Quest’approccio esige, senza ritardi, l’annullamento del debito estero di tutti i paesi in via di sviluppo, poiché, come riconoscono le Nazioni Unite nella loro relazione del 2005 sugli ” obiettivi di sviluppo del millennio “, il debito estero costituisce uno dei più grandi ostacoli per lo sviluppo, non soltanto per i paesi più poveri, impedendo ogni possibilità di sviluppo sostenibile.

Il diritto allo sviluppo

D’altra parte il problema dell’annullamento del debito estero deve solennemente essere reinserito nel contesto di un diritto umano inalienabile riconosciuto anche dalle Nazioni Unite: il diritto allo sviluppo. Ai sensi di questo diritto, ogni essere umano e tutti i popoli, hanno la facoltà di partecipare alla costruzione di uno sviluppo economico, sociale, culturale e politico nel quale diventi possibile interamente la realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali. Questo diritto include l’esercizio della piena sovranità dei popoli su tutte le proprie ricchezze e risorse naturali.

Demolire i meccanismi attuali di mercato, come pure i meccanismi di controllo

Il mercato impone relazioni di diseguaglianza alla società civile. I gruppi dominanti, il capitale finanziario e le multinazionali, agiscono universalmente utilizzando gli stati, non con l ’obiettivo di ridistribuire le ricchezze o proteggere i più deboli, ma per aumentare i propri profitti. E’ per questo che questi influenzano le politiche e le regole del mercato del lavoro e dei movimenti di popolazione (emigrazioni, movimenti sociali, deregolamentazione del mercato del lavoro, flessibilità). La concentrazione progressiva di capitale collegata alla decentramento produttivo, permette che le grandi corporazioni possano negoziare direttamente con i vari governi ed imporre in molti casi le loro regole del gioco ed i loro meccanismi di controllo. Questi meccanismi sono diversi e vanno dalle politiche monetarie fino ai trattati di libero commercio ed all’imposizione di riforme che demoliranno o deterioreranno i servizi pubblici (istruzione, salute, ecc..) ed imporranno la privatizzazione della sicurezza sociale. Un esempio da seguire in questo processo commerciale di scambio egualitario, difficile da estendere, è quello che si è sviluppato recentemente tra paesi o zone che costituiscono l’attuale ALBA, che comprende il Venezuela, Cuba e la Bolivia. L’ALBA è un ” Trattato di Commercio tra i popoli ” che sostituisce i trattati ben noti di libero commercio imposti dall’OMC o dalla stessa Ue ed i suoi governi nei suoi trattati multilaterali e bilaterali con i paesi del terzo mondo. In questo senso, il punto 4 degli accordi AGCS (come anche l’Agricoltura e la NAMA) conserva una relazione stretta con la problematica dell’emigrazione e dovrebbe essere analizzato in dettaglio da Attac.

Contro lo sfruttamento finanziario di chi è migrante

Finalmente, ed a breve termine, Attac dovrebbe agire contro lo sfruttamento finanziario dei migranti da parte dell’Ue ed dei governi nazionali affinché si modifichino i sistemi di trasferimento di denaro dei migranti ai loro paesi d’origine, facilitando la riduzione di costi ed introducendo sistemi di controllo democratico. Ciò, in quanto si riscontra, in una relazione recente della Banca mondiale (global Economic Prospects 2006), che le commissioni applicate dai prestatori di servizi di trasferimentio di piccole somme di denaro, di solito effettuate da migranti poveri, arrivano generalmente a livelli pari al 10% a a 15%, superando in gran parte il costo reale di realizzazione delle rispettive transazioni.In questa relazione si segnala che una maggiore concorrenza sul mercato di trasferimento delle rimesse darebbe luogo a più piccole commissioni, con il conseguente aumento delle entrate disponibili dei migranti poveri e dello stimolo a trasferire ancora più denaro verso i loro paesi d’origine.

Bibliografia:

Nations Unies : Rapport sur les migrations 2006

World Bank: Global Economic Prospects 2006

Word Bank: International migration, remitancesand the brain drain

OCDE: The comparability of international migrations statistics July 2005

Ministerio de Asuntos Exteriores: Plan Africa: 2006-2008. Resumen ejecutivo

Javier Lucas: Inmigración y globalización

Carlos Pereda y M.A. Prada: Migraciones internacionales entre el capitalismo global ILDIS 2004

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