La Robin Hood Tax? E’ già pronta

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di Andrea Baranes – Attac Italia / CRBM

 

In attesa di conoscere i dettagli della “Robin Hood Tax” annunciata ieri dal ministro Tremonti, proviamo a immaginare che caratteristiche potrebbe avere un’imposta che vada a colpire i più ricchi per aiutare i più poveri.

Pensiamo agli impatti della crisi nata dallo scoppio della bolla dei mutui subprime, e dovuta in primo luogo alla mancanza di regolamentazione della finanza. Pensiamo alla recente crisi delle materie prime, a partire da quelle alimentari, e al ruolo della speculazione. Al di là delle continue crisi, pensiamo al “normale” funzionamento dei mercati finanziari, e in particolare al solo mercato delle valute, dove gli scambi, al 90% speculativi, ammontano a 1.500 miliardi di dollari al giorno. Il valore di merci e servizi scambiati nel mondo in un anno è stimato in 10.000 miliardi di dollari. Ogni settimana sul solo mercato delle valute circola quindi una somma superiore al totale annuo del commercio internazionale. Pensiamo agli impatti di questi e altri meccanismi sui più poveri, tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo.

Ecco allora che la “Robin Hood Tax” ideale dovrebbe andare a colpire gli speculatori, dovrebbe fornire uno strumento di politica economica per regolamentare lo strapotere della finanza, e dovrebbe garantire un gettito utilizzabile per le fasce più povere della popolazione, per la tutela dei Beni Pubblici Globali e per la cooperazione internazionale.

Una simile proposta esiste, e prevede un’imposta minima sulle transazioni valutarie, tale da scoraggiare la speculazione senza intaccare gli scambi produttivi. Vista la dimensione dei mercati valutari, permetterebbe di raccogliere ogni anno decine di miliardi di dollari. E’ la famosa Tobin Tax, che prende il nome dal premio Nobel per l’economia James Tobin che già negli anni ’70 ne propose una prima versione.

Da allora moltissimi studi hanno perfezionato la proposta e chiarito tutte le questioni tecniche e le possibili critiche contro una sua applicazione. Oggi è unicamente una questione di volontà politica. Il maggiore ostacolo alla sua entrata in vigore è rappresentato dall’enorme potere di lobby del mondo finanziario, che non intende rinunciare a una minima parte dei giganteschi profitti derivanti dalla speculazione.

Il lavoro delle reti e delle organizzazioni della società civile internazionale e la stessa gravità delle continue crisi finanziarie stanno però modificando il quadro politico. Sempre più governi si stanno esprimendo in favore di una simile misura. Il consigliere per la finanza innovativa del Segretario Generale dell’ONU ha recentemente dichiarato al Consiglio Economico e Sociale – ECOSOC – della stessa ONU “dobbiamo avere delle tasse sulle transazioni valutarie”. A dicembre di quest’anno, a Doha, si svolgerà il vertice internazionale sulla Finanza per lo Sviluppo, nel quale i governi del pianeta sono chiamati a trovare le risorse necessarie per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e nella lotta contro la povertà.

E l’Italia? Uno degli ultimi atti dell’esecutivo Prodi era stata la decisione di nominare una Commissione, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, per valutare il lavoro e i passi concreti verso l’intorduzione di un’imposta sulle transazioni valutarie nell’area euro.

La congiuntura è ideale per fare finalmente diventare realtà la proposta di un’imposta sulle transazioni valutarie. L’Italia può e deve giocare un ruolo chiave a livello europeo e internazionale. Aspettiamo solo la volontà politica del nostro ministro Robin Hood.

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