Un nuovo movimento contro il cambiamento climatico? – n.15 ottobre 2014

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di Phil Rushton

Il 21 settembre 2014 si è svolta a New York la “People’s Climate March”, che è stata, secondo i suoi organizzatori, la più grande mobilitazione della storia sulla questione del cambiamento climatico. Contemporaneamente, sotto la stessa sigla, si sono svolte mobilitazioni in 162 paesi, per un totale di 2646 eventi nel mondo.

L’iniziativa è stata programmata per il finesettimana prima dell’apertura del vertice dell’ONU a New York, che verteva sulla stessa questione del clima e delle politiche che i governi dovrebbero attuare per limitare il riscaldamento globale a non più di due gradi centigradi. Ha attirato la partecipazione di diversi attori come Leonardo di Caprio, Mark Ruffalo e Edward Norton nonché, per un breve tratto, del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon e del sindaco di New York Bill de Blasio.

A New York, secondo i promotori, hanno partecipato fra le 310.000 e 400.000 persone, anche se altri fonti limitavano la cifra a 125.000. Sul sito “Fire on the Mountain” l’attivista newyorkese Dennis O’Neil ha da un lato accolto con interesse e entusiasmo la partecipazione alla manifestazione, ma dall’altro ha criticato quella che vede come una tendenza inflazionistica, da parte degli organizzatori, riguardo alle stime dei partecipanti. Esprimendo la sua preoccupazione che la tentazione di esagerare le reali forze in campo possa, alla fine, generare una maggiore delusione a fronte della difficoltà di far valere le istanze del movimento, O’Neil ha citato le parole dell’agronomo e rivoluzionario della Guinea-Bissau, Amilcar Cabral: “Mai dire bugie, mai fingere che le conquiste sono facili”.

Per quanto riguarda questa sponda dell’Atlantico, al corteo di Londra erano presenti in 40.000, a Edimburgo 10.000, a Berlino in 15.000 e a Parigi in 25.000 (4.800 secondo la polizia). La partecipazione alla mobilitazione di Parigi è stata particolarmente importante perché il prossimo vertice sul clima sarà ospitato proprio dalla capitale francese.

Non tutte le mobilitazioni, però, avevano la stessa forza numerica. A Roma, nonostante le previsioni di alcuni organizzatori, erano presenti poche migliaia di persone; talmente poche, che la rivista online Wired si è lamentata che l’Italia si è sostanzialmente tenuta fuori dalla giornata internazionale. La spiegazione offerta dalla rivista per questo mancato apporto era la seguente: “In Italia – praticamente – sul tema ambiente non esiste politica, non esiste un partito, non esiste la partecipazione di attori e cantanti, non c’è traccia dell’indispensabile base intellettuale.”

Grosse manifestazioni ci sono state invece a Melbourne in Australia (30.000), a Rio de Janeiro e a Bogotà (5.000 ciascuna). In totale i promotori affermano che le proteste hanno coinvolto circa 600.000 persone su scala globale, un numero ben maggiore rispetto all’epoca del vertice sul clima di Copenhagen nel 2009, quando l’unica grande manifestazione si svolse nella stessa Danimarca mentre la mobilitazione su scala globale fu poco più che un accenno.

Il giornalista USA Todd Gitlin ha affermato sul sito TomDispatch che siamo per la prima volta in presenza di “un genuino movimento globale sulla questione del clima”. La veridicità di una tale asserzione sarà da verificare nei prossimi anni, visto che in molti luoghi le mobilitazioni sono state poco più che assemblee e raduni locali che hanno coinvolto soltanto qualche decina di persone. Al di fuori di Greenpeace e di 350.org (così nominato per il suo obiettivo di far ridurre la presenza di CO2 nell’atmosfera a meno di 350 parti per milione), nessuna delle organizzazioni che hanno dato vita all’evento ha un’influenza più che locale o nazionale. Va ricordato inoltre che è stata numericamente molto più imponente l’affluenza nel 2003 alle mobilitazioni su scala planetaria contro la guerra in Iraq, talmente imponente da portare il “New York Times” dell’epoca a nominare quel movimento “la seconda superpotenza globale”. Oggi, invece, quel movimento sembra scomparso.

I partecipanti alla mobilitazione

Anche le voci più critiche sulla mobilitazione hanno riconosciuto che lo sforzo d’organizzazione della manifestazione è andato a buon fine in città come New York. Una tale affermazione vale non solo in termini numerici ma anche e soprattutto per quanto riguarda la varietà e diversità dei soggetti sociali e politici coinvolti. Al di là dei soliti gruppi ambientalisti, che finora sono noti per essere composti in maggioranza da bianchi del ceto medio, nella “People’s Climate March” si è visto uno sforzo per coinvolgere i popoli indigeni, le comunità ispaniche, quelle afro-americane, i newyorkesi colpiti dall’Uragano Sandy, una miriade di gruppi locali, a volte sorti apparentemente dal nulla (come quelli nati per protestare contro il processo di fratturazione idraulica, o “fracking”, utilizzato per estrarre il gas naturale dai depositi rocciosi, e giudicato molto pericoloso per le falde acquifere a causa dell’impiego di sostanze chimiche altamente tossiche), e un numero crescente di organizzazioni sindacali, finora critiche o ostili verso il movimento ambientalista. I popoli indigeni erano presenti ad esempio con la sigla del movimento “Idle No More”, diffuso in tutto il Canada, che sta partecipando alle lotte per bloccare i progetti per la costruzione dell’oleodotto trans-nord americano “Keystone XL” e lo sfruttamento dei giacimenti di sabbie bituminose, o “tar sands”.

La partecipazione delle comunità afro-americane e ispaniche era molto importante perché i sondaggi dimostrano che la sensibilità di questi settori della popolazione statunitense verso la questione climatica è oramai molto maggiore di quel che si riscontra nella popolazione bianca, fortemente influenzata dai media e dall’opinione della commissione scientifica del Congresso, a sua volta dominata dal Partito Repubblicano e dagli interessi dei petrolieri. Uno dei motivi di questa maggiore sensibilità, riconosciuto da molti degli organizzatori, è che le comunità ispaniche e afro-americane negli USA, e le popolazioni dei paesi latinoamericani e africani, soffrono maggiormente dal degrado ambientale, e soffriranno maggiormente dagli effetti del cambiamento climatico, un fatto che queste comunità a New York hanno già vissuto tramite gli effetti dell’Uragano Sandy.

Le proteste anti-fracking ormai si moltiplicano in tutti gli Stati Uniti, e specialmente nello stato di New York, dove più di 170 municipalità hanno approvato una legislazione che vieta o rende difficile il fracking. Ma tali lotte si diffondono anche negli stati di Pennsylvania, Ohio, Colorado, California e perfino in Texas, dove la città di Dallas, cuore dell’industria petrolifera, ha approvato una legislazione che vieta la pratica del fracking a una distanza minore di 500 metri dalle abitazioni. Un fatto molto interessante per la lotta contro il TTIP è che molte di queste municipalità sono state poi citate in giudizio da colossi dell’industria energetica, in lotte legali che in molti casi le municipalità hanno vinto. Un altro fatto importante è la leadership di queste lotte: anche in mancanza delle forze anticapitaliste tradizionali, le necessità della situazione hanno fatto sorgere una leadership autoctona, come le Suore di Loreto che nello stato di Kentucky conducono una lotta contro la costruzione di un gasdotto, o gli evangelici nello stato del Texas che si mettono alla testa di una lotta contro il fracking.

Le organizzazioni sindacali coinvolte nella “People’s Climate March” sono state sia locali che nazionali. Più di 70 organizzazioni avevano aderito prima della marcia, da settori come il pubblico impiego, la sanità, l’edilizia, il trasporto e il metalmeccanico. A New York, molti di questi lavoratori hanno vissuto sulla propria pelle la devastazione dell’Uragano Sandy, e forse per questo motivo avevano una sensibilità maggiore verso la questione del cambiamento climatico. Altre organizzazioni sono coinvolte nella Blue-Green Alliance, un’alleanza nazionale tra organizzazioni dei lavoratori e settori del movimento ambientalista.

La mobilitazione di New York non è stata l’unica a riuscire a tenere insieme tutti questi gruppi. Anche a Londra e a Melbourne, per esempio, tanti gruppi locali e settori del movimento dei lavoratori si sono senti inclusi nella mobilitazione nazionale per la “People’s Climate March”: ai movimenti delle proteste locali contro il “fracking” e l’estrazione di “Coal Seam Gas” si sono uniti coloro che lavorano alla proposta “One million climate jobs”, che si batte perché il cambiamento climatico possa creare anziché mettere a rischio i posti di lavoro.

Si accende un dibattito

La mobilitazione del 21 settembre non si è svolta però senza polemiche. Alcuni attivisti, come la direttrice esecutiva del “Global Justice Ecology Project” Ann Petermann, hanno criticato una mancanza di chiari obiettivi nella marcia, con l’avvertimento che un tale approccio lascia entrare nel movimento anche forze del mondo degli affari che non sono affatto d’accordo con i principi di gran parte degli altri partecipanti. Altri, come Paul D’Amato, hanno risposto a queste critiche verso l’approccio della “Grande tenda” o “Grande ombrello” utilizzato dai promotori per accogliere una grande varietà di gruppi e tendenze, che l’importante non è stilare delle rivendicazioni che escludono molti partecipanti con l’obiettivo di presentare tali programmi alla tavola dei governanti, ma usare invece la grande mobilitazione come mezzo per permettere a tante realtà locali di conoscersi e farsi un’idea della portata d’insieme del movimento, e del proprio potere di cambiare la società. Patrick Bond, direttore del Centro per lo studio della società civile dell’Università del KwaZulu-Natal, in Sud Africa, saluta invece con favore la rinascita dell’alleanza “Climate Justice Action” a New York, e richiama lo slogan “Il nostro potere: comunità unite per una transizione giusta”, anni dopo la sua prima comparsa al controvertice di Copenhagen nel 2009. Bond esprime la sua speranza in un nuovo sviluppo di una politica di “giustizia ambientale” che affronti contemporaneamente la crisi ambientale e la crisi economica. D’altro canto, Arun Gupta aveva dichiarato sul sito Counterpunch la sua preoccupazione che il movimento contro il cambiamento climatico venisse cooptato, tramite i poteri economici dietro organizzazioni come Avaaz e 350.org, dalla macchina politica del Partito Democratico. Pur confermando la sua intenzione di partecipare alla “People’s Climate March”, Gupta aveva specificato che avrebbe preso parte all’azione //www.flickr.com/photos/127254211@N08/“>“Flood Wall Street” organizzato per il giorno successivo, un’azione che ha attirato 2.000 partecipanti puntando il dito contro il potere finanziario.

Metodi di mobilitazione

Come ha scritto Michela Dell’Amico sul sito “Wired”, la mobilitazione è riuscita in alcune realtà, come New York, mentre non si è espressa come avrebbe potuto in altre, come a Roma. A New York esperienze come l’uragano Sandy hanno convinto molte persone che era necessario cominciare a preoccuparsi di cambiamenti climatici e degli effetti in termini meteorologici. In Italia negli ultimi anni, però, non mancano esperienze simili, come testimonia la gente di Genova in questi giorni. Anche questi cittadini potrebbero essere integrati in un nuovo “movimento del clima”. Anche in Italia, dunque, gruppi locali cominciano ad affrontare il problema del “fracking”, della trivellazione alla ricerca del petrolio e delle grandi opere, e potrebbero anche loro contribuire alla mobilitazione sul clima. La manifestazione di Roma, unica in tutto il mondo, si è conclusa in una grande biciclettata attorno al Colosseo. Anche in Francia stanno organizzando un tour in bicicletta per sensibilizzare la gente riguardo al prossimo vertice sul clima a Parigi, ma stanno cominciando ora ad organizzarsi, con un anno in anticipo, e si sono posti l’obiettivo di fare un giro di tutta la Francia per coinvolgere la gente in un centinaio di città.

Alla manifestazione di New York erano presenti vari personaggi del mondo dello spettacolo, non solo perché hanno deciso di fare una passeggiata e approfittare della visibilità, ma perché da tempo attori come Mark Ruffalo sono integrati in campagne come quella contro il fracking. In Italia non abbiamo personaggi simili disposti a dare una mano a un eventuale movimento del clima. Negli USA, per incoraggiare la gente a venire a New York, è stato girato un piccolo film sull’ambiente, con Julia Roberts nei panni di “Madre Terra” e Harrison Ford nel ruolo dell’“Oceano”. A Cinecittà, qualche volontario?

Parlando del nuovo modo di agire delle organizzazioni che hanno promosso il 21 settembre, il sito “Politico.com” ha scelto di chiamarli “verdi turbolenti” o “Rowdy Greens”, per differenziarli dalle vecchie forze dell’ambientalismo statunitense, dalle associazioni e ONG speranzose di avere una voce “inside the Beltway”, ossia all’interno dei corridoi del potere di Washington. Le nuove organizzazioni, con tutti i rischi che possono rappresentare i finanziamenti provenienti dalla Rockefeller Foundation come ha osservato Arun Gupta in “Counterpunch”, sono, almeno in questo frangente, orientate alla piazza, alla mobilitazione, all’azione di massa. Si vede chiaramente nel film “Disruption”, prodotto appositamente per promuovere la manifestazione. È un video di agitazione, uscito più di due settimane prima dell’appuntamento a New York per dar un senso di come il movimento si stava costruendo, per spronare altri a fare in modo simile, o a fare di più, nelle loro comunità, tra i loro amici, nei loro posti di lavoro, ecc.: mostra come già prima del 21 settembre lavoratori e cittadini che stavano organizzando la marcia scendevano in strada per fare mini-manifestazioni per lanciare un invito a partecipare ai passanti. È un racconto di mesi di lavoro preparativo e di riunioni organizzative fatte con un costante senso di urgenza. Con lo stile drammatico di una produzione hollywoodiana, fa vedere una visione alternativa di come si organizza una manifestazione, e forse di come nasce un movimento. Nella versione del trailer su Youtube, c’è un invito esplicito a partecipare alla mobilitazione del 21 settembre: “Non sai decidere se partecipare alla marcia per il clima del 21 settembre? Questo video potrebbe riuscire a convincerti.” Più di 4.000 persone l’hanno visto, più del doppio dei partecipanti a Roma.

Le organizzazioni che hanno promosso il 21 settembre a New York, nei mesi precedenti, avevano dato vita alla campagna internazionale “Global Power Shift”, per lavorare sulla questione del clima. Tre mesi prima dell’appuntamento internazionale, tra il 13 e il 14 giugno, si è svolta la prima riunione di “Power Shift Italia” a Rovereto, con presenti “una ventina tra associazioni ambientaliste nazionali e internazionali (Italian Climate Network, Legambiente, WWF, Associazione Energia Felice, CliMates), ricercatori (Enea e Cnr), medici (International Society Doctors for the Environment), gruppi di solidarietà internazionale (Jangada) e giovanili (Younicef, Gruppo Osservatorio SOStenibile, Viracao, Agenzia di Stampa Giovanile, CYC – Cipra Youth Council), organizzazioni internazionali o non governative (Climate Reality Project, 350.org, Oxfam Italia), comitati e comunicatori ambientali (SpeziaPolis e SpeziaViaDalCarbone)”. Eppure questa nuova coalizione evidentemente non è riuscita a potenziare la partecipazione a Roma come “Global Power Shift” stava contemporaneamente facendo a New York.

Perché? Forse una parte della spiegazione è da ricercare nell’ambiente in cui è nata la campagna, ossia “all’interno dell’incubatore di imprese della green economy, Progetto Manifattura”. Quando Arun Gupta in “Counterpunch” avvertiva del pericolo che un’alleanza tra attivisti del movimento e il mondo degli affari “verdi” potesse diminuire il potere della protesta, forse non vedeva del tutto chiaro nei riguardi di New York. Ma avrebbe avuto sicuramente ragione parlando dell’Italia.

Dove sono i nostri “Rowdy Greens”?

Tratto dal Granello di Sabbia di Ottobre 2014: “La Buona ScuolAzienda”, scaricabile QUI

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