Industria Italiana, tra gufi e struzzi

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Foto di Wolfgang Hasselmann su Unsplash

di Marco Bertorello e Danilo Corradi*

*articolo pubblicato su il manifesto del 1 marzo 2025 per la Rubrica Nuova finanza pubblica

I gufi sono animali che suscitano sentimenti ambivalenti. Storicamente sono associati alle sventure come alla fortuna. Nel cinema ne è stata recuperata una versione positiva con Anacleto della Disney o Edvige di Harry Potter (ma era una civetta). Nel mondo mainstream degli economisti, invece, prevale il presunto lato oscuro di questi rapaci. I gufi restano inchiodati al ruolo di profeti di sventura.

L’economista Marco Fortis da tempo accusa di esser dei gufi tutti quelli (noi compresi) che mostrano anche solo qualche dubbio nei confronti della sua visione saldamente ottimista. In questi anni ha sempre enfatizzato il ruolo dell’industria italiana. Lo scorso novembre, parlava ancora di «straordinaria forza» del manifatturiero nazionale. Raggiunto il 23esimo mese consecutivo con il segno meno per l’industria italiana i dati sono impietosi.

Frenata media del 2,1% nel 2023 e del 3,5% nel 2024. Lo scorso anno il crollo a dicembre è stato pari al 7,1%. Dei 13 macrosettori manifatturieri presi in esame dall’Istat nel dicembre 2023 solo 5 erano in calo, e di questi solo uno con un segno negativo superiore al 5%. Alla fine del 2024 tutti e 13 hanno il segno meno e ben 8 con un calo superiore al 5%. Su base annua l’unico settore che si salva è quello alimentare (+1,8%). Un prolungato ripiegamento che oggi tocca punte preoccupanti.

Difficile non scorgere problemi strutturali. Fortis, ancora in questi giorni su vari quotidiani, cerca di ridurre l’impatto dei dati Istat sottolineando che la contrazione sarebbe inferiore se si prendessero a riferimento gli effettivi giorni lavorativi del singolo anno. E soprattutto, evidenzia come sia il contesto europeo a deprimere l’industria italiana. Sorprendente. Fino a qualche tempo fa si enfatizzava il superamento della Germania di qualche zero virgola e ora si scopre che se Berlino piange Roma non riesce a ridere? Nulla di strano, dato che l’Italia fa parte del sistema di fornitura dell’apparato produttivo teutonico che assorbe una bella fetta delle nostre esportazioni insieme ad altri paesi dell’Europa centrale. Un altro elemento di consolazione sarebbe la decisa crescita del debito pubblico francese.

Qui Fortis utilizza il dato transalpino per considerarlo concausa di una crisi continentale che sarebbe fattore esogeno a quella italiana e al contempo per evidenziare come il debito italiano non sia fuori controllo, restando stabile al di sotto della soglia psicologica dei 3000 miliardi. Insomma, si accusa Berlino di spendere poco e Parigi di farlo troppo. Inoltre Fortis evidenzia come in Italia crescano le esportazioni, nonostante le difficoltà del Vecchio continente. Nulla sui problemi strutturali dell’industria italiana. Nulla su un modello che regge la concorrenza internazionale soprattutto grazie a una stagnazione più che trentennale dei salari senza paragoni nei paesi OCSE.

Nulla sulla modesta produttività e sulla scarsa propensione all’investimento, sulla prevalente specializzazione sui segmenti medio-bassi a elevata intensità/sfruttamento del lavoro. Quando si fa riferimento alla mancata spesa tedesca si denuncia il fatto che non c’è una spinta pubblica a favorire gli investimenti. Ma in Italia i provvedimenti governativi Industria 4.0 per il sostegno all’impresa ci sono stati. Quel che andrebbe riconosciuto è che non bastano mai. Che non c’è una forza autopropulsiva del sistema economico. Servono nuovamente risorse pubbliche per favorire l’impresa? Servono così ravvicinati nel tempo da costituire una costante? Una specie di soccorso pubblico permanente? Per fare cosa? E soprattutto, per cosa fare di diverso da quanto fatto finora se non risulta mai abbastanza? Donato Masciandaro, parlando delle perdite di bilancio della Bce, dice che ci sono i «gufi allarmisti» e gli «struzzi». Utilizzando questo schema sullo stato di salute dell’economia italiana, forse rientriamo tra i primi, ma preferiamo provare a vedere al buio piuttosto che mettere la testa sotto terra.

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