Data Center: territori al servizio della bolla finanziaria dell’IA

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Foto di “Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio

di Marco Bersani*

*articolo pubblicato su il manifesto del 5 settembre 2026 per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica

Nell’epoca del digitale incombe la materialità. Ogni volta che attiviamo l’IA per le attività più disparate, dal consiglio medico generico alla pianificazione del lavoro, dalla richiesta di assistenza virtuale all’organizzazione del tempo libero, difficilmente abbiamo consapevolezza di come dietro queste richieste vi siano enormi strutture -vere e proprie cattedrali dell’era digitale- assetate di risorse e beni comuni: suolo, acqua ed energia.

In Italia sono già stati installati server per 513 MW di energia (con un peso sulla rete elettrica nazionale pari a quello dell’intera città di Firenze) e le previsioni parlano di una crescita esponenziale: se nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7 miliardi, per il triennio successivo si prevede di raggiungere i 25 miliardi.

Uno studio dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano ipotizza che l’abnorme sviluppo di queste infrastrutture potrebbe arrivare nel 2035 a consumare dal 7 al 12% del totale elettrico nazionale. La corsa ai data center viene motivata come necessaria per sostenere la rivoluzione industriale determinata dall’avvento dell’Intelligenza Artificiale; tuttavia, non è prevista alcuna pianificazione democratica che ne stabilisca e quantifichi la necessità e gli obiettivi di utilizzo, né alcuna procedura di coinvolgimento delle comunità nei cui territori si prevede l’insediamento.

Sempre per rimanere all’Italia, i data center presenti o in progettazione sono attualmente 262, ma non esiste alcuna normativa nazionale che governi il processo, lasciato interamente al mercato, ovvero ad una serie precisa di attori economico-finanziari: dalle grandi aziende tecnologiche ai grandi fondi finanziari, dalle multinazionali dell’energia alle grandi banche.

In tutto questo, il ruolo del pubblico, tanto a livello statale quanto a livello locale, si riduce alla partecipazione a una sfrenata competizione con altri Stati e/o altri territori per attrarre il maggior numero di queste cattedrali digitali a suon di maxi-esenzioni fiscali, tariffe agevolate sull’energia e offerta di terreni a basso costo.

Una sorta di moderno colonialismo energetico, nel quale le comunità locali sacrificano i beni comuni all’altare dei profitti delle multinazionali, le quali possono inoltre scaricare i costi ambientali sulle comunità stesse.

E quando il governo interviene – come ha fatto con il cosiddetto “decreto Asset” che ha riconosciuto sette progetti di data center “come preminente interesse strategico nazionale”- lo fa per agevolare la costruzione dei data center, bypassando tutte le normative in nome della semplificazione e imponendo una struttura commissariale in attuazione della stessa.

Eppure stiamo parlando di opere con impatti enormi sulle comunità territoriali, soprattutto in tempi di crisi ecoclimatica profonda, come quella che stiamo attraversando. I data center sono edifici enormi che consumano suolo, hanno giganteschi fabbisogni elettrici per alimentare sistemi che devono funzionare H24 e hanno necessità di grandissime quantità di acqua per i sistemi di raffreddamento. Inoltre, la loro costruzione stessa richiede grandi quantità di materie prime critiche come litio e cobalto, mentre la dotazione di generatori diesel di backup per l’emergenza produce importanti emissioni altamente inquinanti.

Sarà per questo che tanto negli Stati Uniti quanto in Europa e in Italia le comunità territoriali interessate hanno iniziato a insorgere chiedendo la fine dell’opacità dei processi con cui si autorizzano un numero abnorme di insediamenti, rivendicando la difesa della salute e del territorio come prioritaria rispetto ai grandi interessi finanziari che, nello spingere con forza gli investimenti sui data center, rischiano di far esplodere la bolla finanziaria che sin dall’inizio accompagna l’innovazione tecnologica dell’IA.

Siamo ancora una volta dentro l’eterno conflitto tra la Borsa e la vita.

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