Dopo venti anni un nuovo Movimento

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Roma, manifestazione del 4 ottobre 2025

di Raffaella Bolini (Stop ReArm Europe)

Lo aspettavamo da tempo, un Movimento a cui passare finalmente il testimone.

Non era un buon segno, per la salute civica del nostro Paese, aspettare più di venti anni prima di assistere a una nuova esplosione di partecipazione democratica, capace di produrre non solo mobilitazione di massa ma ribellione etica, politica e popolare davvero.

Gli ultimi eravamo stati noi, il Movimento altermondialista, Porto Alegre, Genova e il 15 febbraio 2003 contro la guerra all’Iraq, la manifestazione più grande nella storia del mondo. Il Genoa Social Forum (Gsf). Ci è voluta la stessa sigla, un altro Gsf, la Global Sumud Flotilla, a trasformare la frustrazione in azione.

Sono stati davvero due anni di sofferenza generalizzata, dal 7 ottobre 2023 in poi. Tutti e tutte li abbiamo vissuti con l’animo gravato dagli stessi sentimenti di dolore, di rabbia, impotenza e inadeguatezza.

Anche chi si è mobilitato dall’inizio, e sempre di più nelle grandi città e nei piccoli paesi in mille modi, ha sempre avuto la sensazione che non fosse abbastanza, che non si riuscisse a essere all’altezza dell’orrore ogni giorno più grande. E tanti non sono riusciti neppure ad alzare la testa, a livello individuale o collettivo, consapevoli di assistere in diretta a qualcosa di inimmaginabile ma incapaci di trovare il coraggio, le parole e le forme per reagire.

Poi, negli ultimi mesi l’abbiamo visto arrivare, il tentativo quasi disperato di trovare strade all’altezza. Nelle manifestazioni di giugno, tre cortei nazionali sotto un sole cocente uno dietro l’altro, tutti partecipati al di là delle aspettative, incluso il nostro 21 giugno 2025 di Stop ReArm Europe. E nelle migliaia di iniziative locali che non si sono mai fermate neppure a Ferragosto, sempre più unitarie, sempre più grandi, sempre più convocate con parole chiare e nette.

Ma ci sono volute le barchette, per far fare click alla storia. Una flotta di barche, piccole e fragili. Equipaggi fatti di persone piccole e fragili. Che sono andate incontro a uno degli eserciti più grandi del mondo armate solo di solidarietà testarda e della tenerezza dei popoli.

Radicali, determinate e pacifiche, con i loro corpi e le loro vele, hanno sfidato il pericolo senza rivendicare eroismi, senza proporsi come avanguardie, senza voler apparire superiori o speciali. Così hanno fatto immedesimare un popolo intero. E un popolo intero ha pensato di dover metterci qualcosa di suo: un giorno di sciopero, un giorno di blocco, o la prima manifestazione della propria vita.

È una conferma, per chi ha sempre considerato l’azione diretta nonviolenta come la forma più alta ed efficace di conflitto, perché non si fa trascinare a usare gli stessi strumenti dell’avversario, perché rifiuta la delega ai più forti e coraggiosi, perché permette anche ai più deboli di partecipare attivamente alla lotta. Ed è una speranza.

Ha finalmente preso il suo posto una nuova generazione, che dal Novecento si è presa in eredità la difesa del diritto internazionale, dello stato di diritto, dello stato sociale – i limiti che l’umanità ha provato a mettere nel secolo scorso all’arbitrio dei potenti. E ha costretto l’attivismo più anziano a fare i conti con il colonialismo, il suprematismo bianco, il razzismo sistemico che noi europei abbiamo incorporato nel nostro codice genetico, e che per troppo tempo abbiamo nascosto sotto il tappeto.

Questo Movimento va difeso, protetto, sostenuto. Nessuno ci metta il cappello.

L’attivismo organizzato, le forze sociali grandi e piccole, nazionalmente e sui territori, se vogliono dare un contributo, bisogna che proseguano sulla strada dell’unità – quella che ha permesso di realizzare per la prima volta dopo la Liberazione uno sciopero generale politico promosso insieme dai sindacati di base e dalla Cgil.

Bisogna proseguire sulla via delle convergenze, e fare convergenza fra convergenze, come a Stop ReArm Europe ha proposto in queste settimane la larga coalizione contro il Ddl sicurezza. Si deve contribuire a creare gli spazi larghi e accoglienti dove possa esprimersi il massimo della partecipazione spontanea possibile, e si possano evidenziare le connessioni fra le diverse lotte.

La Palestina è diventata davvero il nuovo Vietnam, il simbolo di tutta l’ingiustizia del mondo, di un capitalismo in crisi che per sopravvivere ha bisogno della guerra, del riarmo, della diseguaglianza, dello sfruttamento sempre più estremo degli umani e della natura. Che investe sulla morte, invece che sulla vita.

Per battere questa corsa forsennata verso l’autodistruzione, serve far vedere alle persone e alle comunità che esiste un altro orizzonte di senso, un altro mondo davvero possibile, un altro sogno e progetto di società, che in priorità metta la vita e la cura.

A Gaza c’è un fragile cessate il fuoco, imposto dalla forza dei forti, che non risolve l’assedio, l’occupazione, l’apartheid. L’Europa è sempre più parte del problema, invece che della soluzione. “Stato sociale, non stato di guerra. No guerra, riarmo, genocidio, autoritarismo”, erano i quattro slogan del 21 giugno 2025, e sono oggi ancora di più una piattaforma politica. Semplice, unitaria, comprensibile, necessaria.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte

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