Copenaghen: Banca Mondiale e il business del clima

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L’analisi da Copenaghen sui fondi promessi dalla Banca Mondiale

 

Il lancio dell’iniziativa SREP (Scaling up Renewable Energy in Low Income Countries) annunciato dalla Banca Mondiale all’inizio della seconda settimana di negoziato sul clima a Copenaghen rientra nel balletto delle cifre diramate dai governi e dalle istituzioni in questi giorni, ma nasconde il reale nulla di fatto del negoziato multilaterale. Più che “un programma unico per sostenere l’aumento degli investimenti nelle energie rinnovabili nei Paesi poveri”, con i suoi 250 milioni di dollari complessivi la SREP serve a gettare fumo negli occhi ai non addetti ai lavori. Prima di tutto perché non si tratta di fondi messi a disposizione e gestiti a livello multilaterale dalla Conferenza delle Parti. Al contrario, parliamo di finanziamenti a un fondo verticale, gestito dalla Banca Mondiale, accessibile solamente a esecutivi che hanno un programma aperto con la stessa e che rispettano le condizioni imposte dai banchieri di Washington. Un’iniziativa davvero minima se rapportata ai finanziamenti globali necessari per il trasferimento di tecnologie ai Paesi del Sud. Finanziamenti nell’ordine di centinaia di miliardi all’anno, di cui almeno 150 per coprire i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Ma è un provvedimento ridicolo nelle dimensioni anche se paragonata ai diversi miliardi (tra i quattro e gli otto) che gli stessi governi hanno promesso all’altro fondo fiduciario istituito dalla Banca Mondiale, il Clean Technology Fund, destinato principalmente a finanziare nuove centrali a carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili, nelle economie emergenti.

Non è un caso che la Banca Mondiale abbia atteso l’inizio della seconda settimana di negoziato per rendere noto il lancio di questo programma, parte del Strategic Climate Fund istituito già nel 2008 ma ancora non avviato per assenza di finanziamenti.

Assieme ai capi di Stato e di governo, negli ultimi giorni è infatti arrivato anche il presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick, per “sostenere”, a modo suo, i lavori della Conferenza. Nel comunicato stampa ufficiale, Zoellick ha dichiarato che “non ci può essere una risposta efficace ai cambiamenti climatici senza il coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo”. Un’affermazione sibillina e dal dubbio significato. Visto che proprio i Paesi in via di sviluppo, i Non-Annex 1, in gergo negoziale, sono in prima linea per cercare di ottenere un accordo positivo qui a Copenaghen. Al contrario, la resistenza viene dai governi dei Paesi sviluppati, gli Annex 1, ovvero quelli che secondo gli impegni sottoscritti con il Protocollo di Kyoto dovrebbero esplicitare entro la fine della Conferenza gli obiettivi vincolanti per la seconda fase di applicazione dell’accordo sulla riduzione delle emissioni. Inoltre, nell’ambito del negoziato a lungo termine che i 192 Paesi membri della Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici stanno negoziando, i governi sviluppati dovrebbero stabilire entro venerdì come e entro quali tempi realizzeranno gli impegni sottoscritti due anni fa a Bali.

Quella dei finanziamenti globali per l’adattamento e la mitigazione degli impatti dei cambiamenti climatici sui Paesi in via di sviluppo è senza dubbio una delle questioni più scottanti su cui i governi devono trovare un accordo a Copenaghen – accordo che allo stato dei fatti sembra sempre più lontano. La Banca Mondiale si sta mettendo di traverso, proponendosi come possibile gestore della finanza globale per il clima nonostante ad oggi l’istituzione sia tra i principali finanziatori di progetti e programmi che contribuiscono all’emissione di gas serra. Basti pensare che tra il 2007 e il 2009 ha sostenuto con una media annuale di 2,2 miliardi di dollari progetti per l’estrazione dei combustibili fossili. La proposta presentata dai governi dei G77 è invece chiara nell’affermare che serve un meccanismo nuovo da istituirsi in ambito UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) e sotto gli auspici della Conferenza delle Parti. Anche la società civile internazionale si è già espressa a riguardo, suggerendo la creazione di un Fondo Globale per il Clima in ambito UNFCCC, in cui non sia previsto nessun ruolo per la Banca Mondiale. Richiesta reiterata proprio in apertura di settimana da una manifestazione fuori dal Bella Center a cui hanno partecipato una lunga lista di organizzazioni, tra cui l’italiana CRBM, che chiedevano ad alta voce “Wold Bank out of Climate! Climate is not your business!”, ovvero Banca mondiale stai fuori dal clima, non è affar tuo!

Luca Manes

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