A tutta finanza!

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di Marco Bertorello

La pre­sunta loco­mo­tiva sta­tu­ni­tense ha subito una bat­tuta d’arresto nella cre­scita del Pil nel primo tri­me­stre di quest’anno (-0.7%), regi­strando la terza con­tra­zione dal 2009. La ripresa sem­bra in corso, ma la crisi non pare finita e i dati restano controversi.

Se un recu­pero è in corso si tratta indub­bia­mente di quello del seg­mento finan­zia­rio, otte­nuto gra­zie a un intenso inter­vento mone­ta­rio espan­sivo. Anche in que­sto caso si tratta di movi­menti con­tro­versi, pro­dotti da un libe­ri­smo inter­ven­ti­sta, appa­ren­te­mente un ossi­moro. La ripresa, dun­que, è gover­nata dall’alto e, secondo la teo­ria domi­nante, a cascata dovrebbe far ripar­tire l’intera eco­no­mia, ma ciò per ora non sta acca­dendo. In ogni caso non va sot­to­va­lu­tata l’attuale dina­mica per com­pren­derne effetti e contraddizioni.

L’interventismo mone­ta­rio ha con­sen­tito una ripresa dell’euforia finan­zia­ria, facendo ripar­tire il sistema pro­prio da dove appa­ren­te­mente era esploso. Ogni pos­si­bi­lità di cam­bia­mento, anche sem­pli­ce­mente ipo­tiz­zata, è stata chiusa attra­verso la ripresa della sfera finanziaria.

Lì si è inter­rotta ogni capa­cità di auto­ri­forma del sistema. C’è stato un recu­pero poli­tico del pen­siero main­stream e, al netto dell’intervento delle auto­rità mone­ta­rie, è ripar­tita la con­sueta poli­tica eco­no­mica fon­data sull’ipercompetizione, le pri­va­tiz­za­zioni, il mer­cato totale. Le poli­ti­che mone­ta­rie sono state le uni­che poli­ti­che messe in atto e hanno mate­rial­mente con­sen­tito di padro­neg­giare e indi­riz­zare un cam­bia­mento com­pa­ti­bile con il qua­dro preesistente.

È pos­si­bile regi­strare la por­tata di tali scelte da alcuni det­ta­gli pre­senti per­fino in un paese finan­zia­ria­mente fra­gile come l’Italia. La rela­zione annuale di Ban­ki­ta­lia for­ni­sce dati signi­fi­ca­tivi sul 2014. Lo scorso anno, rispetto a quello pre­ce­dente, vi è stato un rad­dop­pio della quan­tità di rispar­mio gestito da inter­me­diari (265 miliardi), facendo recu­pe­rare loro il calo regi­strato dall’esplosione della crisi. La quota di rispar­mio gestito per i cit­ta­dini ita­liani ha così rag­giunto il 26%, aumen­tando dal 2008 di ben nove punti. Nuove ener­gie per un motore in affanno. Al di là del riu­scito raf­fred­da­mento della crisi dei debiti sovrani, le poli­ti­che espan­sive attuate in varia misura a livello sovra­na­zio­nale hanno con­sen­tito di far tor­nare appe­ti­bili per­sino pro­dotti finan­ziari rite­nuti più a rischio.

Se da un lato gli inve­sti­menti in titoli di Stato, sep­pur con tassi risi­bili e per­sino nega­tivi, con­ti­nuano a tenere al riparo da rischi i grandi capi­tali, dall’altro il pro­gres­sivo recu­pero sul piano bor­si­stico e l’immensa mole di denaro in cir­co­la­zione hanno spinto verso una ricerca più spre­giu­di­cata di inve­sti­menti, per­sino per i privati.

L’euforia finan­zia­ria così torna a tra­sci­nare con sé una parte cre­scente del pic­colo rispar­mio. Al primo bat­ter d’ali il mec­ca­ni­smo torna a eser­ci­tare un potere di attra­zione anche tra le sue poten­ziali vittime.

La teo­ria eco­no­mica sostiene che una parte di que­sta rac­colta fondi dovrebbe anche rica­dere sull’economia reale, con mag­giori finan­zia­menti alle imprese, ma per ora su que­sto ver­sante non vi sono grosse novità. Sem­pre Banca d’Italia sostiene che al primo tri­me­stre 2015 la domanda resti immu­tata soprat­tutto per le imprese. Per un paese come l’Italia, ove la quasi tota­lità del finan­zia­mento all’impresa passa per le ban­che è un signi­fi­ca­tivo. Ma d’altra parte dove l’impresa uti­lizza stru­menti diver­si­fi­cati, spesso più diretti, di finan­zia­mento, a gio­var­sene è quasi uni­ca­mente la grande impresa.

Il pro­blema, dun­que, non è la frat­tura tra eco­no­mia reale e finan­zia­ria, quanto quella tra un modello fon­dato sulla finan­zia­riz­za­zione di tutta l’economia e chi ne resta fuori.

 

Articolo della rubrica Nuova Finanza Pubblica, su Il Manifesto del 13 giugno 2015

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