IA: una rivoluzione da governare per riscoprire l’essenza del giornalismo

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Foto di Philip Strong su Unsplash

di Marino Bisso (Rete No Bavaglio)

 

L’intelligenza artificiale (IA) va maneggiata con cautela, ma sarebbe un errore affrontarla con una logica difensiva o nostalgica.

La storia insegna che ogni innovazione tecnologica capace di modificare profondamente i processi produttivi finisce per imporsi. Il tema, dunque, non è fermarla, ma comprenderla, governarla e utilizzarla per migliorare la qualità del lavoro e dell’informazione.

 

Per il giornalismo, l’arrivo dell’IA rappresenta un passaggio epocale.

Non solo perché introduce nuovi strumenti, ma perché costringe la professione a interrogarsi sulla propria essenza. Se un algoritmo è ormai in grado di sintetizzare comunicati, rielaborare agenzie, correggere testi, tradurre documenti e persino costruire articoli formalmente impeccabili, allora è evidente che il semplice “taglia e incolla” o la riscrittura di contenuti reperibili online non possono più essere considerati il cuore del mestiere giornalistico.

 

In questo senso l’intelligenza artificiale ha svolto una funzione chiarificatrice. Ha reso evidente una verità spesso nascosta dietro molte ipocrisie professionali: il valore del giornalista non risiede nella mera produzione materiale di testi, ma nella capacità di trovare notizie, verificarle, contestualizzarle e raccontarle.

La tecnologia può accelerare il lavoro di redazione, organizzare archivi, supportare la ricerca documentale e persino suggerire strutture narrative efficaci. Ma resta uno strumento. Uno strumento potente che necessita di essere guidato da criteri giornalistici che non sono affatto automatici.

 

Esiste un apparente paradosso.

L’IA deve essere istruita proprio dai giornalisti, che le trasmettono linguaggi, metodi e criteri di valutazione. Una volta assimilati questi schemi, però, la macchina è in grado di riprodurre molte operazioni in tempi più rapidi e a costi inferiori rispetto agli stessi professionisti che l’hanno addestrata.È qui che emerge con chiarezza la vera funzione sociale del giornalismo: non la produzione seriale di contenuti, ma la ricerca dei fatti.

 

Per troppo tempo una parte dell’industria dell’informazione ha ridotto il lavoro giornalistico a una continua riscrittura di comunicati, dichiarazioni e notizie d’agenzia. L’intelligenza artificiale dimostra oggi quanto fosse fragile quel modello. Se una macchina può svolgere quel compito, significa che il valore aggiunto del giornalismo si trova altrove.

Nessuna intelligenza artificiale può sostituire il cronista che si reca nei luoghi dove accadono i fatti, osserva ciò che succede, ascolta le persone e raccoglie testimonianze. Nessuna IA può costruire un rapporto fiduciario con una fonte, intuire una pista d’inchiesta o verificare un’informazione attraverso settimane di lavoro sul campo. Nessun algoritmo può sostituire completamente il giornalista investigativo che ricostruisce reti di interessi, consulta documenti riservati e porta alla luce ciò che qualcuno vorrebbe mantenere nascosto.

 

Al contrario, è sempre più evidente che un giornale costruito esclusivamente su “notizie fredde”, comunicati, agenzie e contenuti reperibili online potrebbe oggi essere realizzato quasi integralmente attraverso processi automatizzati.

È in questo quadro che assume particolare rilievo la denuncia presentata nel luglio 2026 all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazion (Agcom) dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) nei confronti di WeNews, la testata nata in Trentino-Alto Adige che si presenta come organo di informazione pur senza una vera redazione giornalistica, basando gran parte della propria attività sulla raccolta automatizzata di contenuti e sulla loro elaborazione mediante sistemi di intelligenza artificiale.

 

Il dibattito sull’IA, però, non può essere ridotto a una contrapposizione tra favorevoli e contrari. Occorre costruire regole capaci di valorizzarne le opportunità senza compromettere il lavoro giornalistico.

Il primo principio è che l’intelligenza artificiale deve essere considerata uno strumento di supporto e non un sostituto del giornalista. Può aiutare a velocizzare processi, organizzare informazioni e alleggerire attività ripetitive, ma la responsabilità della verifica e della qualità dell’informazione deve restare nelle mani delle persone.

Il secondo nodo riguarda il diritto d’autore. I modelli di IA generativa si alimentano di enormi quantità di contenuti prodotti nel corso degli anni da giornalisti, fotografi ed editori. È quindi indispensabile impedire che questo patrimonio professionale venga utilizzato gratuitamente dalle grandi piattaforme tecnologiche senza consenso e senza adeguati meccanismi di remunerazione.

Il terzo punto riguarda le tutele contrattuali. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana chiede da tempo che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale venga regolato da accordi specifici tra editori e lavoratori. Sarebbe infatti un errore ripetere quanto avvenuto con la rivoluzione digitale, quando gran parte del valore prodotto dall’informazione è stato trasferito alle piattaforme senza adeguate garanzie per chi quel valore lo produceva.

Infine, c’è il tema della trasparenza. Quando un testo, un’immagine, un video o un contenuto audio sono stati generati o significativamente modificati attraverso l’intelligenza artificiale, i cittadini hanno il diritto di esserne informati. La fiducia nell’informazione si fonda infatti sulla chiarezza delle fonti e sulla responsabilità di chi pubblica.

 

La sfida dell’intelligenza artificiale non è dunque soltanto tecnologica. È culturale, professionale e politica. Non si tratta di scegliere tra uomo e macchina. Si tratta di decidere se utilizzare l’innovazione per impoverire ulteriormente il lavoro giornalistico o per liberarlo dalle incombenze più meccaniche, consentendo ai professionisti dell’informazione di concentrarsi su ciò che nessun algoritmo può fare: cercare la verità, verificare i fatti, raccontare la realtà e svolgere quel ruolo di controllo democratico che rappresenta la ragion d’essere di una stampa libera.

Paradossalmente, proprio mentre le macchine imparano a scrivere, riscopriamo cosa significa davvero essere giornalisti. L’intelligenza artificiale non segna la fine del giornalismo. Semmai ne mette a nudo l’essenza più autentica.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 58 di Novembre – Dicembre 2026: “Né artificiale, né intelligente”

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