La democrazia al tempo dell’Intelligenza artificiale

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Foto: “Public Services Fightback Conference, Madrid – Day 1 – Evening – Palantir Out! action” di Public Services International (CC BY-NC 4.0)

 

di Franco Russo (studioso politico)

Non si può stabilire una precisa correlazione tra l’essere un imprenditore-innovatore e le sue scelte politico-sociali; tuttavia, si può constatare che, nel corso delle pluricentenarie vicende dei sistemi capitalistici, alcuni settori della ‘borghesia avanzata’, a volte maggioritariamente, hanno sostenuto le misure pubbliche di redistribuzione del reddito, l’intervento dello Stato nell’economia e le istituzioni rappresentative parlamentari.

Valgano due esempi, quello del New Deal di Franklin Delano Roosevelt, negli Usa, e il governo laburista di Clement Attlee in Gran Bretagna (1945-1951).

Roosevelt fu avversato, tra gli altri, da Henry Ford, il magnate dell’auto, e dai DuPont, proprietari dell’omonimo colosso chimico, ma fu sostenuto dai potenti esponenti dell’IBM, della General Electric, della Warner Bros e dell’AT&T.

Tra il 1945 e il 1951, la Federation of British Industries (FBI), pur con contrasti interni, collaborò nel National Production Advisory Council on Industry con il governo laburista di Attlee, che realizzò nazionalizzazioni e sistemi di sicurezza sociale e istituì il servizio sanitario nazionale.

Si possono ricordare i decenni dei governi socialdemocratici in Svezia, appoggiati dalla maggioranza degli imprenditori, e, per venire a tempi e luoghi a noi più vicini, si può ricordare il Rapporto Pirelli del 1970 con cui, per rispondere alle imponenti lotte operaie del 1968-1970, i settori più dinamici del capitalismo italiano proposero una sorta di ‘compromesso sociale’ con i sindacati o, infine, il Patto Agnelli-Lama sul punto di contingenza unico del 1975.

Oggi, soprattutto nei settori dell’imprenditoria high-tech, non si troverà un sostenitore di politiche liberal «neanche a cercarlo con il lanternino», per esprimersi con il detto popolare; infatti, sono proprio gli esponenti dell’imprenditoria e della finanza high-tech a essere promotori e punte di lancia di politiche sociali e istituzionali reazionarie. E si badi, quando nel 1968 partì Intel e poi, negli anni Settanta del Novecento, Apple e Microsoft, gli imprenditori della Silicon Valley erano guidati da idee liberal, ispirate dalla nuova frontiera tecnologica che alimentava visioni di progresso sociale.

Oggi la maggioranza degli esponenti dell’high-tech e dell’IA dettano al governo Usa un’agenda ‒ economica sociale politica ‒ di stampo reazionario, quando non fascista. Basta leggere qualche intervista di Peter Thiel, il cofondatore di PayPal e Palantir Technologies, per rendersi conto della sua ideologia nazionalista e reazionaria, espressione estrema del tecno-autoritarismo, propugnata e propagandata anche con un manifesto in 22 punti, pubblicato il 18 aprile 2026, di cui richiamo i più significativi:

1.

«La Silicon Valley ha un debito morale nei confronti del Paese che ne ha reso possibile l’ascesa. L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha un obbligo di partecipare alla difesa della nazione».

4.

«I limiti del soft power, dalla sola retorica altisonante, sono stati messi a nudo. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più del semplice richiamo morale. Richiede l’impiego del potere coercitivo (hard power), e in questo secolo tale potere si baserà sul software».

5.

«La questione non è se verranno costruite armi basate sull’intelligenza artificiale, ma chi le costruirà e per quali scopi. I nostri avversari non si fermeranno per indulgere in dibattiti teatrali sull’opportunità di sviluppare tecnologie che hanno applicazioni cruciali in campo militare e per la sicurezza nazionale. Procederanno comunque».

12.

«L’era atomica sta finendo. Un’epoca della deterrenza, quella atomica, sta giungendo al termine, mentre sta per iniziare una nuova era della deterrenza fondata sull’intelligenza artificiale».

22.

«Dobbiamo resistere alla superficiale tentazione di un pluralismo vuoto e privo di sostanza. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo evitato di definire le culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in che cosa?»

Certo, nel mondo, non tutti gli esponenti dell’high-tech condividono queste posizioni ideologiche estreme; tuttavia, a livello globale, esse segnalano il cambiamento radicale dell’ambiente imprenditoriale, dominato da scelte e ideologie reazionarie.

L’economista Jean Tirole, in un’intervista a Le Monde (2 ottobre 2026, pp. 6-7), ha parlato dell’ambiguo «gioco tra principi e mercanti», dato che i ‘principi’ possono interferire negli affari dei ‘mercanti’ con regolazioni, diritti doganali, confische. Oggi al contrario «taluni mercanti sono talvolta così potenti che essi divengono dei principi. Oggi, se sei un attore importante dell’intelligenza artificiale (IA), del sistema finanziario o delle biotecnologie, pesi sulla geopolitica. Puoi privare un altro paese di microprocessori essenziali per la difesa, o di vaccini contro una pandemia».

E del potere dei ‘mercanti’ del nostro tempo gli esempi sono innumerevoli: con un algoritmo si possono manipolare le informazioni e orientare l’opinione pubblica; il controllo delle comunicazioni satellitari, tramite Starlink, da parte di Elon Musk condiziona le vicende belliche in Ucraina e, in generale, l’IA sta trasformando il ‘paradigma’ economico-sociale e istituzionale di tutti i vari sistemi capitalistici ‒ da quello degli Usa a quello della Cina. Infatti, l’Intelligenza artificiale modifica la gerarchia tra i vari settori capitalistici, perché, essendo una tecnologia multipurpose, trasforma i processi produttivi di tutte le imprese, industriali, finanziarie e dei servizi, e dunque queste dipendono dall’evoluzione dei suoi modelli generativi: è l’IA a dettare il ritmo delle innovazioni dell’intero sistema economico.

In particolare, le imprese dell’IA e dell’high-tech spiazzano perfino le potenti produttrici di armi, legate a doppio filo agli Stati, perché ora le strategie militari e gli armamenti dipendono dall’integrazione dell’IA nei sistemi d’arma e dal suo impiego sui campi di battaglia. Infatti, per fare un solo esempio, il nuovo caccia da combattimento GCAP — Global Combat Air Programme ‒, data la sua architettura tecnologica, è un sistema di sistemi, e dunque necessita dell’utilizzo di capacità operative e di controllo che solo l’Intelligenza artificiale garantisce. Non a caso, i grandi produttori di armamenti, quali Boeing, Lockheed Martin, Rheinmetall e Leonardo stanno investendo direttamente nello sviluppo dell’IA, anche per salvaguardare la propria autonomia strategica e tecnologica.

Inoltre, non è più l’apparato militare con i suoi appalti ai centri di ricerca ad aprire le frontiere dell’innovazione, sono le imprese private a dettare ambiti, modi e tempi dell’innovazione in campo militare: droni, comunicazioni satellitare, capacità computazionale dipendono da imprese private.

Nel campo della finanza le imprese high-tech e dell’IA stanno modificando radicalmente il mercato, perché la loro generazione di cassa non copre i loro massicci investimenti e sono costrette a emettere grandi quantità di bond, che entrano in concorrenza perfino con quelli pubblici. Questo è anche il motivo, e non ultimo, dell’attuale rialzo dei tassi di interesse (articolo di Vito Lops pubblicato da Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2026, pag. 5).

Questo rivoluzionamento del paradigma produttivo e finanziario comporta, servendosi dei termini di Jean Tirole, un diverso ‘gioco’ tra ‘principi e ‘mercanti’.

È difficile trovare nella nomenclatura classica delle forme dei regimi politici una definizione e un nome per questo nuovo intreccio tra élite politiche ed élite imprenditoriali e finanziarie, anzi di questo vero e proprio dominio dei capitalisti dell’Intelligenza artificiale e high-tech sui poteri pubblici. Queste imprese pretendono libertà da lacci e lacciuoli, infatti l’allarme sui pericoli di deragliamento dell’IA è stato lanciato negli Usa dagli Amodei di Anthropic, che sviluppa Claude, per promuovere codici di auto-disciplinamento ed evitare interventi regolatori pubblici, che per altro Donald Trump mai attuerebbe; esse richiedono la sicurezza degli approvvigionamenti delle materie prime e delle loro catene produttive, per questo impongono strategie di controllo militare all’estero; all’interno i consumi di energia o di acqua sono di tale entità che devono imporre le loro scelte alle comunità locali, da qui l’esigenza del disciplinamento sociale; infine, per costruire il consenso si servono delle loro piattaforme con i loro algoritmi manipolatori, e così le élite economico-finanziarie creano un nuovo ‘senso comune’ intriso di tradizionalismo dei valori e culto dell’innovazione tecnologica, basi del nuovo populismo.

Sono stati avanzati molteplici nomi e definizioni per questo nuovo regime: ‘tecno-monarchia’, ‘sovranità proprietaria’ (Vittorio Pelligra, Avvenire, 15 settembre 2026, pag. 23); ‘tecno-autoritarismo’ (Alberto Forchielli e Fabio Scacciavillani, Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2026, pag. 15); regime di ‘predatori’ (Giuliano Da Empoli, L’ora dei predatori, Einaudi, 2025, pag. 93).

Forse il vecchio termine aristotelico di oligarchia, come governo dei e per i ricchi, coglie bene il tratto caratteristico di questo inedito regime, a patto di togliergli quella patina di difesa dello status quo, quell’alone di conservatorismo che ha sempre evocato questo termine, perché oggi i nuovi oligarchi, multimiliardari proprietari di imprese che governano di fatto i più potenti Paesi, mettono a soqquadro l’intero pianeta, trasformano i modi di produzione, impongono un loro regime politico autoritario e diffondono i loro valori etnonazionalisti attraverso le loro pratiche predatorie e belliciste.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 58 di Novembre – Dicembre 2026: “Né artificiale, né intelligente”

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