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(perché siamo di fronte a una lotta urgente e non rinviabile)
di Marco Bersani
Il patto di stabilità e crescita (PSC) è lo strumento, introdotto nel 1997, dall’Unione Europea per imporre vincoli alle finanze pubbliche dei Paesi membri allo scopo di garantirne la stabilità economico-finanziaria.
Successivamente rafforzato nel 2011 (“Six Pack”), nel 2012 (“Fiscal Compact”) e nel 2013 (“Two pack”) si basa su due parametri: il rapporto debito/pil non deve superare il 60% e il rapporto deficit/pil non deve superare il 3%.
La cosa interessante è che, per stessa ammissione degli inventori1 (due funzionari del Ministero dell’Economia francese ai tempi del governo Mitterand), i due parametri non hanno alcuna base scientifica. E tuttavia hanno determinato per tre decenni le politiche economiche dell’Unione Europea in direzione dell’austerità liberista, permettendo drastici tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni ed erosione dei diritti sociali e del lavoro.
Come si ricorderà, il patto di stabilità è stato sospeso il 23 marzo 2020, quando, con lo scoppio della pandemia Covid-19, l’UE ha attivato per la prima volta la General Escape Clause (clausola di salvaguardia generale). Questo ha permesso di sospendere temporaneamente le regole di bilancio ordinarie, consentendo agli Stati membri di aumentare la spesa pubblica per contrastare gli effetti della pandemia.
Con un paradossale effetto di smascheramento sulla natura del vincolo: se infatti, per poter curare le persone, il patto di stabilità è stato sospeso, significa che quel patto è strutturalmente contro la vita e la cura delle stesse.
Il patto è stato ripristinato a partire dal 2024 ed è tuttora in vigore, e, in questi mesi, il rispetto dello stesso sta determinando un profondo cortocircuito nelle politiche del governo Meloni (che, peraltro, aveva dato parere favorevole al ripristino).
Vediamo di capire perché e quali sono le conseguenze.
Nel marzo 2025, l’Unione Europea con il piano ReArm Europe ha deciso la svolta bellicista, avviando la trasformazione dell’economia in una economia di guerra e della società in una società in guerra.
Il piano ReArm Europe ha l’obiettivo di mobilitare da subito 800 miliardi di euro in direzione degli investimenti nella Difesa e nell’industria degli armamenti e dell’aumento delle spese militari. Contemporaneamente, in sede Nato, nel giugno 2025 si sono presi accordi per portare le spese militari al 5% del Pil entro il 2035.
Si tratta evidentemente di una follia, attraverso la quale i grandi interessi finanziari e il complesso tecno-militare industriale vogliono aumentare i propri profitti in una fase di profondissima crisi del modello capitalistico, pregiudicando ulteriormente i redditi e i diritti delle popolazioni.
Uno degli strumenti proposti dall’UE per favorire le politiche di riarmo è l’avvio del fondo SAFE (Security Action For Europe), uno strumento finanziario da 150 miliardi di euro, che offre prestiti agevolati a lungo termine agli Stati membri per l’acquisto di armamenti, droni, sistemi di sicurezza e per rafforzare l’industria della difesa.
L’Unione Europea ha anche dato la possibilità agli Stati membri di attivare la clausola di salvaguardia solo per il settore della Difesa, permettendo di conseguenza di non conteggiare dentro il patto di stabilità l’aumento delle spese militari.
Ma per poterlo fare, il governo Meloni avrebbe dovuto mettere a posto i conti, in particolare rispetto al parametro deficit/pil, che grazie alle enormi spese per contrastare la pandemia Covid-19 era balzato all’8,1% nel 2022.
I drastici tagli alla spesa pubblica di questi anni hanno fatto scendere il deficit al 7,2% nel 2023, al 3,4% nel 2024, con l’obiettivo di arrivare nel 2005 sotto il fatidico 3%, chiudendo la procedura d’infrazione avviati in questi anni dall’UE nei confronti dell’Italia.
Ma qui casca l’asino: nonostante il profondo impegno del governo Meloni nel falcidiare la spesa pubblica, l’obiettivo è stato mancato e il deficit/pil registrato nel 2025 è del 3,1%.
Questa debacle non permetterà al governo Meloni di investire nelle spese militari fuori dal patto di stabilità, determinando un cortocircuito senza precedenti in quello che sarà l’anno pre-elettorale.
Dentro la maggioranza di governo, si alzano gli strali contro l’Unione Europea, con inviti -in particolare dal leghista Salvini- a disobbedire al patto di stabilità. Naturalmente, la disobbedienza invocata è per spendere comunque in direzione della Difesa, dell’industria degli armamenti e delle spese militari.
E qui entrano in gioco i movimenti sociali che da più di un anno stanno scendendo in piazza contro il riarmo, la guerra, il genocidio e l’autoritarismo, producendo mobilitazioni oceaniche per Gaza e la Palestina nell’autunno scorso e aprendo una primavera di lotte con la convergenza NO KINGS e il sostegno alla nuova missione della Global Sumud Flotilla, brutalmente attaccata con atti di pirateria senza precedenti dal governo genocida di Israele.
Perché il cortocircuito del governo Meloni rischia di essere risolto con lacrime e sangue sulle condizioni di vita della popolazione.
Il fatto che il governo Meloni non potrà attivare la clausola di salvaguardia Ue per l’utilizzo dei fondi SAFE, significa che i 14,9 miliardi assegnati per gli investimenti nel riarmo e nelle spese militari dovranno essere fatti all’interno del bilancio ordinario dello Stato, ovvero che ogni euro destinato alle armi dovrà essere tolto ad altre partite di bilancio.
Tertium non datur: se le risorse andranno alla guerra saranno automaticamente tolte a sanità, istruzione, diritti sociali e transizione ecologica.
Nasce da qui l’attualità di una campagna dei movimenti e dal basso per la fuoriuscita dal patto di stabilità, dal piano ReArm Europe, dagli accordi NATO e dall’economia di guerra per rivendicare la socializzazione della ricchezza collettiva e la destinazione della stessa alla giustizia sociale ed ecologica.
Ci vogliono pronte e pronti a combattere entro il 2030, vogliono disciplinarci reprimendo dissenso e proteste, pretendono che sacrifichiamo i nostri diritti al nuovo altare della patria.
Dobbiamo contrapporre loro la nostra insopprimibile urgenza di vita, di cura e di futuro.

